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detto
fra noi
di Giuseppe Delfini
Siamo in guerra
Pace e vita. Proprio mentre scriviamo stanno arrivando le terrificanti notizie delle bombe londinesi, e queste sono le prime parole che viene voglia di urlare. Pace e vita. Non vogliamo sbrodolare frasi roboanti o esternare discorsi ad effetto. Altri sicuramente lo faranno, e meglio di quanto non saremmo in grado di fare noi anche se lo volessimo. In questo ennesimo terribile momento della nostra storia non possiamo però fare finta di nulla, e dal nostro infinitamente piccolo un modesto sos lo vogliamo lanciare. Intanto, la solidarietà alla nazione inglese e a tutti i cittadini di quello Stato deve essere totale e sincera, senza alcun perfido distinguo. Le distanze tra Stato e Stato si sono incredibilmente accorciate, e i destini di una Nazione sono legati a quelli di tutte le altre. Non dobbiamo quindi pensare che un fatto accaduto oltre Manica o Oceano non ci riguardi (sarebbe anche facile dire che se un macello come quello odierno è potuto accadere in una city blindata come Londra, figuriamoci cosa potrebbe capitare nelle nostre sbracatissime città... ma questa è un’altra storia). “Nessun uomo è un’isola”, sostenava il poeta secoli addietro. L’abbiamo sempre preso come un impeto lirico, mentre era una grande profezia. Da ogni angolo del mondo, oggi più che mai, deve levarsi la richiesta di una pace posta prima di qualunque altra cosa: prima degli interessi economici, di quelli del singolo Stato o del capo di governo di turno, delle ideologie di qualunque latitudine o longitudine, di qualsivoglia religione più o meno integralista. Si fa presto a dire pace, ma assistere a certi spettacoli in un’era potenzialmente ricca per tutti fa rabbrividire. Sapere che potremmo dignitosamente vivere nella serenità mentre invece ci tocca campare sotto una cappa di morte ci lascia senza fiato. Da ogni persona si deve levare la richiesta di una vita accettabile per tutti, di una sicurezza del diritto senza confini. Sembra incredibile che dopo millenni e millenni di storia le vertenze (chiamiamole così...) vengano ancora risolte col sangue e col terrore. Ma che vita è questa? La cronaca parla dei morti e dei feriti di questi attentati, fornisce i consueti bollettini di guerra. Non sapremo mai però i loro nomi, e nemmeno quelli delle loro mamme, dei loro papà, dei loro figli o fratelli, non sapremo mai come è cambiata la vita delle loro famiglie. Ci propinano dalla tv volti sanguinanti o rigati dalle lacrime. Ma questo è solo pessimo spettacolo televisivo. Talvolta lo è, almeno. La “loro” vita vera non ci tocca. Sembra non toccarci. Sembra. Perché la barca sulla quale remiamo controvento è la stessa, l’autobus sul quale viaggiamo è il medesimo, così come la stazione alla quale ci rechiamo, la loro bara sta passando di fianco a noi. Nel mondo le guerre ci sono sempre state, e forse sempre ci saranno. Sono state uccise persino delle persone passate alla storia per la loro bontà e la loro mitezza. Caino è riuscito a far fuori Abele anche quando sulla terra non avevano certo problemi di spartizione delle risorse. Nonostante ciò, non dobbiamo accettare tali eventi con supina rassegnazione. Non abbiamo assistito alla proiezione di un filmaccio truculento. Domani sarà anche un altro giorno, ma guai a chi dimentica o tenta di far dimenticare. O a chi, sull’onda di una comprensibile emotività, prova a portare acqua al proprio mulino. La pace e la vita non devono più tollerare furbesche interpretazioni o elucubrazioni. Non abbamo davanti mille scelte, ma semplicemente due: o la vita o la morte. E non è un fatto di bandiere arcobalenate o frasi fatte. Ma di vita e di pace. Concrete, reali, fatte di sogni e di incubi, di gioie e di sangue. Dite poco? Un’ultima cosa: siamo fermamente convinti che in questo stato di guerra ci sia un consistente problema di follia umana. Siamo però altrettanto convinti che senza un terreno adatto alla crescita qualunque seme è destinato a morire. Meglio non dimenticarlo. Acqua. Siamo alle solite: è ripartito l’estenuante giro di valzer di dichiarazioni in merito alla siccità e ai problemi di approvvigionamento idrico. Abbiamo udito politici dichiarare che tutto va bene e che non esiste tale questione. Il Po è ai minimi storici, i torrenti sono rachitici, le crepe nei campi sono larghe una spanna e gli agricoltori si lamentano, ma questa a detta di qualcuno è solo faziosissima suggestione. Da anni sentiamo parlare di bilanci idrici (peccato che ognuno abbia il suo, differente ovviamente dagli altri) e di rimedi, come la costruzione di invasi di media dimensione da costruire sul territorio, Appennino compreso. Peccato che esistano solo nelle parole passate come acqua sotto i ponti (quando piove). Siamo al solito vergognoso ritardo. Per le vele di Calatrava, la Reggiana calcio, i battibecchi su poltrone e incarichi, il tempo e le energie si trovano, per migliorare radicalmente il sistema produttivo si impiegano tempi biblici. Patetico. Vedrete: il prossimo anno saremo alle solite, e l’anno dopo idem. Sino alla pioggia successiva, che cancellerà tutto. Politica. Speriamo che con i nuovi assessori Leana Pignedoli, presidente della Comunità montana, non si sia “portata in casa” due problemi. Politicamente parlando, s’intende, perché sulla buona volontà, le capacità e l’onestà non si discute, e sui risultati il giudizio va dato alla fine. Per quanto riguarda il primo, Carlo Benassi dei Comunisti italiani, il busillibus sta nel fatto che sulla sua nomina si è scatenata una guerra interna al proprio partito. E in Italia ogni guerra interna partitica si riversa prima o poi sull’intera alleanza. Passando al secondo, Athos Nobili, ex sindaco di Vetto, bisogna rilevare che esso, al di là delle etichette di facciata, politicamente non rappresenta che se stesso. Quando lui ha minacciato di far saltare la giunta di Vetto se non gli fosse stato dato un assessorato in Comunità, nessuno ha avuto il coraggio di fargli calare le carte, ed è stato accontentato. E se qualcun altro lo imitasse?
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