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DIALETTO E TRADIZIONI
Vita al Trëg
La storia del 99enne Olinto Battistelli, scarpulîn
ma non solo. Che fatica andare a véddie
dalla fidanzata: se poi il Dolo era gonfio...
di Remo Secchi
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Olinto
Battistelli con il suo cane, Tito, e uno dei grandi spaventapasseri
piazzati davanti a casa (foto Clorinda Rondini). |
A pochi chilometri da Morsiano, lungo la strada che un tempo portava
da Lama de Bargi a Costalta, esiste una località chiamata Trëg,
che prende il nome dal grosso abbeveratoio in legno (il trëg, appunto)
che una volta era alimentato dallacqua sorgiva che scaturiva dal
terreno in quel punto. Lacqua era così abbondante che gli
abitanti della zona portavano lì ad abbeverarsi le mucche al rientro
dal pascolo, e le massaie dei dintorni venivano a lavare i panni nel lavatoio
costruito appositamente, di fianco al trëg. Cera anche un pozzo,
nei pressi della sorgente, ma qualche anno fa la maldestra manovra di
un trattore lha demolito.
La cosa che però oggi caratterizza il Trëg non è più
questa sorgente, che dopo il terremoto del 1928 ha diminuito sensibilmente
la portata dacqua, ma sono due grossi spaventapasseri,
ben visibili da chi transita sullattuale strada per Costalta, che
segue un tracciato diverso rispetto alla carraia del passato. Per avere
qualche spiegazione siamo andati al Trëg insieme a Liliana Merciadri,
la quale ci ha fatto conoscere Olinto Battistelli, che qui abita da sempre
nella casa di famiglia, costruita nel 1888.
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Olinto
con alcuni dei suoi attrezzi (foto Clorinda Rondini). |
Essendo lui nato l11 maggio 1903, può vantare la bella età
di 99 anni. Al nostro arrivo piove a dirotto ed è piacevole, entrando,
trovare il calore della vecchia stufetta in ghisa. Olinto ci aspetta seduto
sul divano: restiamo colpiti dalla sua cortesia e da quel senso di grande
ospitalità che sa di antico. Battistelli è probabilmente
uno dei pochi montanari che sono riusciti a non spostarsi mai dalla propria
terra: la sua vita, infatti, si è svolta interamente in questa
splendida vallata, dalla quale si vede, in tutta la sua maestosa bellezza,
la catena del Cusna. Siamo rimasti sorpresi dalla sua incredibile vitalità
e dalla precisione con cui ci ha regalato una parte dei suoi ricordi,
attraverso i quali possiamo raccontare ancora una volta un po di
storia della nostra gente.
I terreni della proprietà del Trëg, sia per lestensione
che per la loro felice posizione, davano buoni raccolti, e la famiglia
Battistelli, che per lepoca poteva considerarsi agiata, aveva nella
stalla otto mucche, due buoi già idonei al lavoro nei campi (aratura
in particolar modo) e altri due più giovani, che lanno successivo
avrebbero sostituito i primi. Inoltre, avevano sempre diverse pecore,
un maiale, galline, conigli e altri animali da cortile. Olinto, che fin
da bambino fu impegnato, come il resto della famiglia, nei lavori dei
campi e nella stalla, ricorda simpaticamente che di pari passo con la
sua crescita aumentava anche la stazza degli animali cui badare; così
era passato dalle galline alle pecore, e quindi alle mucche. Dopo aver
frequentato, a Morsiano, la scuola fino alla terza elementare dalla maestra
Luisa Franzoni, verso i 15 anni Olinto venne mandato a Gazzano da Battista
Fontana a imparare il mestiere di scarpulîn (calzolaio). A questo
punto è necessario spiegare questattività, che si
svolgeva a domicilio.
| Una delle
figure in sasso scolpite da Battistelli. |
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Olinto, infatti, si recava a casa dei clienti con la propria valigetta
di arnesi e, generalmente, una volta entrato in una casa ne usciva soltanto
dopo che tutti i membri della famiglia erano stati serviti. Gli arnesi
dello scarpulîn erano martello, coltello, forbici, lèsna
(ago per forare il cuoio), burchèt (borchiette), sméntîn
(piccoli chiodi) e sfîl (coltello per sfilare). Per reperire il
cuoio era necessario recarsi, naturalmente a piedi, fino a Piandelagotti,
dove si poteva acquistare un quarto di pelle di mucca debitamente trattata,
proveniente da Pescia. Per fare le scarpe si utilizzavano apposite forme
di legno, che naturalmente facevano parte dellattrezzatura dello
scarpulîn. Dopo aver scelto una forma di misura adeguata al piede
del cliente, vi si avvolgeva praticamente intorno il cuoio, creando la
parte superiore della scarpa, che prendeva il nome di palastra, e veniva
cucita con la lèsna alla tmâra, che era invece la parte della
scarpa che veniva a contatto con la pianta del piede. La suola, cucita
a sua volta alla tmâra, era formata da alcuni strati di cuoio sovrapposti,
così come il tacco, che però era formato da un numero maggiore
di strati di cuoio tenuti insieme da minuscoli chiodi di legno (caìttïe).
Il lavoro veniva pagato a giornata, e Olinto riusciva a confezionare due
paia di scarpe al giorno. Morsiano, Novellano, Asta, Campo Magnani e Gova
erano i paesi nei quali aveva il maggior numero di clienti, ma dopo il
45 smise del tutto di fare lo scarpulîn, mestiere che aveva
comunque svolto sempre in modo saltuario.
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Un
primo piano di Olinto, un uomo che non ha mai visto il mare in 99
anni di vita. |
Olinto è stato sposato ed è riuscito a festeggiare le nozze
doro, con una messa celebrata però in casa a causa delle
non buone condizioni di salute della moglie, Virginia Capitani (oggi scomparsa),
con la quale si era unito in matrimonio a Frassinoro il 22 giugno 1939.
Aveva conosciuto la sua sposa a Gusciola, nel Modenese, dove si era recato
a raccogliere castagne a mèz e dove lei, che abitava però
a Venano, aveva un castagneto. Olinto racconta che andava a véddïe
dalla fidanzata soltanto la domenica sera, ma benché camminasse
di passo svelto, impiegava circa due ore e mezza a coprire il percorso
che dal Trëg lo portava al mulino di Morsiano, dove attraversava
il Dolo e da qui risaliva sulla sponda modenese a Panigale, Pian di Venano
e Venano. Al ritorno, poi, come se non bastasse, capitava che al mulino
di Morsiano non si potesse attraversare il Dolo perché a volte,
la domenica, dalla diga di Fontanaluccia si lasciava defluire una certa
quantità dacqua che, inevitabilmente, rendeva inutilizzabile
il guado. In questo caso Olinto doveva risalire fino a Rovolo e tornare
a casa da Gazzano, allungando ulteriormente la strada. Pér
bûna furtüna (per buona fortuna),come dice lui, questo
accadeva però solo destate, perché durante linverno
Virginia
andava a lavorare a Milano.
Nonostante la sua bella età, Olinto non ha dovuto combattere nessuna
delle due guerre. Infatti, quando si è svolta la prima guerra mondiale
era troppo giovane e durante la seconda aveva già due fratelli
al fronte, per cui è stato esonerato. Oltre ai due fratelli Ettore
e Aladino, Olinto aveva due sorelle, Celide ed Elide, entrambe decedute
in Francia, dove erano emigrate, e la gemella Amina, scomparsa qualche
anno fa. Oggi Olinto continua a vivere da solo al Trëg, dove viene
quotidianamente a fargli visita la nipote Carla, che lo aiuta a sbrigare
le faccende di casa. Quando la bella stagione lo consente, Olinto si dedica
senza tanti problemi a numerose attività: scolpire sassi, impagliare
sedie, fare ceste di vimini e curare gli animali della sua fattoria. Durante
la nostra intervista il cielo concede una schiarita, e senza tanti preamboli
Olinto ci accompagna fuori per mostrarci gli spaventapasseri giganti che
ha fissato davanti a casa, per impaurire un falco che aveva preso il vizio
di ghermirgli i piccioni nel cortile di casa. Ci mostra anche le sue due
galline, le tre anatre, i conigli e il cane Tito. Gli chiediamo qual è
il suo segreto per mantenersi così in forma, e lui spiega che è
abituato a mangiare poco e spesso, che non ha mai assaggiato pesce, mangia
molta frutta e solo la carne dei suoi piccioni (ora che il falco sta lontano!).
Lo salutiamo, riconoscenti per lottimismo che ha saputo infonderci
con la sua semplicità, la calorosa accoglienza e la sincera ospitalità.
Salendo in auto vediamo il cartello con scritto attenti al cane,
e il muso di un cane scolpito da lui in una radice che spunta dal terreno
(foto). Ci saluta con un: Turnâ quand a vlî, ragàcce,
tânt mi a sûn sêmpré chì! (Tornate quando
volete, ragazzi, tanto io sono sempre qui!). E a questo punto cominciamo
a crederlo anche noi...
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