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IL GIRO E I NOSTRI EROI
Piccoli gregari, grandi uomini
Sforacchi, Partesotti e Grazioli: le loro storie si
intrecciano
con quelle dei grandi campioni, come Coppi, Bartali,
Adorni, Gimondi e Merckx. Ecco loro, per esempio.
di Michele Campani
Un tuffo nel passato per rivivere le imprese sportive di alcuni grandi
ciclisti di casa nostra. Storie di gregari, ma che si intrecciano spesso
con quelle dei campioni e insieme scrivono epiche pagine di quella grande
avventura chiamata ciclismo. Piccoli uomini che si chiamano...
NELLO SFORACCHI
Il mitico Nello, classe 1922, da oltre cinquantanni vive in Francia,
periferia parigina. Ma quando sentono il suo nome, agli appassionati di
ciclismo con i capelli bianchi brillano gli occhi. Perché il monello
di Rondinara, bizzarro, estroso e irripetibile ciclista di tempi eroici,
correva con Coppi e Bartali, mica gente qualsiasi. Le cronache raccontano
anche di un Giro fatto perdere a Ginettaccio, ma prima di ricostruire
quegli avvenimenti, mettiamone in fila altri.
Di umili origini, Sforacchi si mise in luce fin da giovanissimo come grande
promessa fra i dilettanti, con i successi nella Coppa Agostoni e nella
Modena-Abetone. Era il pupillo di Pietro Scapinelli, conte di Leguigno,
famoso aviatore che morì in un incidente aereo sui cieli di Reggio
nel 1941. La scomparsa del proprio mentore fu un duro colpo, ma finita
la guerra Nello era sempre fra i migliori. E tra i migliori 15 dilettanti
venivano selezionati quei 7-8 corridori che avrebbero partecipato al Tour
de France nella Nazionale Cadetti, destinati a fare da gregari alla rappresentativa
dei campioni Bartali, Magni e Coppi. Sforacchi partecipò così
al Tour del 1948, quello che vide Bartali trionfare dieci anni dopo il
successo del 38 e passato alla storia come levento che salvò
lItalia dalla rivoluzione dopo lattentato a Togliatti. La
corsa di Nello durò poche tappe, perché in seguito a una
caduta fu ricoverato in ospedale: decise allora di rimanere in Francia,
dove in seguito si sposò ed ebbe due figli.
Dopo un primo Giro con lAtala di capitan Astrua, nel 50 prese
parte alla corsa con la squadra italiana della Viscontea capitanata da
testa di vetro Robick, fresco vincitore del Tour, un team
metà francese e metà italiano costruito per aggiudicarsi
la corsa rosa. Coppi cadde e si ritirò - ricorda Nello -
poi, sulle Dolomiti, Robick andò in crisi dopo un paio di forature
e io, Volpi e Rivola lo spingemmo a forza fino allarrivo, nella
speranza che potesse riprendersi. Ma perse quasi 20 minuti rimanendo tagliato
fuori dalle prime posizioni. Il favorito era quindi Bartali, insidiato
però dallo svizzero Koblet, un bravo pistard voluto da Learco Guerra
ma non certo uno scalatore. Ed ecco succedere limprevedibile: Koblet
fora e Bartali, Ortelli e Magni vanno allattacco per staccarlo definitivamente.
Quando raggiunsi Koblet - racconta Sforacchi - mi chiese di aiutarlo
offrendomi una bella somma pur di riportarlo sotto. Per noi il Giro era
finito, i soldi mi facevano comodo, cosa dovevo fare? Lho aiutato
a rientrare.
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Nello
Sforacchi all'inizio della carriera |
Bartali non lo ha mai perdonato, anche perché proprio grazie
a quellaiuto alla fine Hugo Koblet fu il vincitore del Giro dItalia
del 1950, e le polemiche sullitaliano che laveva aiutato tennero
banco a lungo sui quotidiani. Ma da farmi perdonare non avevo niente:
eravamo entrambi italiani, daccordo, ma di squadre diverse e professionisti.
Correvo per chi mi pagava, e quella volta fui pagato in franchi svizzeri.
Koblet si ricordò ancora di me prima di morire in un incidente,
Bartali no, è naturale. Per fortuna presi quei soldi, perché
la Viscontea fallì in seguito alla disfatta nel Giro e come saldo
della paga dovetti accontentarmi di alcune biciclette che poi faticai
a vendere: ricordo che una me la comprò Ultimio, mio compaesano
e primo tifoso.
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Gino
Bartali |
Proprio Ultimio Campani, appassionato come pochi a questo sport (rispunterà
più avanti), un figlio battezzato col nome Fausto in onore di Coppi,
ricorda altri particolari di quel Giro: La tappa Salsomaggiore-Firenze
passava da Reggio, e mi accordai con Nello per fargli trovare una birra
in via Emilia allOspizio. Lui andò in fuga e transitò
solitario nella sua città, vincendo la forma di Parmigiano che
era in palio. Che bella sopresa vederlo arrivare da solo: se lera
proprio meritata quella birra. Poi Koblet si sganciò dal gruppo
e lo raggiunse: credo che in quei chilometri percorsi insieme sia nato
il rapporto che poi avrebbe visto Nello aiutare lo svizzero.
Un altro aneddoto: Una volta andai in moto, con mio cognato, a vederlo
al campionato italiano dilettanti che si svolgeva nel Bolognese. Eravamo
daccordo di aspettarlo a Zocca con qualcosa da bere: Nello era coi
primi, ma al controllo il suo gettone non lo trovammo nella cesta. Trovammo
invece lui, vicino a Casalecchio, ritirato. Ci disse: Castellucci
è andato via e noi abbiamo dormito. Ad arrivare secondi si è
coglioni lo stesso, far fatica per niente non ha senso e sono tornato
indietro. Era fatto così, prendere o lasciare. Ma aveva uno
stile che sembrava incollato alla bici ed era uno che sapeva andar forte
anche in salita, nonostante avesse pochi mezzi economici: tante volte
nella sacca dei rifornimenti doveva metterci delle noci e del pane, mentre
un corridore ha bisogno di cose più sostanziose. Non cè
nessuno, a tavola, divoratore come i ciclisti: fanno paura.
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Coppi
e Koblet al Giro |
Nello Sforacchi corse anche il Tour del 50 e numerose altre gare
fino al 53, quando passò al ciclocross, disciplina dove eccelleva
e dove terminò la carriera prima di lavorare in unazienda
francese di pneumatici per biciclette. Torna di frequente e volentieri
nella sua Rondinara. In queste occasioni è bello farsi raccontare
la sua storia.
PIETRO PARTESOTTI
Classe 1941, in pensione dopo aver lavorato alle dipendenze delle Farmacie
comunali, Pietro Partesotti vive da sempre a Reggio Emilia. E stato
un ottimo ciclista, partecipando a 5 edizioni del Giro, dal 1962 al 66,
al Tour del 65 (57° nella classifica finale) e a due mondiali.
Nel palmares, da buon gregario, cè solo una vittoria nel
Trofeo Cougnet.
Entrato nei professionisti con la Salvarani, ha fatto prima il gregario
di Vito Taccone, forte e vulcanico corridore degli anni Sessanta, poi
a grandi capitani come Vittorio Adorni e Felice Gimondi. Il 1965 fu lanno
doro di Partesotti, con laccoppiata Giro e Tour, vinti rispettivamente
da Adorni e Gimondi, e il titolo mondiale sfiorato. Al Giro sono legati
molti bei ricordi di Pietro: Ricordo che nel 66 una tappa
arrivò proprio a Reggio, col traguardo in via Kennedy. Mi sarebbe
piaciuto vincerla, ma Zandegù in volata bruciò tutti. Io
ho avuto grandi soddisfazioni dal ciclismo, allora era uno sport molto
più sentito di oggi, per le strade cerano proprio tutti.
Io avevo un mio grande tifoso, Ultimio Campani, che mi seguiva spesso.
Siamo rimasti amici anche a carriera finita. Allora le corse a tappe erano
massacranti, con frazioni lunghe 270 km che tagliavano le gambe: si partiva
presto e ci alzavamo alle 5 di mattina per mangiare. Nel ciclismo di oggi,
con tappe molto più brevi, potrei dire qualcosa di più anchio.
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Pietro
Partesotti nel 1965 |
Oggi però non sono tutte rose e fiori: Il ciclismo rimane
uno sport bellissimo, però il doping lo sta rovinando. E
una vergogna che siano proprio i medici, quelli cioè cui compete
la salute degli atleti, i più colpevoli della situazione. Spero
che gli organi competenti riescano a ripulire lambiente, ma sono
scettico perché vedo troppi interessi in ballo. Certo, si prendeva
qualcosa anche ai miei tempi (il controllo antidoping nacque proprio a
metà degli anni Sessanta, ndr), ma erano solo energetici per arrivare
al traguardo.
La tappa del 27 maggio: E una bella tappa e una buona vetrina
per Reggio. Però i corridori ci arriveranno con mille chilometri
nelle gambe e sono preparati. La salita del castello di Carpineti non
lho mai fatta, mentre quella dei Pavulli di Regnano è corta.
Conosco invece la difficoltà del muro di S. Pietro,
con quello il finale sarebbe stato molto più selettivo.
LAURO GRAZIOLI
Lo scandianese, classe 1943, è arrivato al ciclismo dopo aver sconfitto
la tubercolosi contratta da bambino. Dopo una lunga trafila nei dilettanti,
con la perla della maglia azzurra indossata al Tour dellAvvenire
(il Giro di Francia per dilettanti) e qualche successo, diventa professionista
verso la fine della stagione 1966, giusto in tempo per partecipare al
Giro di Lombardia, una classica di autunno.
Proprio a quel Lombardia è legato uno dei ricordi più
belli di Lauro: Arrivai 17°, fu il mio risultato migliore. Vinse
Gimondi davanti a Merckx, ma il bello è che cera pure Anquetil,
il mio idolo da ragazzo e da dilettante, quando vinceva un Tour dietro
laltro. Avevo sempre desiderato conoscerlo, ora addirittura gareggiavo
insieme a lui: il massimo, insomma.
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Lauro
Grazioli nel "Lombardia" del '66, chiuso al 17° posto |
Grazioli corse da professionista per tre stagioni, le prime due nella
Salamini del capitano Adorni, la terza, anno 1968, nella Faema, con lo
stesso Adorni ma con Eddy Merckx come capitano (e il Cannibale
vinse il primo dei suoi 5 Giri). Il destino è stato però
beffardo con Lauro, negandogli per due volte la possibilità di
partecipare al Giro dItalia: In entrambe le occasioni mi sono
ammalato nel corso del Romandia, che si corre poco prima e
proprio in preparazione al Giro: la malattia che avevo superato da bambino
si rifaceva viva in quelle tappe svizzere.
Nel 68 a Scandiano organizzarono il Criterium degli Assi
proprio per celebrare il beniamino di casa, che però dovette fare
i conti con il Cannibale, suo capitano: Ero in coppia
con Michele Dancelli, gran corridore nelle corse di un giorno, mentre
Merckx correva con Adorni. Dancelli mi disse che non gliene fregava niente
del belga e di correre per vincere. Infatti ci aggiudicammo la classifica
assoluta, ma Eddy non si lasciò sfuggire la volata finale: era
fatto così, prese il prosciutto in palio e se ne andò.
Poco dopo Grazioli chiuse la carriera: Noi gregari guadagnavamo
poco più di un operaio. Mi sono accorto che guadagnavo di più
col negozio di articoli sportivi che nel frattempo avevo aperto e, invece
di passare con Adorni alla Scic, ho preso unaltra strada.
Da anni Lauro Grazioli gestisce un avviatissimo negozio, il Centro Premi
Scandiano. E sempre in contatto con i compagni di un tempo, in modo
particolare con il suo vecchio capitano Adorni.
La tappa reggiana: E nervosa, succede senzaltro qualcosa.
Una tappa che farà selezione, ma non certo determinante. I 4-5
uomini di classifica arriveranno insieme, ma cè da non farsi
trovare impreparati: se qualcuno attacca, può diventare una trappola.Didascalia
per foto Grazioli a pag. 37 in fondo a destra:
Lauro Grazioli nel "Lombardia" del '66, chiuso al 17° posto.
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