|
DIALETTO E TRADIZIONI
Fistïe e schìz. Amarcord
Con laiuto di Domenico Sassatelli e del
nipotino, tuffiamoci nel mondo fantastico dei giochi di una volta.
Per fabbricare flauti e spruzzini bastava avere manualità
e... un bosco. Tra arte e poesia.
di Remo Secchi
 |
Il piccolo Denis Stefani alle prese con lo
schìz (foto Clorinda Rondini).
|
Nel periodo che va dalla fine di aprile alla metà di giugno,
la montagna cambia completamente il suo aspetto e, dalla tristezza
di un paesaggio quasi invernale, si viene trasportati in un mondo
dove la natura regala un panorama incantevole: nei campi, lerba
già lunga ondeggia al vento, che fa stormire le fronde degli
alberi nuovamente verdi, mentre nellazzurro intenso del cielo
si rincorrono bianchissime nuvole. E uno spettacolo che vale
la pena vedere ed è facile capire come potessero vivere serenamente,
un tempo, quei bambini che riempivano i paesi della nostra montagna
con le loro grida, i loro canti e i suoni prodotti dai loro fìstïe.
Questo, infatti, è il periodo in cui gli alberi sono in sürtïe
(in succhio), e il fatto che nelle piante circoli molta linfa permette
di separare con facilità il legno dalla corteccia e, di conseguenza,
di potersi fare i fìstïe. Per capire meglio come si
preparavano questi zufoli nostrani dobbiamo fornire maggiori dettagli,
avvalendoci della consulenza tecnica dellamico Domenico Sassatelli,
che, dopo aver dimostrato di essere un abile scãlplîn,
è anche un vero esperto nella realizzazione di questi particolari
oggetti. Non solo, ha fornito pure il collaudatore di questi giocattoli:
il nipotino Denis Stefani.
 |
Valentino Secchi prova per noi a suonare il
fistïe (foto Clorinda Rondini).
|
Per preparare i fìstïe si usava il legno di castagno
utilizzando i getti che si sviluppavano attorno al ceppo di un albero
tagliato, anche se la cosa non era molto gradita agli adulti, che
in quel modo vedevano perduto un eventuale futuro castagno. La lunghezza
di un fìstïe poteva variare dai 30 ai 40 centimetri,
per cui dallo stesso getto si potevano ricavare diversi pezzi. Per
prima cosa si effettuava un taglio circolare sulla corteccia a circa
10 cm dalla parte più grossa del bastone, che era stato tagliato
di traverso per tenerlo saldamente in mano senza che, in quel punto,
la corteccia si separasse dal legno. Quindi si iniziava a pelare
laltro pezzo di bastone, imprimendo un movimento rotatorio
con il quale si svitava letteralmente la corteccia dal
legno. Si ottenevano così un pezzo di legno che aveva 10
cm con la corteccia (e il resto pelato) e un pezzo di corteccia
vuota di 30 cm. Si accorciava quindi il bastone, lasciando, oltre
i 10 cm originali, soltanto 3-4 cm di legno pelato nei quali si
andava a innestare la corteccia vuota, che veniva spinta fino a
toccare quella precedentemente lasciata. Una scanalatura, un foro
e un tappo di legno concludevano la fabbricazione dello strumento,
che era già pronto per luso. Naturalmente, data la
complessità della lavorazione, provvedevano i ragazzi più
grandicelli a fabbricare i fìstïe per i fratellini,
che poi li avrebbero suonati per intere giornate.
 |
Domenico Sassatelli, il nostro esperto.
|
Ma se costruire un fìstïe poteva comportare qualche
difficoltà, fabbricarsi uno schìz era veramente unimpresa
ardua. Con lo schìz, come si può facilmente intuire
dal nome, si poteva spruzzare un piccolo getto dacqua, ma
esisteva anche la variante che sparava pallottoline
di stoppa. Il principio di funzionamento, molto semplice, ricalcava
quello di una normale pompa da bicicletta, applicarlo utilizzando
materiali trovati in natura rendeva però la cosa decisamente
più difficile. La particolarità principale dello schìz
era che per costruirlo venivano utilizzati ben tre diversi tipi
di legno: la parte esterna era fatta con legno di sambuco, una pianta
internamente molto tenera e che perciò si può facilmente
svuotare. Si cercava un ramo dello spessore di almeno 3 cm per poter
avere, una volta svuotato, un foro interno del diametro di un centimetro.
Allinterno di questo cilindro di sambuco veniva infilato un
bastoncino di curnâl (corniolo), un legno molto duro e che
perciò non si sarebbe spezzato tanto facilmente. La lunghezza
del pezzo di sambuco determinava la quantità dacqua
che si sarebbe potuta spruzzare, ma anche per lo schìz non
si superavano mai i 30-40 cm. Per far sì che il getto dacqua
potesse arrivare abbastanza lontano era necessario che il liquido
fosse spinto con una certa pressione attraverso un piccolo foro,
e per questo motivo alluscita dello schìz si doveva
ridurre il diametro interno del sambuco con un apposito tappo forato.
Era qui che entrava in gioco il terzo tipo di legno. Il tappo veniva
infatti ricavato da un rametto di noce, un albero noto per la fragilità
dei rami, che in effetti hanno la particolarità, quando sono
ancora di piccole dimensioni, di avere internamente un minuscolo
foro. Per migliorare la compressione, e quindi il getto dello schíz,
si avvolgeva un po di stoppa sulla punta della bacchetta di
curnâl, che in pratica fungeva da stantuffo, così da
creare maggiore aderenza sulle pareti interne del sambuco. A questo
punto lo schíz veniva collaudato dallo stesso costruttore,
che si cimentava subito in competizioni con gli amici nello spruzzare
il getto dacqua più lungo, o nel più ovvio e
divertente dei modi: bagnarsi fino al midollo.
 |
Il fistïe e lo schìz (foto Clorinda
Rondini).
|
Cera un altro tipo di schìz, che invece di spruzzare
acqua sparava palline di stoppa che venivano dapprima bagnate. La
differenza rispetto allo schíz tradizionale consisteva nel
fatto che non cera il tappo forato ricavato dal rametto di
noce. La parte esterna era sempre fatta con legno di sambuco, e
anche la bacchetta interna era di curnâl come per lo schíz
ad acqua. Per provocare la fuoruscita della pallottolina di stoppa,
che veniva inserita fino a metà del tubo di sambuco,
se ne utilizzava una seconda che, spinta con forza dalla bacchetta
di corniolo, creava una compressione sufficiente a sparare
la prima. Oggi, naturalmente, questi giocattoli di un tempo non
si vedono più, a meno che non si chieda a un nonno, come
abbiamo fatto noi, di costruirli al nipotino. E purtroppo si vedono
anche meno bambini di una volta. Si possono però vedere ancora
lerba lunga mossa dal vento, lo stormire delle fronde e le
nubi bianche che solcano il cielo azzurro. E già tanto,
ma forse non è abbastanza...
|