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RICORDO DEL TERREMOTO DEL 1920
Fa caldo: si salvi chi può
Ci furono centinaia di morti e feriti. Molti danni
sul crinale.
Le parole di chi c'era. Le difficoltà dei soccorsi.
di Giovanna Caroli
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Distruzione
e morte a Febbio dopo
il sisma del 1920 (autore anonimo, Fototeca Biblioteca Panizzi Reggio
Emilia) |
Chi non ha sentito, in occasione dei giorni torridi di fine agosto, almeno
un anziano esclamare: Cè un caldo che ho paura che
venga il terremoto? A fissare questa associazione nella memoria
dei nostri vecchi fu quello del 1920, il più forte
e devastante tra i tanti che, nel corso del secolo, sono venuti a ricordarci
che anche la montagna reggiana è unarea sismica. La scossa
principale, tra il 7° e l8° grado della scala Mercalli e
della durata di 20 secondi, si ebbe il 7 settembre 1920, poco prima delle
8, con epicentro tra Lunigiana e Garfagnana, dove molti paesi, tra cui
Fivizzano e Piazza al Serchio, andarono quasi interamente distrutti; nel
Reggiano ebbe rilevanza anche la successiva delle 9.12, mentre numerose
repliche più o meno lievi si susseguirono, con sempre minore frequenza,
fino allagosto 1921. Essendo state precedute il pomeriggio del 6
da una scossa leggera, ma avvertita chiaramente da tutti, molti avevano
passato la notte allaperto, e questo, unitamente allabitudine,
o meglio necessità di lavoro, di alzarsi prima dellalba,
limitò il numero dei morti e dei feriti che sullintera area
colpita (160 kmq) furono tuttavia rispettivamente 171 e 650. Anche i nostri
paesi di crinale registrarono morti e feriti e subirono il crollo di molti
edifici, in particolare Civago, Gazzano, Febbio, Busana, Collagna, Cerreto
Alpi, Ramiseto, insieme a Minozzo, Carpineti e Castelnovo Monti. Il governo
provvide a organizzare squadre di soccorso alle dipendenze di ingegneri
del Genio civile e in tutti i comuni più colpiti sorsero tende
e baracche.
A ottantanni di distanza, ne riviviamo il ricordo riaccendendo il
registratore col quale, nellultimo decennio, chi scrive ha percorso
la montagna alla ricerca di voci e memorie capaci di raccontarci in prima
persona un secolo di storia vissuto sui nostri monti. La prima è
una testimonianza indiretta, esempio di quella tradizione orale familiare
che un tempo formava insieme cultura e affetti e che oggi è troppo
spesso sottovalutata e trascurata. Euride e Dalmazia Notari, di Marmoreto,
hanno ancora vivo il racconto della madre, Ida Lombardi, nata nel 1898
e spentasi nel paese natale alletà di 94 anni: Ogni
volta che faceva molto caldo, la mamma temeva il terremoto. Su düra
ste cad chi, u ve al taramot, ripeteva. Ne aveva fatto
esperienza nel 1920, quando, con una bimba di pochi mesi, abitava nella
parte alta di Marmoreto con la famiglia materna.
Tutti insieme andavano in campagna a fare i lavori - continua Euride
-. Il giorno prima del terremoto, antivigilia della sagra di Cinquecerri,
erano andati a scarvar la foja, stavano facendo una vinsc(i)ara,
una specie di pagliaio di fasci di rami di cerro con le foglie che si
davano da mangiare agli animali durante linverno. La mamma era su
un quersc(i)u, si sentì scuotere dal terremoto e si
avvinghiò a un ramo! Intanto a casa si era staccata unasse
dal soffitto ed era caduta proprio sulla culla, fermata dal sostegno del
velo. La sera fermada in scimma a lardel, ch sun
ghera quel lì la pinina la se schisceva, sottolineava.
Dormì tutta la notte con la bimba in braccio sotto il tavolo e
il mattino uscì presto di casa. Quasi subito, venne una scossa
così grossa che la casa crollò. La mamma si mise a correre
con la bimba in braccio dal cortile verso il castagneto, nella parte alta
del paese. Sentiva i rami che battevano insieme, facevano cric croc.
Mio papà, Domenico Notari, muratore, stava lavorando a un muretto,
più in alto, lungo la strada di Busana, e vide un gran fumo salire
dalla chiesa e dalle case crollate di Marmoreto... Giù di corsa
gridando: La me pina, la me pina!. Finirono una nelle braccia
dellaltro, stretti alla bimba: erano tutti salvi.
La sorella Dalmazia aggiunge altri particolari: Una cugina, Dina
Lombardi, era rimasta bloccata al primo piano nellunico angolo rimasto
in piedi. La salvarono con una scala. Arrivò il Genio e vennero
montate prima le tende, poi le baracche. Del tavolino sotto cui
avevo passato la notte - ricordava spesso la mamma - non rimaneva più
nulla; i letti, fatti di tavole su cavalletti, erano sparsi nellaia.
La prima sera sotto la tenda veniva giù un canale dacqua.
La baracca invece era così bella, così bella. Vi rimasero
diverso tempo, vi nacque il secondo figlio. Il Genio civile rifece anche
le case: si riconoscono perché le file di sassi si alternano a
file di mattoncini che nella parte più alta sono sporgenti. Ma,
anche in età avanzata, ogni volta che cera una piccola scossa
la mamma e il papà dormivano allaperto o nel metato, secondo
la stagione, la sveglia di fianco al materasso....
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Domenico
Notari e la moglie Ida Lombardi
davanti alla loro abitazione di Marmoreto |
E ora il racconto dei protagonisti. Aldo Verdi, classe 1915, di Gazzano.
Ricordo che ero un bambino piccolo, fuori alle mucche con mio fratello,
del 10. Avevamo fatto dei campanellini di terra; a un
certo momento, sentimmo una scossa e vedemmo gli alberi che ballavano.
Ci arrabbiammo, perché i campanellini crollarono tutti. Continuammo
a pascolare le mucche. Tornammo a casa la sera. Avevamo al Monte una casa
piccola, poverissima. Avevamo tirato un filo lungo una parete
e cerano i coperchi sospesi. Sulla tavola cerano i piatti
pronti per la cena. Io ero accoccolato a terra, a riposarmi accanto al
fuoco. Venne una scossa fortissima. Mia mamma credette di prendermi per
una mano invece mi prese per un piede e mi trascinò fuori così.
Ho battuto la testa su due gradini, ma ero forte come un ferro! Andammo
a dormire in una capanna di legno. Era una notte che faceva vento e acqua,
cerano lampi e tuoni. Avevamo lì anche le nostre due o tre
mucche e le nostre due o tre pecore. La terra tremava ancora e appena
cera una scossa un po più forte le mucche muggivano
perché la sentivano anche loro. Facevano un verso... Col passare
dei giorni, vedevo mia mamma sempre più seria: voleva tornare nella
casa anche se aveva una crepa larga un braccio.
Maestro Deno Cagnoli, classe 1909, di Castelnovo Monti. Nel 20
ero a Vetto e servivo la Messa come chierichetto. Il prete si voltò
allimprovviso, mi afferrò e mi trascinò sotto un arco
della chiesa. A Castelnovo ci fu il centro degli aiuti. Era venuto il
comando del Genio per smistare tende, baracche e generi alimentari. Aveva
posto il suo quartier generale sul terreno ove oggi cè la
casa della professoressa Rosina Marconi e noi bambini andavamo a vedere
il traffico degli autocarri che arrivavano e partivano carichi di merci.
Per dare unidea della difficoltà dei soccorsi, rubiamo dal
racconto del maestro Cagnoli un altro ricordo, di epoca successiva: La
prima supplenza fu a Civago. Mi consigliarono di andare su il giovedì,
perché, essendo giorno di mercato a Villa Minozzo, cera una
corriera che portava da Castelnovo a Villa. Per raggiungere poi la frazione,
mi indicarono il nominativo di una persona che aveva un taxi, ma il taxi
era un mulo, perché da Villa a Civago cera solo la mulattiera.
Questo signore caricava la valigia sul mulo e noi si seguiva a piedi;
nei tratti più ripidi potevo tenere stretta la coda....
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Il
parroco di Febbio sconsolato di fronte
ai danni: canonica crollata, chiesa lesionata, campanile in bilico,
come annotato sulla foto (autore anonimo, Fototeca Biblioteca Panizzi
Reggio Emilia) |
Maestra Maria Curti, classe 1894, di Minozzo. Che spavento! Ero
nel letto, mi era nata una bambina da poco. Si sentì un rumore
sordo: il terremoto avverte sempre. Disperata, insieme alla mia mamma
che era venuta ad assistermi in occasione del parto, siamo fuggite allaperto,
tutte due in camicia da notte. Lo spavento era talmente grande che non
ci siamo accorte di lasciare la bambina in camera. Noi eravamo giù
nellaia e la bambina era in camera da sola. Arrivarono le mie cognate
che erano state a raccogliere legna in campagna e chiesero: E la
bambina?. Uh, la bambina!. Salirono a prendermela. Crollò
il soffitto della chiesa, mi pare ci siano stati due morti: un ragazzo
che faceva da chierico e uno più anziano. Restammo fuori casa quasi
tre mesi. Ci ritirammo nelle cantine e nelle stalle. Sembrava che avessero
mandato dei soccorsi, ma furono soccorsi relativi.
Delfino Corbelli, classe 1913, di Toano: Abitavamo a Stiano, mezzadri
di un prete di Morsiano. Il 7 settembre, il giorno di una grande fiera
a Quara, ho visto crollare il monte di Valestra. Erano le sette di mattina.
Mio padre stava accompagnando due buoi alla fiera. Io ero con una mia
sorella a pascolare le mucche verso Corneto. La terra ha cominciato a
tremare: tremava forte! Anche le mucche tremavano. Mio zio era vicino
a una siepe a tagliare dellerba, ha cominciato a urlare: Mi
viene male, mi viene male!. Ho visto il monte di Valestra oscillare
paurosamente e coprirsi di fumo... Quando è andato via il fumo,
mancava un pezzo di monte. La terra continuava a tremare: è stata
una scossa tale...! Abbiamo dormito in un prato sotto tende fatte con
le coperte, ma cominciava a fare freschino.
Gina Ghirardini, classe 1905, di Toano. Ricordo il terremoto dell8
settembre. La mamma stava infornando il pane. Aveva un sartino in casa,
che si chiamava Giuseppe (buono, zoppettino!). Ma Giuseppe, mi butti
tutte le pigne malamente!. Tttt... che colpa ne ho io: balla
la pala!. In quel momento cadde il comignolo in cortile. Noi eravamo
di sotto, in giardino. Cerano il professor Marconi, il dottor Franzoni,
Enrico e noi ragazzi. Ci accorgemmo di questo terremoto più terribile
che mai. I fratelli Notari scapparono in camicia. Cera da loro il
calzolaio, Vincenzo Tincani: erano tutti ufficiali e gli faceva gli stivali.
Disse: Io vado a casa, perché siete tutti disgraziati: mi
balla il tavolino, mi balla il seggiolino, io me ne vado!. Il bene
che abbiamo voluto a Vincenzo! Finì tragicamente: cadde in bicicletta,
a Ca Marastoni. Due ragazzi avevano voluto soccorrerlo: No,
no, vado a casa da solo. Non si era accorto della gravità,
continuò a lavorare. Dopo una settimana entrò in coma e
morì. Comera bravo, Vincenzo! Che belle figure che avevamo!
Parliamo delle intelligenze di oggi! Allora avevamo le intelligenze, ma
non curate. Avevamo qui vicino un Albertini che lavorava il ferro in un
modo... Ha fatto un lampadario che oggi è nella chiesa di Cavola:
è meraviglioso, meraviglioso. Ma nessuno ne approfittava.
Alcune delle voci che abbiamo ascoltato sono oggi esse stesse ricordo.
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