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FELINA/IL RICORDO DEL GRANDE ZANELLI
Gnik, il dialetto della pace
A quindici anni sapeva già cogliere i lati
seri e gioiosi della vita. Nella Resistenza non dimentica l'insegnamento
di Marìjna: "Preferisco essere la mamma di un ucciso che di
un assassino". E nelle miniere ritrova la fede messa a dura prova.
Norcino e idraulico di fama, esplode come attore comico. Ora Anselmo allieta
gli angeli.
di Giuseppe Giovanelli
Davvero un altro mondo, quando Anselmo Zanelli, detto prima Selmìn,
poi Gnik, nasceva a Palareto di Felina nellestate del 1924. Nelle
stalle cerano poche vacche e molte pecore. Il raccolto era di molte
castagne e poco frumento. I ragazzi diventavano precocemente adulti attraverso
la fatica del campo, del bosco, del pascolo. La scuola era un lusso, così
che anche Anselmo laveva fatta poco e poco bene.
In un tempo nel quale il tutto o il tanto di oggi era allora il poco o
il niente, la gioia dei ragazzi di Palareto era esplosiva. Le stagioni
della fatica coincidevano con quelle della festa: la trebbiatura manuale
del grano, il taglio dei vincigli, la raccolta delle castagne, la vendemmia,
lo spagnutin: tutto dava luogo a scherzi e a canti. Ed era festa il tempo
libero del lungo inverno contadino quando Anselmo tagliava nei boschi
della Fòsola i faggi o i castagni selvatici più belli e
ne ricavava i primi sci che si siano visti a Felina, con i quali gareggiava
a scendere sulle nevi della Costa e di Monchio.
Discese veramente libere e ardimentose. Ci si affidava al coraggio e alla
buona sorte che, un giorno, però, abbandonano Anselmo a una gran
brutta caduta. Si rompe una gamba. Curata alla belle meglio, gli
rimane un po più corta dellaltra. Una fonte di guai
che segnerà la sua vita.
Aveva soltanto quindici anni, ma già aveva maturato quel carattere
giocoso, allegro, con lo sguardo pronto a cogliere il lato comico della
vita, senza dimenticare quello serio, che lo porta a diventare - forse
a sua insaputa - uno degli uomini più significativi della vita
felinese.
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Anselmo
"Gnik" Zanelli, scomparso lo scorso Ottobre a 76 anni. |
EROE NELLA RESISTENZA
Anselmo rimane capofamiglia con la cura dellazienda domestica quando
la guerra chiama alle armi i due fratelli maggiori, Walter ed Eugenio.
E già un coltivatore esperto che possiede tutti i segreti
del frutteto e della vigna. Non sbaglia un innesto. Ha un sesto senso
per la vita delle piante diventato - si direbbe - il suo regno, così
lontano dalla violenza della guerra.
La quale, però, quasi allimprovviso, arriva anche a Palareto.
I metati nascosti, i borghi senza strade carrabili, gli slarghi panoramici
che si aprono su tutto lAppennino trasformano la Fòsola nel
regno della Resistenza. Nel 1944 anche Anselmo si arruola e viene a far
parte della polizia partigiana. Un dolore per la mamma, la Marìjna,
che lo lascia andare, ma gli dice: Ricordati che preferisco essere
la mamma di un ucciso che di un assassino.
Con questo insegnamento, a soli venti anni, Anselmo affronta situazioni
di gravità inaudita. Deve fare i conti con certo settarismo, proveniente
in genere dalla pianura, dalla giustizia troppo facile. Non
ha paura di rispondere a viso aperto, a chi gli ordina di andare a uccidere
qualcuno, quelle porcherie io non le faccio. La sua posizione
gli consente di salvare molte persone già destinate alla fossa.
Equilibrio e saggezza incredibili a quelletà, in quel contesto.
Lo aiuta anche la sua innata vena teatrale allorché, dovendo prelevare
un compaesano rifugiato in canonica, chiama il prete a voce alta, rabbiosamente,
imitando alla perfezione il dialetto di pianura (quasi a voler far capire
donde venisse lordine); poi quando il prete gli apre - era don Pietro
Cilloni, il cappellanaccio - abbassa il fazzoletto e gli spiega
tutto, sottovoce. Quella persona può salvarsi e don Pietro gli
raccomanda: Vieni ad avvisarmi, sempre. Della tresca salvavita
è parte anche don Giuseppe Jemmi.
Ma, forse, è proprio questa attività che gli costa laccusa,
anonima, di spia presso il comando nazifascista di Felina.
La milizia sale a Palareto per catturarlo e, non trovandolo, prende il
fratello minore, Abramo, che viene rinchiuso nel famigerato carcere delle
SS di Pantano. Gli interventi del parroco don Anastasio Corsi e del cappellanino
don Giuseppe Jemmi non riescono a liberarlo, ma gli evitano la fucilazione.
Mentre viene deportato in Germania, la tradotta è attaccata dai
bombardieri delle Nazioni Unite e Abramo può fuggire e tornare
avventurosamente a Palareto. Le preghiere della Marìjna hanno trovato
ascolto.
IN MINIERA RITROVA LA FEDE
La fine della guerra lascia la montagna in una situazione disastrosa.
La famiglia di Anselmo è senza padre, morto nel 1942. Un fratello,
Raimondo, studia in seminario; al più giovane, Amos, si vorrebbero
risparmiare le asprezze della vita contadina avviando pure lui agli studi.
Così Anselmo ed Eugenio se ne partono per le miniere di carbone,
a Charleroi, in Belgio.
Unesperienza dura, nel ventre nero della terra, con lincubo
del grisù e del crollo, con la prospettiva della silicosi. Piacere
e nostalgia dominano i suoi sogni, nei quali rivede i castagneti e il
focolare di Palareto, la Fòsola, la Pietra. Basta, torno
a casa, dice. Ma il guadagno è buono e tira avanti a denti
stretti per aiutare la famiglia. Tre anni, uneternità, dal
1947 al 1950, durante i quali ritrova la pienezza della fede cristiana
ricevuta dalla mamma e che la vita partigiana gli aveva messo a dura prova.
Nel 1954 sposa Ada Costetti. Vanno a celebrare il matrimonio a Montenero
di Livorno, un santuario che è nel cuore dei montanari che hanno
conosciuto lemigrazione. Una scelta che è ringraziamento
per gli scampati pericoli della guerra e della miniera. Un progetto di
vita cementato da una fedeltà crescente, allietato da figli e nipoti
che saranno la sua gioia. Una storia che lasciamo con rispetto in quel
riserbo nel quale sta ancora proseguendo.
Intanto Anselmo percorre varie esperienze di lavoro. Inizia con laratura
meccanica. Si specializza come norcino, girando di casa in casa a preparare
salami e prosciutti. Si dedica allallevamento dei maiali nutrendoli,
nella stalla di Casa Barucca, di castagne e ghiande. Ne vengono salumi
dal sapore eccezionale che vanno a ruba. Per Anselmo la gioia maggiore
non è il guadagno, ma il piacere di offrire qualcosa di buono agli
altri. Ha labitudine di provare di persona le carni per misurarne
il gusto e proprio uno di questi assaggi gli trasmetterà un virus
fatale.
A Charleroi ha imparato a fare lidraulico e a darsi da fare con
attrezzi e ferramenta varie. Nasce così, insieme ad Abramo e Walter,
quel complesso commerciale che diventa un luogo di incontro dove i felinesi
fanno gratis la spesa di buon umore prima che, a buon prezzo, di alimenti
per la mensa o di attrezzi per il lavoro.
In tutto questo, Anselmo porta comicità e buon umore. Lavora sodo,
ma è uno scherzo continuo. Ne combina delle grosse, come quella
di travestirsi da donna per punzecchiare un uomo rabbioso e vanesio; o
quella di inviare cartoline amorose, a nome di una vera ragazza, a un
uomo di vera bruttezza per godere la scena furibonda dellincontro;
o quella di indicare come marroni, allennesimo pianurino,
le castagne più brutte e più cattive e, naturalmente, di
convincerlo della loro bontà.
Insomma, cose che, se le avesse fatte un altro, sarebbero finite in tragedia.
Con Anselmo finivano in risate omeriche. Anche perché attraverso
il suo lato comico passava una vena di satira che faceva capire la verità
senza offendere. Così il suo far ridere diventava uno smorzare
gli odi, uno sbollire le rivalità, un ritrovare laccordo.
Come al buffone di corte, al quale era permesso di dire la verità
- e di farla capire - senza guardare in faccia a nessuno e senza che nessuno
si sentisse offeso.
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E ANSELMO... ARRUOLA LA FILODRAMMATICA
Il ritorno dal Belgio corrisponde al suo exploit di attore comico. A lanciarlo
è Leonello Pignedoli, imprenditore di aratura meccanica, appassionato
di teatro, autore di testi che vanno dal tragico al comico. Capace, nella
migliore tradizione felinese, di anteporre la gratuità dellarte
al guadagno del lavoro. Negli anni Cinquanta la sua filodrammatica arruola
Anselmo. Forse sarebbe meglio dire il contrario. Anselmo, infatti, è
un attore nato. Ha la faccia, il gesto, la parola, linventiva immediata.
Gli basta sentirsi in situazione che immediatamente gli sgorgano le battute,
le mimiche, le azioni, le sequenze che mandano in visibilio il pubblico.
E che non rispettano in nulla il copione. E tanto folgorante che
nasce qui il suo nome darte e di vita: Gnik, una sillaba che contiene
una storia.
Il regista e la compagnia intera devono seguire Gnik, non viceversa. Basta
il suo nome perché il successo sia garantito, perché il
teatro si riempia e il pubblico sfasci le sedie dal ridere. Non solo a
Felina, ma in tutti i paesi dove la compagnia di Lionello va a portare
i suoi spettacoli a beneficenza di Casa Nostra, lopera
educativa sorta a Felina per opera di don Zanni.
La sua comicità è irripetibile. Ha lintonazione antica
del dialetto, la semplicità dei narratori di stalla, larguzia
dei satrai della Fòsola tra i quali il suo avo Quirun
da Palaré o il prozio Ricun da Ramusana, autore, nel 1859, del
Maggio in ottava rima La fine del mondo. Il suo volto e la sua mimica
sono un concentrato di tradizioni e di cultura montanara: dalla dottrina
saggia e prudente, alla salacità ridanciana ma non pruriginosa.
Storie alle quali attinge per gli scherzi; storie che racconta ai nipoti
che, mentre crescono, si fanno sempre più affezionati a lui e pendono
dalle sue labbra. Un nonno che non teme concorrenza dalla televisione.
Passano gli anni, infatti. Quella gamba rotta sugli sci di castagno selvatico;
quellinfezione contratta sul lavoro di norcino finiscono in guai
seri. Dopo unoperazione al cuore praticatagli dal professor Parenzan,
a Bergamo, Anselmo vede il mondo un po - come dire - dalla finestra.
Osserva, passeggia. Si chiude nella sua famiglia, curato con ogni amore
da Ada, circondato dai nipoti coi quali si perde a raccontare le storie
fantastiche della Fòsola dun tempo, le satire di Batistin
Panàda, le favole, le filastrocche.
Chi era bimbo nel dopoguerra, pur avendo ora i capelli bianchi, si è
riconosciuto nel pianto sommesso, discreto, dei nipotini intorno alla
sua bara, il 24 ottobre scorso. Perché forse lui non se nè
accorto, o non lha voluto credere, ma con la sua saggia capacità
di far ridere è stato per Felina e per la montagna un grande costruttore
di pace, soprattutto attorno e dopo il 1945, quando le fratture sociali
e politiche sembravano senza sbocco.
Pur nellumiltà del suo dialetto arcaico, il nome di Gnik
rimane quello di un grande maestro di convivenza e convivialità
nel senso più alto che i filosofi possano dare a queste parole.
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