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SENSAZIONALE RICERCA SU UN PIATTO "PRIMORDIALE"
Sulle orme del primo starolo
Nel Modenese il borlengo è tutelato da un disciplinare.
Ma, incredibile, scopriamo che era cotto nei nostri "sol" di
rame. Dove noi preparavamo lo starolo. Isa Poletti di Talada
ci regala la sua ricetta. L'appello: un prodotto da salvare.
di Normanna Albertini
Sembra che tutto sia cominciato con poche gocce di polta cadute per sbaglio
su una pietra arroventata del focolare. Pultes è un termine latino
che indica le polentine di farina e acqua; il primo cibo che, con la scoperta
dellagricoltura, sostituì i semplici grani arrostiti e bolliti
in tutto il bacino del Mediterraneo. Tanto che Omero, più tardi,
in alcuni passi dellOdissea, parlerà di uomini mangiatori
di farina e di mangiatori di pane, distinguendoli dagli
abitanti dellentroterra europeo, che si nutrivano in prevalenza
di carne. Comunque, quel po di poltiglia collosa finita accidentalmente
sulla pietra bollente si trasformò nel primo pane della storia,
spingendo le donne a produrlo appositamente, affiancandolo alle pultes.
Era un pane azzimo, e più che al pane somigliava a una piadina,
uno starolo, un testarolo, un borlengo, una burtlèina... Non era
ancora la pasta lievitata della carsenta e della tigella.
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Isa
Poletti nella cucina di casa. In primo piano, due padelle di rame
stagnato nelle quali si friggevano gli staroli |
Acqua, farina e sale: nientaltro, come nientaltro usò
Sara quando, presso le querce di Mamre, impastò alcune focacce
per sfamare i tre messaggeri celesti giunti alla tenda di Abramo. La pastella
molto liquida, che viene cotta su testi (semplici dischi di terracotta,
oppure fornetti rustici portatili, il cui uso risale circa al 1800 a.C.)
o su piastre di ghisa, o ancora in padelle apposite, prende nomi diversi
a seconda delle località, ma ha, in realtà, la stessa genesi
e sostanza.
Ora la provincia di Modena ha stilato un disciplinare di produzione per
una ricetta tradizionale delle vallate del Panaro, il borlengo, sostenendo
che si tratta di un cibo unico e inimitabile. Sullargomento è
stato scritto anche un volume, incentrato sulla tecnica e sugli strumenti
che servono per la preparazione. Leggiamo: Per preparare i borlenghi
occorre fare la famosa colla. Si tratta di una pastella, molto
liquida, a base di farina, acqua e sale. La colla, ben miscelata, deve
essere pronta qualche ora prima della cottura, riposare a bassa temperatura,
per un lasso di tempo che non deve superare le 24-36 ore. Con un mestolo,
la colla viene versata nel sole. Poi si manovra la padella
in modo che la colla si distribuisca uniformemente sul fondo. Quando il
borlengo si è solidificato va sollevato, capovolto, quindi condito
con la cunza. Il sole è una padella di
rame stagnato, di circa 40-45 cm. di diametro, che deve avere un manico
molto lungo....
Il sole? La signora Loredana Venturi, da Soraggio di Gombio,
mostra lo stampo dove tuttora cuoce lo scarpasùn nel forno a legna.
Eccolo, il sole, sol, nel nostro dialetto, raggiato con costolature
nel fondo. Niente di tipicamente modenese, ci pare... Dalle nostre parti
ce nera almeno uno in ogni casa.
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Loredana
Venturi con il "sole" di rame stagnato |
Ma come si mangia il borlengo? Come una crespella, ripiegata in due e
farcita con un battuto di aglio, rosmarino, lardo e pancetta. Ah! Non
somiglia un po troppo allo starolo di Cerreto, Talada, Cervarezza
e ai panigazzi della Lunigiana?
Dice un anonimo poeta di Castelnuovo Rangone: Al burlèngh
al sfa in du mod (sèimper cola lè d farina):
cun al sol o cun el cot), mo a ghè difareinza
apèina. E conclude con unironica riflessione sulla
digeribilità di tutte le specialità culinarie simili al
borlengo: In pianura? Seh, Minghina! Tòt sti què,
cundì cun lài, sèinza laria fràsca
e fina, in nes digerèsen mai.
Incontriamo, nellaria fresca e fina di Talada, in un
incredibile giardino-museo punteggiato dalle statue in pietra del marito
scultore, la signora Isa Poletti, esperta in staroli.
E un cibo molto semplice - spiega -. Quando lavoravo in albergo
li cucinavo spesso, ma li ho fatti anche ieri sera, in casa, per un ospite
che non li aveva mai assaggiati. E alla fine ha voluto la ricetta per
la moglie! Si prendono farina, sale e acqua e si fa una pastella molto
molle. Un tempo si friggevano nella padella di rame stagnata, unta con
olio o strutto, mentre oggi si friggono nelle normali padelle antiaderenti.
Si fa uno strato sottilissimo di colla e si lascia rosolare
bene, poi si gira e si frigge dallaltra parte. Deve risultare croccante.
Si può mangiare così, oppure lo si può accompagnare
con affettato o formaggio molle. Il battuto daglio, rosmarino e
lardo? No, qui non si usa per gli staroli.
Chiediamo alla signora Isa se possiede un sol e quali cibi vi cuoce.
Certamente - risponde - qui noi lo usiamo per la torta di patate!.
E i testi? La signora Isa non li conosce; bisogna salire fino al Cerreto
per trovarne luso e scendere poi in Lunigiana per acquistarli.
Cè qualcosa, nella preparazione, che distingue il borlengo
dallo starolo: la colla deve riposare prima di essere cotta,
ma è sufficiente per affermare che il primo non ha mai oltrepassato
i confini delle vallate del Panaro e del Reno e che è un piatto
tipico di quei paesi? Sembra di sì, visto che gli ha permesso di
essere inserito nellelenco dei prodotti tradizionali della provincia
di Modena; infatti la normativa nazionale (decreto legislativo 173/1998)
prevede che un prodotto agroalimentare possa considerarsi tradizionale
quando la lavorazione avviene su uno specifico territorio in maniera omogenea
e secondo le stesse regole protratte nel tempo, per un periodo non inferiore
ai 25 anni. Per un altro prodotto simile, il testarolo di Pontremoli,
un gruppo di azione locale, legato a un progetto comunitario
di altri nove paesi europei per la valorizzare dei prodotti agroalimentari
tipici, sta muovendo guerra alla produzione industriale e alle sue insipide
imitazioni.
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Patrizia
Erduni, di Costa de' Grassi. |
E il nostro starolo? Sono cresciuta a staroli - racconta Patrizia
Erduni, di Costa de Grassi - ma oggi quasi nessuno li cucina più.
Anche i miei figli gli preferiscono dei bei pezzi di gnocco fritto. Sono
nata a Cervarezza e ricordo che da bambina li mangiavo a merenda. Ricordo
anche una cena, con tutta la famiglia riunita, a base di balucci,
pere cotte, griffa (il fungo) in olio e sale e staroli. Forse
lo starolo non è valorizzato perché ritenuto simbolo di
povertà, ma mia madre Miria, ancora oggi, si trova ogni tanto con
le sue amiche per cucinare e mangiare staroli. E un modo per stare
bene insieme in allegria. Questi cibi antichi andrebbero rivalutati anche
nelle nostre zone, altrimenti si perderanno per sempre.
Tutto cominciò nella notte dei tempi, forse ancora nellEden.
La prima donna, troppo curiosa, disobbedendo al suo Creatore, carpì
alla natura il segreto della semina del grano, della macinazione dei chicchi,
della cottura di polenta e pane, li insegnò al suo uomo e, per
punizione, finì con lui sulla Terra. Per fortuna. Senza il peccato
originale delle donne del Neolitico non esisterebbero né
staroli, né borlenghi, né pane e, sicuramente, la storia
dellumanità avrebbe preso altre strade.
Bibliografia: Le strade del Borlengo - Miria Burani - Ed. Vaccari; Antichi
mangiari della Lunigiana - Regione Toscana; tuttoSpezia.it- giornale
telematico. Documentazione storica di Giuseppe Giovanelli.
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