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TRADIZIONI E DIALETTO/C'ERA UNA VOLTA IL CASTAGNO
Lalbero della vita
Con le castagne si sono sfamate intere generazioni.
Vi spieghiamo come e perché. E la cura del castagneto
non poteva assolutamente essere trascurata. Dalle terrazze
al metato, i segreti di una magia non tanto lontana.
di Remo Secchi
Gli antichi Greci chiamavano le castagne ghiande di Giove
e i Romani diffusero anche nel Nord Europa questo albero di origini antichissime
proveniente dallAsia e già presente nei Paesi bagnati dal
Mediterraneo. Nel Medioevo, poi, molti boschi di castagno comparvero,
in Italia, in prossimità dei piccoli centri di montagna e delle
strade di grande percorrenza, quasi a rassicurare viandanti e pellegrini
che avrebbero trovato di che nutrirsi negli hospitales che
a una giornata di cammino uno dallaltro li aspettavano.
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Sologno,
1923: davanti al metato con gli strumenti per la sbucciatura delle
castagne (Paul Scheuermeler, Fototeca Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia). |
Limportanza del castagno, in passato era chiaramente dovuta al
fatto che il suo frutto costituiva una valida fonte alimentare, soprattutto
una volta che le castagne, essiccate e macinate, si trasformavano in farina.
Del resto, grazie a questo albero, che in altre zone dellItalia
viene chiamato addirittura albero del pane, si sono sfamate
intere generazioni di montanari e anche per i nostri nonni, che utilizzavano
tecniche di essiccazione delle castagne probabilmente vecchie di secoli,
questa risorsa si è rivelata indispensabile.
Naturalmente il castagneto doveva essere ben curato e per questo motivo,
ai primi di settembre, terminati i grandi lavori estivi in campagna, si
tagliava lerba che poi con granâd éd sanguinèla
o éd bocce (scope fatte con arbusti o rovi) veniva spazzata lungo
il terreno quasi sempre scosceso o comunque in forte pendenza, fino nelle
cardâr, apposite piazzole nelle quali si bruciava sia lerba,
in questa fase, che i cârd (ricci) dopo la raccolta delle castagne.
Si provvedeva quindi a sistemare gli arpâr, terrazze di terra sostenute
da muri di sassi eretti a secco aventi la funzione di fermare le castagne
che, cadendo dagli alberi, ruzzolavano giù per il pendìo.
Poi, dopo aver raccolto e tagliato rami secchi, troncati dalla neve o
dal vento durante lanno, mentre già cominciavano a cadere
le prime castagne, allinizio dottobre si passava a preparare
il metato.
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Sbucciatura
delle castagne eseguita con la bigungia a Fontanaluccia nel 1935
(foto archivio Arcero Secchi) |
Le dimensioni del metato variavano logicamente in base allestensione
del castagneto o, per meglio dire, alla quantità di castagne da
essiccare. Normalmente era composto da un unico locale allinterno
del quale il piano terra era diviso dal primo piano non da un soffitto
ma da una serie di travetti di legno, che andavano naturalmente da una
parte allaltra della stanza, a un metro circa di distanza luno
dallaltro. La preparazione del metato consisteva nel chiudere lo
spazio vuoto esistente fra i travetti, appoggiandovi sopra, nellaltro
senso, i canìcce (listelli di legno triangolari di 3 o 4 centimetri
di spessore), che venivano disposti così vicini luno allaltro
da impedire che le castagne potessero cadere nella fessura che si veniva
a creare tra di loro. La forma triangolare faceva sì che le castagne,
incastrandosi fra luno e laltro, li bloccassero con il loro
peso.
Nel metato, il fuoco veniva acceso a piano terra e il calore, insieme
al fumo, filtrava attraverso i canìcce facendo essiccare le castagne.
Nei metati più grandi, nei quali si essiccavano anche castagne
di proprietari di altri castagneti, cera un altro locale prima dellessiccatoio.
Era una stanza abitabile, alla quale si accedeva da una porta, posta sul
davanti del metato a piano terra. Unaltra porta si trovava invece
sul retro, allaltezza del primo piano, ed era utilizzata per vuotare
le castagne raccolte, sopra ai canìcce. Per raccogliere le castagne
che dai primi di ottobre, salvo vento o pioggia, cadevano fin verso la
fine del mese, si utilizzava e carnêr, una specie di borsa di stoffa
legata alla vita, molto pratico perchè lasciava libere entrambe
le mani, oppure e bùrghîn, un cesto di vimini dal fondo rotondo
per facilitarne lo svuotamento dentro ai sacchi durtîga con
i quali si trasportavano poi le castagne fino al metato. Quando sopra
ai canìcce cera uno strato di castagne ritenuto sufficiente,
a piano terra si accendeva il fuoco che, però, doveva consumarsi
lentamente, senza che la fiamma divampasse, altrimenti le castagne avrebbero
assunto un colore rossastro e anche il sapore ne avrebbe probabilmente
risentito. Il legno utilizzato per questa delicata operazione era, naturalmente,
castagno, ma più dei rami erano adatte le radici, e per questo
motivo durante lanno era già stata messa da parte qualche
ciòca (ceppo con radici).
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La
bigungia e il gràfié |
Una funzione importante, in questa fase, la svolgeva la pùla,
il materiale che si ricavava a essiccazione ultimata dalla pelatura delle
castagne con il metodo che poi vedremo, che veniva conservata da un anno
allaltro. Ricoprendo infatti il fuoco con questa specie di segatura
si impediva che le fiamme divampassero, mantenendo il calore e permettendo
alla legna di durare più a lungo. La canìciâda, cioè
la fase di essiccazione, durava in media 45 giorni, ma a metà circa
di questo periodo era necessario voltare le castagne e questa
era sicuramente loperazione più delicata dellintera
lavorazione. Stiamo parlando naturalmente di metati nei quali si essiccavano
castagne di diversi proprietari, nei quali era possibile arrivare a fare
anche tre canìciâd consecutive, con uno strato di castagne
che raggiungeva anche gli 80 centimetri. Per voltare le castagne,
cioè spostare quelle che durante i primi venti giorni erano più
vicine al fuoco, sostituendole con quelle che invece si trovavano sopra
le altre, si usava una tavola con la quale si raschiava lo
strato di castagne, asportandone una certa quantità, che poi veniva
messa da parte dentro un sacco. Questa operazione veniva ripetuta fino
a quando tutte le castagne erano state raccolte, quindi, partendo dal
primo che era stato riempito, si tornavano a vuotare tutti i sacchi sopra
ai canìcce.
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Sbucciatura
con la malàta
(da "Alto Appennino Reggiano",
Cassa di Risparmio di Reggio Emilia, 1987) |
Alla fine, per ogni quartâr di castagne fresche se ne sarebbe ottenuto
uno di secche. Appena terminata la fase di essiccazione, finchè
le castagne erano ancora calde, si doveva subito separare il frutto dalla
buccia. Per questo motivo, nei pressi del metato, si radunavano molti
uomini che, armati di gràfié e bigungia, iniziavano questa
operazione per la quale è necessario dare qualche spiegazione.
Da sopra i canìcce le castagne venivano messe direttamente dentro
la bigungia (recipiente in legno a forma tronco-conica dellaltezza
di 50 cm. circa) dentro alla quale veniva fatto roteare il gràfié,
un bastone di un metro e mezzo daltezza con un diametro di circa
10 centimetri che verso la base si allargava, per poi tornare al diametro
iniziale nella parte terminale, sormontata da una corona dentata in ferro.
Con il preciso movimento che gli esperti raccoglitori riuscivano a dare
al gràfié, le castagne allinterno della bigungia si
sbucciavano senza rompersi. In epoca precedente, questa operazione si
effettuava mettendo le castagne calde nella malàta, un sacco di
canapa abbastanza lungo la cui estremità diventava il manico per
battere le castagne int e pilôn, un solido ceppo di legno solitamente
a tre piedi. Per evitare che i sacchi si strappassero, venivano unti con
una poltiglia di farina, acqua e grasso. Il contenuto della malàta,
come quello dellla bigungia, veniva poi vuotato nella vasùra (una
specie di grosso vassoio di legno con tre bordi rialzati) dove questa
volta erano le donne a dimostrare grande maestrìa facendo saltare
con gesto ritmico le castagne che si separavano in aria dalla pùla
(poi raccolta e conservata per lanno dopo) e ricadevano, pulite,
nella vasùra, pronte a proseguire il loro cammino verso il mulino.
Ma questa è unaltra storia... Ve la racconteremo unaltra
volta.
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La
"trebbiatrice" ha sostituito
i vecchi attrezzi
(foto: Arcero Secchi) |
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