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STORIA DELLA "STAFFETTA" IMELDE CAMPANI Così era Noris Infaticabile, coraggiosa e altruista. Aderì a
soli 19 anni alle formazioni partigiane. di Ivo Rondanini
Dai mezzadri Pietro e Olga Natalini nasceva a Baiso, il 21 maggio 1925,
Imelde Campani. Dopo di lei, coi ritmi tipici del tempo e delle famiglie
contadine, vennero alla luce Redento (1927), Ostilio (28), Celesta
(29), Fiorella (30), Edda (31), Osanna (32, scomparsa
poi appena 15enne) e Barbara (33), che visse per soli cinque giorni.
Allepoca, il Comando Unico della zona montana era costituito dal
comandante generale col. Monti (Augusto Berti), dal vice comandante
cap. Miro (Riccardo Cocconi), dal capo di stato maggiore cap.
Aldo (Osvaldo Salvarani), dal commissario politico generale
Eros (Didimo Ferrari), dal vice comandante generale Franceschini
(Pasquale Marconi) e dallintendente generale magg. Barbanera
(Annibale Alpi).
Don Domenico Orlandini, Carlo, al loro riguardo così
si espresse: Occorreva più coraggio per fare la staffetta
che per fare il partigiano in montagna. UNA STORIA PARTIGIANA
Il 15 giugno presi la decisione, forse la più importante della
mia vita: mi unii ai reparti partigiani che sulle terre del nostro Appennino
combattevano per la libertà e per la dignità dellItalia
e delluomo. Il compito che mi fu affidato non appena arrivata al
distaccamento Russi fu quello di tenere i collegamenti fra
i vari distaccamenti e il Comando Unico, portando messaggi e ordini. Altre
donne erano impegnate attivamente in quel compito di staffette: fu dopo
loscurantismo dei secoli passati il primo sintomo della liberazione
della donna e la sua partecipazione attiva alla vita pubblica, sociale
e politica. Sempre con il compito della staffetta, dopo un mese passai
al servizio del Commissariato, poi al Comando Unico e, infine, al Battaglione
alleato Gufo Nero.
E siamo allepisodio che voglio raccontare. Nellautunno del 1944 mi fu affidato lincarico di recarmi a Reggio Emilia da S.E. il Vescovo perché si adoperasse e facesse da tramite in una operazione di scambio di prigionieri. Partii con una vecchia e scassata bicicletta... sostai a Valestra dal parroco don Palazzi, amico dei partigiani, dove ho sempre trovato accoglienza e ristoro nei miei continui spostamenti. Raggiunsi Reggio, portai a termine la missione affidatami e ripartii immediatamente per i monti... Il lasciapassare, valido per le ore diurne, scadeva alle 18. A quellora, con angoscia, mi trovavo però soltanto poco prima di Baiso, e lì era installato un importante Comando tedesco. Il pericolo di essere arrestata e torturata, o peggio, di essere spedita nei lager germanici, mi sovrastava... Il buio era già sceso con le prime nebbie dautunno. Un senso di smarrimento e di malinconia insieme mi prese allimprovviso... mi sentii perduta. Pensai alla mia casa, ai miei genitori, ai miei fratelli... forse non li avrei più rivisti. Mi feci forza e cercai di scacciare dal mio animo quel turbamento improvviso. Abbandonai la bicicletta in un cespuglio e con il cuore che batteva forte forte entro il petto mi avviai. Attraversai campi, boschi, percorsi mulattiere, carreggiate di campagna fangose... Finalmente, allalba, con il cuore in gola, mi sentii in salvo: avevo intravisto le prime sentinelle partigiane. La lunga notte di terrore era finita. Ebbi allora il presentimento che unaltra buia notte stava per terminare: quella della dittatura e della tirannia. IL DOPOGUERRA
Terminata lodissea partigiana, il 1° gennaio 1949 Imelde Campani
si sposò con Ivan Venturi nella chiesa di Migliora. Imelde emigrò
a lavorare in Svizzera, fece ledicolante a Carpineti per alcuni
anni, ma lattività che ha svolto più a lungo è
stata quella di bidella presso le scuole medie del capoluogo, dove si
è conquistata la benevolenza di alunni e insegnanti. Il 23 maggio
1972 venne insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per lo
slancio e la totale dedizione alla causa della libertà. Il marito
Ivan, già vice del sindaco carpinetano Bruno Valcavi, gli succedette
indossando la fascia tricolore dal 77 all80.
TESTIMONIANZE DALL'INGHILTERRA Mi salvò la vita Carissima Noris finalmente dopo tutti questi immensi di anni ho riuscito
finalmente a poterla scrivere. Io spero che lei si ricordi di me io sono
il signor Giorgio Alan, il soldato che lei ha salvato la vita, quando
noi paracadutisti attaccammo il comando tedesco nella Villa Calvi in cui
io fui ferito grave da non poter camminare in cui fui costretto a viagiare
a cavallo per ventidue ore, quanto lei mi aiuto ad atraversare il paese
Febbio come di seguito in altre zone, poi ricordo quando lei mi medico
nel sotteraneo della chiesa, finalmente dopo fui trasportato in ospedale,
quando poi non ho più potuto incontrarla. Carissima Noris vorrei
tanto venire in Italia pero per adesso non posso dirle quando perché
non posso essere sicuro se lei riceverà questa lettera, oppure
avrei tanto piacere se voi potreste venire qui in Inghilterra. Lindirizzo
suo ho potuto ritrovarlo trammide il giornale SAS annuale speditomi dal
magg. Roy Farran. Signora Noris per il momento non voglio farla tanto
lunga perché il sig. Domenico deve andare via, poi non appena ci
potremo rincontrare potremo fare una lunga parlatina. Se le fa piacere
non appena lei riceve la mia lettera se potrebbe farmi la cortesia di
potermi fare una telefonata a costo mio qui in Inghilterra. Cara Noris
per il momento la lascio con la speranza di avere informazioni di lei
il più presto possibile, le raccomando di farmi una telefonata
così potrei essere sicuro di aver scritto allindirizzo giusto,
cara Noris. Io chiudo questa lettera salutandola con i miei rispetti e
di vederla a presto. Ciao ciao. ... Mi ricordo della cara Noris, che ho ammirato così tanto.
Era la più coraggiosa delle staffette che erano coi partigiani
italiani di Reggio, Parma e Modena. Era uno scout, di quelli che ci dicevano
dove erano le difese tedesche, dopo esserci passata in mezzo in bicicletta.
Ci ha accompagnati in molti raid e correva su e giù per le montagne
come un uomo. Mi ricordo una volta, durante una lunga notte di marzo,
ed eravamo vicino a un villaggio occupato dai tedeschi poco distante da
Baiso: aspettavamo notizie dai nostri scout circa la strada migliore da
intraprendere, quando lei mi prese per un braccio e mi diede un uovo sodo,
poiché ero stremato dalla fame. Si prendeva cura anche dei nostri
feriti. Noris non era solo coraggiosa, ma molto bella e aveva degli accattivanti
occhi verdi. Lho vista solo un paio di volte dopo la guerra. Noris
fu una genuina eroina di guerra italiana. Sotto il fuoco a Quara, rimase
fredda come e più di un uomo.
Il Gufo Nero
Quello del Gufo nero era un distaccamento comandato da Glauco Monducci
(Gordon) e composto da partigiani provenienti dalle varie
brigate. In tutto una trentina di uomini notevolmente armati: un Bren
ogni tre, tutti con uno Sten meno i portatori di Bren. Ivo Rondanini
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