|
SOLE DI VETTO/L'ODISSEA DI RUFFINI
Neo, reduce della steppa
Facevano 38° sotto zero, quella sera....
La campagna dellArmir e la morte dellamato fratello.
La neve macchiata di sangue: un tonfo al cuore. Protagonista del
primo reportage di guerra a colori, pubblicato da LEuropeo
nel '68.
di Damiano Razzoli
|
Mi
chiamo Neo Ruffini, nato a Sole di Vetto dEnza, un paesino
di montagna in provincia di Reggio Emilia abitato da duecento
persone. Ho diciannove anni, sono alto un metro e ottanta
e peso sessantotto chili; misura e peso riscontrati alla visita
di leva, occhi marroni, capelli castani e mossi, gambe forti
addestrate con successo alle corse, ai salti, al ballo. Questo
non lo dico per presunzione, ma per ringraziare la mia mamma
per avermi fatto bene
|
 |
Neo
Ruffini nella foto a colori che apre il servizio pubblicato
su L'Europeo dell'8 febbraio 1968. Il battaglione era attestato
presso Babka, nell'ansa del Don. Il vettese è armato
di fucile modello 91 ed è protetto da una copertura mimetica
contro i colpi dei tiratori russi. Il tenente Cacchi fotografa
con una Leica II munita di telemetro e con pellicola Agfacolor. |
A Stalingrado la terra tremava. Tremava e sanguinava. La potenza
e la violenza dello scontro tra nazisti e russi risuonava per 80
km, e sulle placide acque del Don, sinuoso nelle sue ampie e protette
anse, la tensione vibrava. Le acque erano ghiaccio vivo; il ghiaccio
cominciò a stridere, fino a sgretolarsi. Linverno della
steppa era già inoltrato, eravamo agli inizi di gennaio.
LArmata Rossa progrediva nel massiccio accerchiamento dellormai
disorientato esercito tedesco; gli echi dei bombardamenti strisciavano
nel sottosuolo e gettavano limpronta sulla neve, spettinata,
lungo il Don. Allora le acque, che erano ghiaccio, cominciarono
ad agitarsi. Il nervosismo lentamente sinsinuò nelle
calde trincee, nelle isbe dei soldati italiani, dei battaglioni
dellArmir disseminati lungo le rive del fiume. Quelle esplosioni,
quelle luci così distanti, impercettibili, quel tremore della
terra erano insieme un terremoto nello spirito dei soldati italiani.
La situazione sembrava scuotersi, sembrava in rapida evoluzione:
addio alla guerra di posizione, le albe successive avrebbero avuto
orizzonti di ferro e fuoco. Laggiù, nellinverno della
steppa, coperto da un telo bianco per mimetizzarsi ed evitare i
cecchini russi, laggiù, tra gli altri, si muoveva lattendente
del tenente Roberto Cacchi, lalpino Neo Ruffini, battaglione
Verona, Sesto reggimento della divisione Tridentina.
 |
Neo
Ruffini oggi, con la moglie Lucia, la figlia e il nipotino.
Sul tavolo, L'Europeo con il servizio che lo riguarda. |
Reporter di guerra
Neo Ruffini vive a Sole di Vetto. La sua odissea durante la seconda
guerra mondiale è sconfinata. Sconfinata come quelle russe
lande desolate, gelide. Laggiù non cera il Sole, non
cera la famiglia come non cera il caldo conforto dun
raggio. Anche la giornata serena, il cielo limpido, venivano abbruttiti
dal sangue. Il sangue è rosso, sulla neve è un tonfo
al cuore, la fotografia duna fine. Neo Ruffini, con i suoi
compagni, strisciava ogni giorno tra speranze e fotografie duna
fine. Ha strisciato per sei anni.
Il 9 marzo 1940 inizia il servizio militare. Sessantanni fa
significava riempire i propri occhi di guerra. Gli occhi di Neo
Ruffini si sono riempiti di guerra per sei anni. Sul Monte Bianco,
contro i francesi; poi il fronte albanese, contro i greci; poi lepopea
della campagna di Russia; infine la traumatica prigionia, dopo l8
settembre 1943, quando Badoglio firmò larmistizio con
gli Alleati, lavandosi le mani dellesercito italiano e lasciandolo
in balìa dei nemici, ora i nazisti: Neo venne condotto in
Germania, dove operò, internato, come falegname, contadino,
fabbro e operaio lungo le ferrovie del Terzo Reich perennemente
massacrate dai bombardamenti inglesi. La morte lo sfiorava, si girava
indietro, lo sfiorava nuovamente, ma mai, mai lo ha sbaragliato.
Neo Ruffini è tornato a casa, sul calar dellinverno
e allalba di una nuova primavera. Era il 1946, il 22 aprile
sposò Lucia. Già laveva incontrata, prima del
1940, prima della guerra, nella fugacità dun semplice
amore giovanile. Dopo il ritorno presero a incontrarsi, sempre più
spesso, a metà strada, per evitare le dicerie. Scoprii
un bel cavallo rosso, mansueto e intelligente, su misura per me:
era lideale. Ci raggiungevamo ogni fine settimana, in un mio
campo. Lei era là, nel prato, ad aspettarlo; liberava
il cavallo, ed ogni volta si trovava in una favola, una fiaba inattesa.
La osservava attentamente, Lucia, e dopo le fotografie duna
fine, immagini da voler dimenticare impossibili da rimuovere, la
fotografia duna vita: Lei era alta, snella, capelli
mossi lungo la schiena, sopracciglia e ciglia ben marcate, brune
quanto i capelli, che circondavano due grandi occhi grigio scuro.
Ventanni, il corpo preciso, marcato, la pelle liscia ispano-tirolese:
insomma, la bella immagine di donna da me desiderata.
Rilevò la drogheria del Sole, dopo un periodo presso lufficio
esattoriale di Vetto.
Listantanea dei suoi 82 anni è colorata e vivace. Ha
scritto una piccola autobiografia, dettagliata per gli episodi più
commoventi e intensi. Riporta allautunno, leggendola, quando
cadono le foglie. Le foglie della memoria di tantissimi reduci,
vecchi che celano la loro saggezza nella pura e cruda esperienza
della sopravvivenza, stanno cadendo, e chi passa le calpesta. Queste
se ne vanno sottoterra e non rinascono, come se lautunno fosse
lunica stagione. Ascoltando voce e parole di Neo Ruffini,
i suoi lontani ventanni, la nostalgia si diffonde inevitabilmente,
ovunque. Quella voce e quelle parole descrivono una fotografia,
chiara, sciupata un poco dal tempo, emozionante; è un incontro
con la Storia. E nella Storia Neo Ruffini è transitato, violentemente,
durante la seconda guerra mondiale. Una fotografia di speranze,
duna fine, duna salvezza, duna vita, duna
storia da raccontare. Questa fotografia è leggenda: di inventato
cè limmagine metaforica della fotografia, di
vero cè proprio la fotografia, cè un reportage.
 |
Neo
Ruffini (primo a sinistra) guida una pattuglia di alpini in
perlustrazione nel dicembre '42. |
I reporter sono i tenenti Gianfranco Ucelli e Roberto Cacchi di
cui è attendente Neo Ruffini, protagonista di alcuni flash.
Si tratta del primo reportage di guerra a colori. LEuropeo,
il celebre mensile, lo pubblicò per la prima volta nel 1968:
Le pellicole a colori erano di uso poco comune - veniva
scritto a sottotitolo -. Durante il dramma dellArmir in
Russia sembrava incredibile pensare che qualcuno avesse potuto fissare
quellevento. I colori saranno stentati, ma quel
soldato italiano è lui, lalpino Neo Ruffini del battaglione
Verona, 6° reggimento, attestato presso Babka, in unansa
del Don. Il documento ha un valore straordinario, e in seguito alla
pubblicazione de LEuropeo è stato riproposto più
volte. Neo Ruffini ha scritto su Fronte russo cero anchio,
raccolta di testimonianze a cura di Giulio Bedeschi, autore di Centomila
gavette di ghiaccio. Neo scrive della battaglia di Postojali,
la prima per sfondare laccerchiamento russo nel gennaio 1943.
Undici sbarramenti, lultimo a Nikolajewka. Allorizzonte
sintravedeva la speranza.
E il mortaio colpì Tebaldo
Il 17 gennaio 1943 il fronte italiano, massacrato dal fuoco russo
dopo la presa di Stalingrado, fu costretto al ritiro. LArmata
Rossa aveva predisposto un invalicabile accerchiamento. Facevano
38° sottozero, quella sera - racconta Ruffini -. Era
il 18, abbandonammo il Don dopo aver condotto una estenuante guerra
di posizione.
Le armi non sparavano, gli orologi fermi, lequipaggiamento
estivo, come poter resistere? Ma dovevamo resistere, a
ogni costo, nonostante i russi ci tentassero con la vodka e prevedessero
una fine molto triste, tale e quale a quella riservata a Napoleone.
Partirono in camion, ma nevicò. Il vento siberiano fischiava
nelle orecchie, i camion uscivano di strada: Bisognava
spingerli a mano, con mezzi di fortuna raccolti nelle isbe, ma dovemmo
lasciarli indietro e proseguire per una destinazione ignota, a piedi,
il volto ghiacciato, i compagni che cedevano e morivano nel silenzio.
Si andava verso il primo sbarramento da superare, a Postojali. Neo
Ruffini vive lesperienza più drammatica dei sei anni
di guerra, quella che lo segnerà. Le pattuglie desplorazione
giungevano con un carro in cui, coperti di paglia, giacevano due
alpini, i corpi crivellati, il pianale grondante sangue; con loro,
un russo vivo. Era il preludio di un inferno: Neo Ruffini combatteva
a fianco di suo fratello, sergente maggiore Tebaldo Ruffini. Sintendevano
a sguardi, si cercavano. Il comandante di battaglione ordinò
la fucilazione del russo: Come tenere un prigioniero se
noi stessi siamo prigionieri?. Si trovavano in una sacca.
Infatti, allarrivo di una nuova ondata daria ghiacciata,
saprì il fuoco di sbarramento nemico. Neo e Tebaldo
erano luno angelo custode dellaltro, si scambiavano
più volte quel stai giù fraterno che nulla
potè quando la morte venne dallalto. Feriti senza assistenza,
imprecazioni, preghiere: Facevano pietà più
dei morti. I mortai furono posizionati, i collegamenti
tra le compagnie non esistevano, il materiale era stato abbandonato
sui camion. Non telefoni, non eliografi, non bandierine: si doveva
andare, andare e aprire quel maledetto varco, se no non
si tornava a casa. In trincea lordine era resistere
ad ogni costo e morire sul posto, andare senza remore, perché
il freddo era una morte tremenda. Le armi automatiche coprivano
le voci, i movimenti erano disarticolati, ma necessari.
I russi contrattaccavano pesantemente ovunque. Ripiegammo
dietro uno stabile, per preparare loffensiva: un ufficiale
giaceva nascosto, e dun tratto lanciò via un oggetto;
gli chiedemmo chi fosse; rispose: Italiansko. Indossava
una divisa italiana, il russo, e lira salì a tal punto
che un soldato sparò una, due volte, ma il colpo non partì;
gli fu data una pistola ancora calda, e lo uccise, in faccia. Le
comunicazioni non funzionavano al meglio, alcuni codici cifrati
restavano misteriosi. Mio fratello, che in particolare non sapeva
decifrarne uno, venne rimproverato e bisbigliò: Come
sarebbe bello se tutto fosse preparato bene come in un film.
Nel frattempo le notizie che giungevano erano sconcertanti, più
della realtà, e i soldati abbandonavano i posti di combattimento.
Il comandante ordinò allora allartiglieria il fuoco
di sbarramento, per coprire larretramento. Mentre comunicava
le coordinate, un mortaio centrò la stazione radio. I mortai,
conficcati nella neve, sono inezie; lesplosione viene attutita
di molto.
Neo affiancava Tebaldo. Il mortaio colse in pieno mio fratello,
uccidendolo e straziandolo. Da quel momento, per Neo fu
solo disperazione, inutilità. Lanello con la Madonna
della Pietra di Bismantova incisa a colori non era più condiviso:
Nostra madre ce lo aveva donato affinché ci proteggesse,
lo portammo sul fronte francese e durante la guerra greco-albanese.
Il tenente Cacchi lo incitava, ma lui restava immobile. Ordinava
severamente, ma non reagivo. Poi disse: Se ci fosse qualcosa
da fare, sarei contento di rimanere, ma così..., e
dopo un attimo di meditazione abbandonò sulla neve la macchina
fotografica, rinunciando alla vita dicendo: Restiamo pure,
ma avrei preferito tornare a casa, almeno noi due. Mi smossi,
a quel punto, e sui camion, intanto recuperati, corremmo in ritirata.
Il giorno dopo avanzarono nuovamente, i russi avevano indietreggiato.
Sul campo, il 6° reggimento aveva perso il 70% dei soldati:
Il comandante Signorini morì di dispiacere.
 |
Due
feriti su un treno-ospedale che li porta fuori dall'inferno
russo. |
La battaglia di Postojali fu solo lintroduzione allavanzata
dal Don verso occidente. Unavanzata che subì undici
scontri, lultimo a... Peregrinai due giorni e due
notti nella steppa; le colonne si frammentavano, della mia compagnia
neppure lombra. Mi riportai verso la testa della carovana
e incontrai finalmente il tenente Cacchi. Gli occhi pieni di lacrime,
neppure il tempo di abbracciarsi che, valicata una collina, le avanguardie
vennero subissate di esplosioni. La discesa del colle non aveva
protezioni; laggiù un immenso sbarramento di mortai, Katiusce
e mitragliatrici. Si urlava Avanti, avanti!, e le squadre
si lanciavano contro qualsiasi postazione offensiva, spontaneamente,
istintivamente, per sopravvivere, molti disarmati. Venne il nostro
turno, i feriti gemevano, i russi non uccisero tutti, vincemmo.
Le armi non poterono più delluomo. Luomo, chiamato
a vivere, a non cedere, è più forte. Quel combattimento
era un muro di morte, come se dallinferno uno avesse incespicato
verso il Paradiso. Dallinferno al Paradiso: il passaggio avvenne
intorno a case di terriccio e paglia, una chiesa, un ponte
e una ferrovia. Era Nikolaiewka. La salvezza non fu più
allorizzonte, era sotto i piedi. Eppure la tristezza di Neo
era onnipresente: Uscito da un brutto sogno, mi voltai,
per sfortuna; mi voltai, il viso buttato verso la steppa, senza
riferimenti, alla ricerca del miracolo, dun corpo ancora vivo,
il corpo di Tebaldo. Non ci fu miracolo, la steppa non mi restituì
mio fratello. Il suo sguardo si sperse in un cielo bianco
nella terra arrossata, una terra di stelle senza brillìo,
di stelle nere che avevano smesso di brillare per sempre.
Da Nikolaiewka a Kiev Ruffini incontrò Riccò, un alpino
del suo paese, lo salvò, vennero ospitati in unisba,
una di quelle case che in tanti saccheggiarono vinti dal più
naturale degli istinti, la sopravvivenza. Kiev era lontana, distante
uninfinità, da percorrere a piedi. Nella stazione di
Karkow Neo scrisse e inviò una cartolina postale ai genitori:
Carissimi tutti, Tebaldo è morto tra le mie braccia;
non ha sofferto per nulla, non piangete. Baci, Neo. Kiev
distava ancora dieci giorni. Riuscii a ritrovare i compagni,
che oramai, dopo settimane di assenza, mi credevano morto.
Venne allora il tempo del treno, nella capitale ucraina. I vagoni
stipati, i canti italiani più belli, io che li accompagnavo
con un gran pianto triste, accovacciato in un angolo di un vagone
di allegria, un vagone su cui, allesterno, stava scritto cavalli
otto, uomini quaranta.
 |
L'interminabile
colonna della ritirata italiana nei pressi di Scelyakino. Sono
tutte immagini scattate da Cacchi. |
Ritorno alla vita
Questo è stato un frammento della campagna di Russia vissuta
dallalpino Neo Ruffini. Il racconto si ferma. Prima vennero
il fronte sul Monte Bianco, quella snervante attesa in trincea,
contro i francesi. I rifornimenti non arrivavano, e anzi, dovendo
accaparrarsi le scorte per mangiare, queste vennero fatte pagare
dallesercito. Fu il primo contatto con la guerra. Venne poi
il fronte adriatico, in Albania. Sulla costa, la meraviglia: Era
la prima volta che vedevo il mare. Gettati nel calderone
albanese, gli italiani, male equipaggiati, oltre ai danni fisici
subivano quelli psicologici di una guerra condotta sulla nostalgia:
i greci tentavano i soldati con canzoni popolari e vane promesse
perché si arrendessero. Terminarono i mesi in Albania, e
la compagnia di Neo Ruffini salì lungo un sentiero montano:
in una radura, lufficiale si fermò, in silenzio, e
pianse: Non torniamo a casa, alpini, la prossima destinazione
è la Russia. Periodo di congedo, eppoi... Eppoi
venne la neve, la steppa, linverno dei sentimenti, la crudeltà,
la violenza, la morte, la fine di Tebaldo, il fratello.
Neo non si arrestò, suo malgrado, una volta in Italia. Furiere
di alloggiamento in Jugoslavia, addetto alla predisposizione delle
retrovie in vista della spedizione contro i partigiani titini, dopo
larmistizio dell8 settembre1943, fu catturato dai nazisti
e internato in Germania. Lì, scrive Neo nel suo riassunto
di una lunga prigionia, fu contadino, fabbro, falegname, operaio
lungo le ferrovie, sotto i bombardamenti alleati. Lì altre
giornate sul filo del rasoio, e il bacio meschino del destino: una
mattina venne centrato da una granata. Dal ginocchio al piede, restava
solo un lembo di polpaccio. La morte lo sfiorò, ma non lo
sbaragliò. Aiutato da un prigioniero meridionale, assassino
e brigante, finito nellesercito per scontare la pena, si salvò.
Mutilato, ma salvo. Nellospedale, lindomani, entrarono
gli Alleati. Proprio il giorno dopo...
Cominciò la lenta convalescenza, poi il ritorno a casa, il
ritorno alla vita. Era il 1946.
Ora siamo nel 2002. Parliamo con Neo una sera dagosto, per
ore e ore. Ci accoglie in casa, sua moglie fuori con figlia e nipote.
Il racconto ha inizio, tutto da quel servizio su LEuropeo,
quel primo reportage a colori di guerra. Roberto Cacchi, autore
con Gianfranco Ucelli, vive a Milano. Continua a sentirsi con il
suo attendente.
d.razzoli@tuttomontagna.it
|
|
GLI ITALIANI IN
RUSSIA
Allinvasione tedesca dellUnione Sovietica
presero parte, oltre a truppe romene, ungheresi, slovacche,
fìnlandesi e di volontari spagnoli, anche unità
italiane. Si trattò dapprima di un corpo darmata
di circa 62mila uomini, denominato Corpo di Spedizione
Italiano in Russia (Csir), al comando del generale
Messe, che venne poi integrato con altre unità
sino a raggiungere nel momento di massimo impegno lentità
di unarmata di 230mila uomini (VIII Armata o Armir,
Armata Italiana Russia), al comando del generale Gariboldi.
Dotati di scarsissimi mezzi (per i trasporti solamente
55 carri leggeri e 380 pezzi anticarro, in grado di
scalfire appena le pesanti corazze dei carri armati),
del tutto impreparati, malamente equipaggiati, questi
soldati, impegnati sul Don, subirono lo sfondamento
del fronte tra il dicembre 42 e il gennaio 43:
nella ritirata che ne seguì, nel corso della
quale i camerati tedeschi si rifiutarono
di fornire loro i mezzi di trasporto necessari per porsi
in salvo, furono decimati, oltre che dai combattimenti,
dal freddo intensissimo dellinverno russo.
Circa 85mila combattenti italiani in Russia non fecero
più ritorno; 27mila i congelati.
CRONOLOGIA
essenziale sulle azioni svolte dalla divisione Tridentina
sul fronte Russo
Primo periodo
(trasferimento dalla zona di radunata Nowo Garlowka-occupazione
e difesa del settore di Gorbatowo sul medio Don) metà
agosto-9 ottobre 1942.
Secondo periodo
(trasferimento nel settore di Podgornoje e sistemazione
a difesa sul Don) 10 ottobre 1942-16 gennaio 1943.
6 novembre: lArmir assume la responsabilità
del settore sul Don tra Karabut e Bassowka, 28 km. Sforzi
sovrumani per la sistemazione difensiva contro i russi
e i rigori dellinverno
Mese di gennaio: il 15, 16, 17 due reggimenti nemici
protetti dal fuoco delle retrovie sferranno attacchi
nella zona di giunzione tra Tridentina e Vicenza. La
posizione resta inviolata nonostante le perdite.
Terzo periodo
(ripiegamento sotto la pressione nemica e rottura
dellaccerchiamento russo) 17 gennaio-30 gennaio
1943
20 gennaio: la Tridentina ripiega verso Podgornoje,
Stalingrado cade, i settori tedeschi, rumeni e ungheresi
cadono per primi. LArmir ripiega in difesa, poi
in ritirata, anzi in avanzata verso occidente contro
laccerchiamento russo. La Tridentina costituisce
lavanguardia. Prosegue lavanzata lungo la
scia della Tridentina.
Il 6° alpini punta su Postojali e lo attacca con
il battaglione Verona. É il primo scontro, ripiega
ma contiene la pressione nemica. Il Val Chiese arriva
in sostegno con il Bergamo e il Vicenza, più
truppe tedesche. Postojali cade, destinazione Nowo Karkowka.
É frustrato il primo tentativo di frantumare
la Tridentina. Il 6° alpini, snervato, passa in
retroguardia dopo aver respinto numerosi attacchi.
21 gennaio: da Nowo Karkowka a Lymarewka e Scheljakino.
Il freddo è il nemico.
22 gennaio: obiettivo Ladomirowka. Lavanguardia
raggiunge la sella di Scheljakino che domina il paese,
accolta da violento fuoco di armi automatiche, mortai,
artiglierie. Gli alpini della Tridentina, il 5°
reggimento, penetra.
24 gennaio: le offese nemiche arrivano a Malakejwka,
gli alpini in due ore sfiancano i russi. Verso Romankowo.
25 gennaio: resistenze a Nikitowka, che viene
occupata.
26 gennaio: fuori dallabitato di Arnautowo,
i russi hanno predisposto un attacco in massa. Qui è
il 5° alpini che spezza la reazione avversaria,
avanzando.
Nel frattempo, il 6° alpini, giungevano a Nikolajewka,
lultima muraglia, e sferravano lattacco,
il più tremnedo. Scarsità di munizioni,
30° sottozero, disordine: dopo durissimi combattimenti,
alle 11 il 6° combatte nellabitato. Alle 12
arriva il grosso delle truppe, lartiglieria scaricava
e sfruttava lo slancio del 6°. La colonna sosta
sulla vinta Nikolajewka. 40 ufficiali uccisi; incalcolabile
le perdite delle truppe. La sola Tridentina, su cui
gravava la responsabilità dellavanzata,
aveva rotto lacerchiamento: 200 km di marcia combattendo,
senza rifornimenti e sotto il fuoco nemico. La colonna
di alpini era di 40mila uomini appoggiata alla Tridentina.
27 gennaio: ricomponendo i ranghi e contando
i superstiti il comandante del 6° alpini, vinto
dalle fatiche sopportate e dai dolir sofferti, muore.
29, 30, 31 gennaio: le resistenze russe sono
tramontate. Raggiunti Bessarab, Bolsche e Troiskoje,
il ritorno alla vita arriva a Shebekino.
Poi il rimpatrio, continuo fino a marzo.
|
|
|