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GAZZANO/DOPO 16 ANNI E UNA LUNGA STORIA
Svuotato il lago
La costruzione della diga finì nel 1928
con l’impiego di duemila operai. Che qui trovarono moglie
e, a volte, la morte. Gli ultimi testimoni. E quel mulino che finì sott’acqua.
di Remo Secchi
Hanno aperto la diga di Fontanaluccia e si è vuotato il
lago di Gazzano... Sembra un gioco di parole ma, da anni, chi vive
nelle vicinanze del bacino artificiale abbina al paese che si trova
sul versante reggiano la definizione di lago, e associa invece
all’altro centro abitato, posto proprio di fronte ma sul
territorio modenese, il termine diga. Il confine tra le due province è segnato
dal torrente Dolo, e probabilmente questa doppia definizione si
deve al fatto che l’edificio nel quale si trova la sala operativa è stato
costruito sul suolo di Fontanaluccia, mentre è forse Gazzano
il paese che ha avuto più terre sommerse con la costruzione
dell’invaso.
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Lo svuotamento della diga documentato dalle
immagini di Clorinda Rondini. Dal 25 settembre, finite le
operazioni di pulizia, l’acqua tornerà a riempire
il bacino.
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L’apertura della diga, con il conseguente svuotamento del
lago artificiale, non si verificava da ben sedici anni, e si è resa
necessaria per pulire il canale di accesso alla galleria che va
alla centrale di Farneta. Data l’eccezionalità dell’evento
ci è sembrato giusto parlare di questa immane opera, inaugurata
il 28 ottobre del 1928 alla presenza dell’allora ministro
dei Lavori pubblici Giovanni Giurati, dopo sei anni di lavoro che
videro impegnati complessivamente circa duemila operai. Ora che
lo sbarramento, definito in gergo “a contrafforti”,
appare in tutta la sua imponenza, sembra quasi incredibile che,
con i mezzi a disposizione all’epoca, il lavoro sia stato
concluso in un tempo così breve, considerando anche il fatto
che il muro parte da fondamenta poste a una ventina di metri sotto
il livello del terreno e che lo scavo necessario venne effettuato
esclusivamente con picconi e badili. Inoltre, in quello stesso
periodo furono portati a termine i lavori per la galleria di 12
chilometri e le due condotte forzate (in seguito diventata una
sola) che portano l’acqua dall’invaso di Fontanaluccia
fino a Farneta, dove fu costruita la centrale con la grande vasca
di carico, della capienza di 22mila metri cubi d’acqua. Abbiamo
avuto la fortuna di incontrare l’amico Lorenzo Aravecchia,
famoso autore di Maggi di Romanoro, che, dopo aver lavorato diciannove
anni alla centrale di Farneta e tre alla diga di Riccovolto, da
tre anni lavora come guardiano alla diga di Fontanaluccia e si è rivelato
un prezioso quanto preparato interlocutore. Lorenzo, che è sposato
e ha due figli che come lui amano il Maggio, spiega che la costruzione
della diga di Fontanaluccia, che ha una capienza di 27 milioni
di mc d’acqua, rientrava in un più ampio progetto
statale, che prevedeva la costruzione in montagna di bacini idroelettrici
per la produzione di grandi quantità di energia elettrica,
da utilizzare per azionare potenti idrovore con le quali bonificare
le zone paludose della Pianura Padana. Risale infatti a quel periodo
anche la costruzione di altri bacini come quelli di Ligonchio,
di Selvanizza e Strettara. Titolare dei lavori iniziati nel 1922
fu il Consorzio di bonifica Parmigiana-Moglia, che poi diede in
gestione l’impianto alla Società di esercizi elettrici
Emiliana (Seee).
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Una squadra di operai addetti alla costruzione
della diga. Tra loro, diversi erano di Gazzano e dintorni.
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Negli anni in cui furono svolti i lavori, questa zona della montagna
visse un periodo di grande benessere. Oltre a quanti furono direttamente
impegnati nella costruzione della diga, si creò tutto un
indotto di attività economiche favorito dalle esigenze delle
molte persone che qui confluirono anche da altre regioni. Arrivarono
infatti maestranze da Lombardia, Veneto, Friuli, Toscana e perfino
dal Lazio e dalla Sardegna, e naturalmente cercarono alloggio nei
paesi vicini. Fiorirono un gran numero di osterie dove questa gente,
lontana da casa, cercava di passare le serate in compagnia, spesso
dei colleghi di lavoro che abitavano invece nella zona e avevano
così la scusa per recarsi a l’ustarìa. Naturalmente
fu impiegata soprattutto manodopera locale, che in molti casi si
specializzò nella professione proprio durante questo periodo.
Marco Gigli, ad esempio, andò a lavorare alla diga all’età di
13 anni, e nei primi tempi fu utilizzato come bòchîa;
portava cioè agli operai l’acqua da bere, andandola
a prendere a una fontana che si trovava nelle vicinanze, in una
località chiamata “Piamolino”. L’anno
seguente cominciò a lavorare con i fabbri, e negli ultimi
tempi fece il motorista addetto agli argani, acquisendo quelle
conoscenze che poi utilizzò come trebbiatore (vedi Tuttomontagna
n. 62, agosto 1999). Purtroppo “Miro” (era conosciuto
da tutti con questo nome) è scomparso un anno fa.
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Lorenzo Aravecchia posa sul versante modenese
della diga.
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Carmelina Gaspari aveva invece 9 anni quando iniziarono i lavori
alla diga. Abitava coi familiari in una casa isolata, in una località chiamata “Prâ armundâ”,
poco distante dal punto in cui sarebbe sorto lo sbarramento. Anche
i genitori di Carmelina colsero di buon grado l’opportunità di
arrotondare le entrate familiari alloggiando personale impegnato
alla diga, e la felice posizione della casa rese particolarmente
facile trovare i clienti. Carmelina, che oggi ha 90 anni, ricorda
ancora i nomi e il periodo trascorso dalle persone che alloggiarono
nelle due stanze messe a disposizione al prezzo di 90 lire al mese.
Tuttavia, dal momento che non veniva fornito il vitto, chi andava
in alloggio presso la sua famiglia doveva avere con sé la
moglie, e siccome per un semplice operaio diventava un po’ dispendioso,
furono sempre assistenti ai lavori, capisquadra o tecnici specializzati
ad abitare in quella casa. Un assistente poteva infatti guadagnare
anche mille lire al mese, mentre un operaio, che veniva pagato
circa una lira e mezzo all’ora, non arrivava a 400 lire mensili.
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Carmelina Gaspari.
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Nel periodo di maggior attività lavorativa, cioè dalla
metà del 1925 in poi, erano presenti alla diga 14 assistenti,
ognuno dei quali coordinava il lavoro di squadre composte da più di
cento operai. Inoltre, vi erano molte attività che non venivano
seguite dagli assistenti, per le quali erano impiegati altri uomini.
C’erano quattro baracche dove erano in funzione altrettante
mense che a mezzogiorno, al suono della sirena, si riempivano di
operai. C’erano la mensa milanese, quella padovana, la mantovana
e la veronese, e naturalmente chi apparteneva a una di queste province
andava a pranzo esclusivamente alla “propria” mensa.
Due sole donne lavoravano alla diga ed erano addette alle mense
padovana e mantovana. All’ora di pranzo si poteva assistere
a una specie di processione proveniente da Gazzano: mogli, sorelle
e figlie scendevano verso il cantiere per portare qualcosa di caldo
ai familiari impegnati alla diga. Il piatto forte del menù era
quasi sempre la polenta. Carmelina ricorda che, ai suoi occhi di
bambina, la moltitudine di uomini che si affrettava ad andare verso
le baracche al suono della sirena sembrava il brulicare di un formicaio.
L’orario di lavoro era per la maggior parte degli operai
dalle 8 del mattino alle 18 di sera, con una pausa di un’ora
a mezzogiorno. Per fare il calcestruzzo vennero “macinati” in
un grosso frantoio sassi e ghiaia del torrente. Perfino il mulino
della comunità di Gazzano, che si trovava alla “Spundàcia” (località finita
sott’acqua), finì dentro al frantoio, sasso dopo sasso
e, pare, macine comprese. Il cemento e tutto l’altro materiale
necessario arrivò invece da Farneta, che venne collegata
al cantiere con una piccola ferrovia sulla quale sbuffavano due
piccole locomotive a vapore battezzate “Titina” e “Valencia”.
Carmelina ricorda un episodio che vide protagonisti suo padre Quirino
e uno degli ingegneri che seguivano i lavori. Per poter alzare
il muro dello sbarramento, era stata prima terminata la galleria
laterale di scarico delle acque del bacino, e attraverso questa
veniva deviato il torrente Dolo, mentre i lavori andavano avanti.
Quirino, osservando le dimensioni di quell’apertura, disse
all’ingegnere che a suo avviso non era sufficiente alla portata
del torrente. Egli rispose così: “L’acqua di
questo fiume la possono bere un paio di buoi!”. E l’anziano,
di rimando: “Chi non conosce il Dolo, non conosce niente
!”, e se ne andò lasciando ammutolito il suo interlocutore.
Qualche tempo dopo, però, una notte in cui, come dice Carmelina,
al têmp l’era in furtüna, e una pioggia incessante
aveva ingrossato oltremodo il Dolo, i fatti gli diedero ragione.
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La diga a pieno regime (foto Clorinda Rondini).
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Quando non c’erano turni di lavoro notturno, si era soliti
affidare a due ragazzi il compito di sorvegliare il cantiere, e
quella notte il compito toccò a Lino Merciadri (futuro marito
di Carmelina) e a Livio Verdi. Mentre stavano transitando sotto
al muro dello sbarramento, che essendo in costruzione non era ancora
molto alto, udirono sopra le loro teste un grande frastuono. Spaventati,
corsero via appena in tempo per vedere l’acqua del torrente
che, non essendo riuscita a defluire dalla galleria troppo stretta,
era tracimata impetuosamente al di sopra del muro. Inutile dire
che la galleria venne poi allargata. Purtroppo, nel corso dei lavori
si verificarono anche alcuni incidenti mortali. La conclusione
dell’opera avvenne il 28 ottobre 1928 e, dopo quel periodo
di benessere generale, in queste zone tornò nuovamente la
miseria più nera. Dopo aver fatto un elenco delle ragazze
che trovarono marito tra il personale impegnato nella costruzione
della diga, Carmelina racconta che la sua famiglia riuscì a
superare abbastanza bene la crisi che colpì tutta la zona
al termine dei lavori. Per i numerosi campi rimasti sott’acqua
ricevettero infatti 22mila lire, e lei ricorda che il padre, scherzosamente,
diceva: “Adèsa che an g’ò pù i
câmp, em tuca fâr u sgnûr!”. Lei lasciò quella
casa nel 1942, ma ancora oggi, quando pensa a “Prâ Armundâ”,
preferisce ricordarlo prima della costruzione della diga, quando
andava con le mucche al pascolo nei suoi campi vicino al fiume
e si fermava a curiosare ae mulîn dla Spundàcia.
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