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L'INTERVISTA/L'EX LEADER DEI C.S.I. ORGANIZZA CONFUSION&
E ora che il mondo torni a casa nostra
Giovanni Lindo Ferretti racconta il suo festival e
la sua montagna. "Ho preso musiche e voci da tre continenti",
cose mai viste da noi. "Il nostro cuore musicale? Le campane. Il
Maggio come una festa sull'Himalaya". "Non posso maltrattare
la musica, è stata troppo buona con me".
di Giovanna Caroli
Tra
queste valli, tra queste montagne il mondo in casa, a casa nel mondo:
questa lessenza di conFusion&, il festival culturale
elaborato da Giovanni Lindo Ferretti e voluto dalla Provincia di Reggio
Emilia, Regione Emilia Romagna, Ater, Comune di Castelnovo Monti, Comunità
montana, Unione dei Comuni dellalto Appennino reggiano, Re Appennino
con il contributo della Fondazione Manodori: un progetto che dal 23 giugno
scuote luoghi celebri e meno celebri della nostra montagna,
azzerando il concetto di rassegna estiva in favore di una proposta dal
taglio alto capace di inserirsi nel cuore della nostra vita culturale
favorendone un deciso salto di qualità.
Voglio organizzare a Castelnovo Monti degli avvenimenti assolutamente
unici e irripetibili che si possono vedere solo qua perché qua
hanno la loro ragion dessere - conferma Giovanni Lindo Ferretti,
direttore artistico del festival -. Dietro conFusion& cè
un pensiero forte, una forte attenzione e la consapevolezza che questo
non è altro che il primo piede messo fuori dalla porta. Il mio
festival è un progetto a lungo termine: conFusion& è
ciò che sta allinterno dei nostri cuori e della nostra testa,
non sappiamo leggere quello che viviamo, siamo sicuramente impreparati,
ma bisogna cominciare a mettere qualche punto fermo: siamo cittadini del
mondo; cittadini del mondo trovano ciò che noi abbiamo abbandonato
sufficiente a loro per immaginarsi una nuova vita. Questanno io
fotografo la realtà e cerco di portare cose di qualità in
montagna partendo dal presupposto che noi abbiamo visitato tutto il mondo,
quindi è ora che tutto il mondo torni a casa nostra: ho preso la
più bella voce del Vietnam, gruppi dallAfrica e dallAsia,
dallAmerica. Ma
la proposta vera è giocare sulle nostre qualità e invitare
i grandi artisti a fare i conti col fatto che noi abbiamo delle specificità
forti: le campane, il Maggio. Il nostro territorio ha già un cuore
musicale che è la fonderia Capanni che da sempre costruisce campane
per tutto il mondo. Abbiamo più di duecento campanili con gruppi
campanari meravigliosi. Ho individuato tre artisti di livello mondiale
cui chiedere un progetto specifico sulle campane e su questa valle: occorreranno
circa due anni. Abbiamo poi il Maggio di Villa Minozzo, che ha la capacità
di interessare la stampa nazionale ma è entrato in una dimensione
autoreferenziale: il paese ha la sua compagnia e fa lo spettacolo quando
i paesani tornano a casa, dimenticando che il Maggio è una festa
rituale, strettamente legata a un mese, è come il festival di primavera
che si fa sullHimalaya, è lo stesso modo di rapportarsi al
mondo, allepica, alla capacità di raccontarsi la storia.
A me piacerebbe vedere il grande teatro himalayano sulle aie di Villa
Minozzo insieme ai maggerini: si può fare! E un colpo docchio
nuovo, una capacità di vedere quello che abbiamo senza chiuderci.
Una sollecitazione che lartista cerretano non ha mai fatto mancare
a cittadini e amministratori dei nostri monti e che ora ribadisce con
forza: Quello che manca a questa terra è la consapevolezza
che noi siamo dei privilegiati, che quindi le colpe sono nostre: siamo
in grado di prenderci in mano la nostra storia? Di ripensarci come collettività?
Il vantaggio di abitare in montagna è stato distrutto dallidea
per cui i montanari pensano di essere gli ultimi, i meno privilegiati,
quelli che per rincorrere la vita devono andare a Milano. E la diatriba
da mese dagosto al bar, con chi torna: Ma tu come
fai a stare al Cerreto dove non cè teatro, non cè
cinema, non cè occasione di vita sociale, non cè
niente, mentre a Milano cè tutto?. Vero, ma adesso
ti dico cosho fatto io dal primo gennaio a Ferragosto abitando al
Cerreto, tu mi dici che cosa hai fatto abitando a Milano... Io ho una
macchina come te... In città cè tutto: il problema
è che poi questo tutto è insignificante nella vita quotidiana:
non è che siccome uno ha tutto ne approfitta, siccome ha tutto
si consola e sta in casa a guardare la televisione come chi sta al Cerreto.
Cè una grande sconnessione tra la vita reale, le idee e le
parole che raccontano questa stessa vita. Noi montanari siamo dei grandi
privilegiati, ma non rendendoci conto di vivere in una fascia di privilegio
lo distruggiamo e ci accodiamo allesatto contrario: si entra in
una dimensione in cui sei un numero, una casella, parte di uninfinità
di possibilità cui tu non accedi mai: nessuno di quelli che si
sono trasferiti dal Cerreto è mai andato a teatro perché
abita in città. Non potrei mai vivere al Cerreto se non fossi in
rapporto con la città: se ci si rinchiude, la vita in montagna
diventa sopravvivenza. La montagna può ricavare grande beneficio
dai cambiamenti del mondo moderno, purché sappia pensarsi già
allinterno di questo cambiamento, invece è questo che non
sa fare. Oggi che con lagricoltura biologica il nostro luogo è
privilegiato, è una certificazione in atto che non ci sono più
agricoltori in montagna. Da noi il turismo è fermo agli anni Cinquanta
con la villeggiatura di due mesi. Oggi il turismo è fatto di nicchie
iperspecializzate e noi non siamo nemmeno capaci di fermare a casa nostra
i turisti che in moto salgono lungo la 63 per passare dalla Pianura Padana
al mare. Perdiamo quello che abbiamo già in casa alla ricerca di
quello che non avremo mai. Il problema più grosso sta nella testa
e nel cuore dei montanari. In tutti i campi siamo fermi a ieri. Non possiamo
ridurre la nostra montagna a un pezzo di pianura, possiamo vedere quello
che la montagna offre e in quello che è specifico della montagna
trovare la nostra fortuna. Per il mio festival, non perché lo faccio
in montagna abbasso la qualità.
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Piero
Pelù (al centro) spettatore alla Pietra con Giovanni Lindo
Ferretti, primo a destra (foto Linda Costi studio Vanicelli). |
Da quali premesse è partito nel pensare il festival?
Ho voluto entrare in un circuito che immagino aperto dalla nostra
emigrazione, che ha trasformato la montagna spopolandola. I primi sono
partiti alla ricerca di una vita nuova, scappavano dalla fame ma non cercavano
solo il pane: anche la possibilità di costruirsi una vita da unaltra
parte. Negli anni Sessanta non si cercava più una vita nuova, bastava
un salario. Abbiamo messo in circolo delle energie che ora stanno ritornando
a noi: quella che era una terra di emigrazione è divenuta una terra
di immigrazione.
Qualcosa di molto vicino al percorso di molti emigranti e al suo
personale: Cerreto-Berlino e ritorno, passando attraverso molte stazioni
e molte stagioni...
Sono nato a Cerreto Alpi, abito a Cerreto Alpi. In realtà
la mia vita si è svolta molto lontano. Io sono un transumante come
mio padre, come mio nonno, solo non pascolo pecore. Sono tornato a casa,
dopo una lunga permanenza a Berlino, per piccole cose: in città
la casa era piccola, buia, laffitto costava molto, i trasferimenti
e il parcheggio impegnavano molto tempo. Al Cerreto la mia camera da letto
è 90 metri quadri....
Dal Cerreto a Berlino, da cantante dei Cccp a direttore artistico
di Bologna 2000 e ora di conFusion&... Domani...
La musica è entrata nella mia vita in modo casuale. Ho cominciato
grazie al punk, quando la musica moderna era diventata così insignificante
che non cera più distanza tra la platea e il palco: eravamo
in grado di farla tutti, un po quello che sta accadendo oggi con
la politica... E diventata poi un mestiere, ma non mi sono mai sentito
parte della categoria dei musicisti: era più forte la casualità
dellimpegno e ne ho scontato sempre i limiti: proprio nei momenti
in cui le cose andavano bene avvertivo che quella non era la mia giusta
dimensione e partivo alla ricerca di altro. Trovo più adatto a
me lo stare dietro il palco. Non posso maltrattare la musica: è
stata troppo buona con me, non farò più concerti rock, ma
se una sera devo rendere omaggio a don Dossetti il modo migliore è
con le mie parole, le mie canzoni, le mie musiche. Tutto quello che sta
tra la musica e la letteratura mi affascina e farò tante piccole
cose. Lo spazio che mi si addice è lorganizzazione di eventi.
La musica a me interessa in montagna come una scintilla che va a rivitalizzare
questa comunità. Se non accade, considero persa questa partita.
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La
magia dello spettacolo sulla sommità della Pietra (foto Linda
Costi studio Vanicelli). |
La musica delle campane richiede anche i campanari...
Tutto ciò che stavamo perdendo sta rifiorendo. Il festival
si è aperto a Reggio, tra municipio e Duomo, con un gran concerto
di campane che dicono E cominciata lestate in montagna.
Bisogna riallacciare i rapporti con la città, che in realtà
non usa la sua montagna ma va a cercare la montagna degli altri dove la
porta lautostrada. E giusto che i reggiani vadano sulle Alpi,
ma è giusto anche che abbiano idea che alle loro spalle cè
una montagna affascinante, incantevole e dimenticata. Allora il nostro
festival comincia laggiù, con le campane a distesa.
Ma rimane il problema delle strade... Gatta-Pianello? Modena-Lucca?
Io non cavalco il consenso. Non cè dubbio che chi ha
bisogno di strade ama profondamente il suo territorio, a volte però
non è ben consapevole di quello che vuole e di quello che gli è
necessario. La Gatta-Pianello sta sul greto di un fiume, ad ogni alluvione
diciamo che le strade sui fiumi non si devono fare perché prima
o poi ci scappa il morto, poi allimprovviso tutti fingono che non
cè più questo problema: non cè più
fino alla prossima inondazione, fino al prossimo morto! Io vorrei vedere
le firme: chi è il responsabile alla fine, il giorno in cui una
famigliola sarà travolta dalle acque del fiume, chi se ne assumerà
la colpa? Noi ci inimichiamo tra di noi per costruire, poi per distruggere,
ma nessuno ha mai nessuna colpa. Tutti cavalcano il consenso, che però
non ha un nome e cognome. Io voglio sapere chi dei nostri amministratori
dice: Sì, noi facciamo la strada sullalveo del fiume
perché i nostri morti poi ce li piangeremo da soli!. Quando
decide di fare paura, il Secchia fa paura più del Po. La montagna
si va spopolando: questo è il nostro problema; non possiamo risolverlo
immaginando le fondovalli sui fiumi: non risolvono il problema e cè
una legislazione italiana che dice che non si può costruire sui
fiumi. In pianura si sta discutendo per togliere le case dalle darsene
e qui spendiamo soldi per costruire sul fiume? Quanto alla Modena-Lucca
- che passerebbe anche sul nostro territorio - al posto del raddoppio
della Bologna-Firenze, per avere il raddoppio di un budello che tiene
sul chi vive tutto il Paese abbiamo impiegato trentanni, adesso
che possiamo partire... Resterò sempre contrario a strade fatte
sui fiumi perché apprezzo il mondo per quello che è: a me
piacciono i fiumi, un po li venero anche... non abbiamo nemmeno
risolto i problemi della 63 che rischia di bloccarsi da un momento allaltro
e partiamo con le superstrade sulle fondovalli? Sembrano i discorsi del
bar....
Meglio tornare allora alla conFusion&: viste le sue premesse
e lattualità, potremmo considerare il festival il contributo
di Giovanni Lindo Ferretti a unaltra globalizzazione?
La globalizzazione è un dato di fatto, è il percorso
che lumanità nella sua interezza sta facendo, pieno di difficoltà,
con nemici già in atto. La globalizzazione non può essere
la distruzione delle culture sulla Terra, la globalizzazione non può
essere che il luogo dellincontro delle culture sulla Terra. E
la sfida politica che tocca a noi. Il mondo sta diventando uno: luno
però è la meraviglia delle differenze. Non portiamo i Pigmei
a Castelnovo se i Pigmei cantano come la banda del liscio di uno dei nostri
paesi: il motivo della globalizzazione è la necessità delle
differenze. Se la globalizzazione diventa distruzione dei più deboli,
dobbiamo contrastarla ciascuno nel proprio operare. A 48 anni la mia battaglia
non posso farla in piazza, devo condurla facendo il mio lavoro col massimo
rispetto per la condizione umana.
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I
Pigmei davanti al santuario della Pietra (foto Linda Costi). |
Sulla base della sua esperienza, come giudica il gesto di rivolta
dei giovani?
La vita ha una sua complessità: ci sono pensieri, azioni
e manifestazioni che nella fase adolescenziale, se non sono giustificabili,
vanno però accettati dagli adulti perché la vita è
un divenire. Se io non avessi urlato fin che ero un ragazzino non apprezzerei
il silenzio oggi che sono di mezza età. I peggiori estremisti di
oggi saranno i migliori governanti domani perché seguono una pulsione
vera. Se i ragazzini manifestano, il mio cuore è con loro, anche
quando sbagliano. Non do consigli - i giovanissimi non li accettano -
ma li invito a rendersi conto che la società pone dei limiti oltre
i quali si entra nella dimensione penale, dopodiché si può
pensare che a volte un po di carcere salva una vita. Non mi preoccupano
i giovani, ma gli adulti che non vogliono crescere, che non sono in grado
di rapportare la propria storia al mondo. Io ho cominciato facendo il
militante sciocco ed estremista di Lotta Continua, ma era tanto tempo
fa. Non posso negare quel pezzo di strada, per quanto non abbia più
niente che mi lega ad esso, so che non andrò più in manifestazione
ma le ho fatte tutte. Ora, lavorando, so che ci sono dei problemi al mondo
ed è nel mio lavorare che devo aumentare i pregi e diminuire i
difetti di questo operare e di questo mondo.
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