| CORTOGNO/IN QUARANTA DA GENOVA PER COMMEMORARLO
Settimo, noi ci ricordiamo di te
Carabiniere e poi partigiano, Giudici venne ucciso dai
tedeschi nel ‘44 in Liguria. Una visita intensa e molto
partecipata ai luoghi che lo videro ragazzo.
di Giovanna Caroli
 |
PEPPINO
Il giornalista Torricelli,
legatissimo alla nostra montagna
dove ha solide radici. |
Nel 60° della Liberazione sono venuti in quaranta da Genova per conoscere i luoghi dove era stato ragazzo il carabiniere Settimo Giudici, partigiano su monti lontani, ucciso dai tedeschi sulle prime balze dell’entroterra genovese il 7 aprile 1944. Sono gli escursionisti del Gruppo Scarponi che sui monti della Liguria cura, insieme ai sentieri, anche la memoria. Nel ventennale dell’eccidio, proprio il Gruppo Scarponi di Pontedecimo aveva innalzato un monumento su cui si legge “Quelli che in montagna cercano la vita / a coloro che sulla montagna l’hanno sacrificata per la libertà”; lo scorso anno una delegazione casinese di famigliari di Settimo Giudici, compaesani e amministratori aveva partecipato all’inaugurazione del restauro di quel cippo curato dal Comune di Ceranesi. Il 23 e il 24 aprile scorso sono stati gli escursionisti genovesi a visitare la nostra montagna, accolti dal sindaco Carlo Fornili, dagli assessori Silvano Domenichini, Giovanna Caroli e Albert Ferrari, dai famigliari di Settimo Giudici e da dirigenti e membri della Pro Cortogno. Per due giorni hanno potuto camminare sul sentiero della Pietra sotto la guida esperta di Giuseppe Magnani del Cai di Castelnovo e conoscere i borghi di Faieto e Vercallo avendo come cicerone Piero Torricelli della Pro Cortogno. Proprio a Cortogno, davanti al monumento in pietra in onore dei Caduti realizzato da Piero Gambarelli, il momento più toccante, con la rievocazione dello stesso Torricelli dell’eccidio in cui Settimo ha perso la vita, il richiamo del consigliere provinciale Silvano Domenichini e del sindaco Carlo Fornili ai valori della memoria condivisa e della pace e la deposizione di una corona.


 |
| Dall’alto: il discorso di Piero Torricelli;
gli ospiti genovesi del
Gruppo Scarponi ammirano il
taglio della forma; il sindaco di
Casina Carlo Fornili consegna al
capogruppo Desiderio Dessi
una stampa dei nostri borghi. |
Momento comunitario importante anche il pranzo offerto agli ospiti di Ceranesi e agli amici casinesi dalla famiglia Giudici e dalla Pro Cortogno. Molto apprezzata la visita mattutina alla latteria di Cortogno con le cinque caldaie tutte in funzione sotto la guida esperta del casaro Silvano Domenichini, omonimo del consigliere provinciale. E proprio una forma del Parmigiano Reggiano prodotto a Cortogno, divisa tra gli escursionisti ospiti, è stato il dono con cui un altro cortognese emigrato a Genova da prima della guerra ha voluto onorare l’amico Settimo Giudici che aveva salutato al momento di farsi partigiano e mai più rivisto. Si tratta di Peppino Torricelli, amico anche di Tuttomontagna.
 |
| MIGLIORE Togliatti tra i giornalisti e gli amministrativi
della redazione de l'Unità di Genova. |
LA STORIA DI PEPPINO
Lo scorso anno, al primo incontro ai piedi del monumento ai Piani di Praglia, aveva accolto chi scrive con un cordiale: “Ma io la conosco!”. E davanti alla naturale meraviglia della cronista che mai lo aveva incontrato in precedenza aveva spiegato sorridendo: “Leggo sempre i suoi articoli su Tuttomontagna!”. Apprezzamento reso ancora più importante dall’essere stato Peppino Torricelli a lungo redattore de l’Unità e caposervizio di Paese e Paese sera. “Nel 1944, a 18 anni, ho cominciato a lavorare come impiegato al banco di Chiavari, nella sede centrale di Genova. Frequentando le scuole serali ho preso il diploma di ragioneria. Nel 1947 sono entrato nella redazione de l‘Unità, edizione della Liguria, iniziando un lungo praticantato. Svolgendo il mio lavoro di stenografo la sera, ho potuto frequentare la facoltà di Economia e Commercio, studi che ho interrotto perché nel 1949 mi sono ritrovato felicemente sposato. Dal 1952 sono iscritto all’elenco dei redattori stenografi e nel ‘59 ho accettato il trasferimento alla redazione romana de l’Unità. L’anno successivo sono passato a Paese e Paese sera come caposervizio. Nel 1981 la pensione”.
 |
| Felice Torricelli (a sinistra) intona
un canto con gli amici Antonio
Lenti e Domenico Severi. |
Trentaquattro anni in mezzo alle notizie del mondo! “Sì, ma punteggiati dai continui ritorni ai monti reggiani tanto amati e ricordati!”. Ai monti reggiani il papà era approdato dal Mantovano, “preso in casa” dalla famiglia Bettuzzi in cambio di un modesto sussidio, come allora si usava: Felice Torricelli era infatti figlio di NN, “Un destino che l’aveva segnato dandogli un forte senso della famiglia. Da sposato si diede da fare per trovare la madre, ci riuscì, ma non lo riconobbe”, ricorda oggi Peppino. Ma Felice aveva anche lui la sua dote: una voce magnifica; quando di sanmartino in sanmartino - come accadeva all’epoca ai mezzadri - la famiglia Bettuzzi approda a Cortogno, Felice è un bel giovanotto che con il canto fa innamorare la bella Angelica Costoli. Il matrimonio li porta prima mezzadri della famiglia Zanetti a Migliara, dove nel 1926 nasce Peppino, poi la “crisi del ‘29” li costringe in giro per l’Italia e la Francia. A Torino Angelica trova posto come domestica ma è costretta a nascondere di avere un marito e un figlio, poi passano in Francia come giardinieri. I figli vengono cresciuti prima a Cortogno dai nonni, dove Angelica torna per qualche mese ad ogni parto, quindi in diversi collegi, in Francia, a Livorno, a Genova. “Quando veniva a trovarmi mi portava una banana, e quella banana è ancora oggi un ricordo capace di emozionarmi”, sorride Peppino con gli occhi che luccicano. Felice non sa nuotare ma adora il mare: per un poco si trasferisce nella bellissima isola di Port Cros, nel golfo di Lione, quindi, con la guerra, a Genova, dove l’assunzione nelle Ferrovie “lo mette finalmente fermo”. Nel frattempo è scoppiata la guerra e Felice conferma tutta la sua intraprendenza e ingegnosità: percorrendo ogni giorno chilometri di binari oltre la stazione Principe, impara a riconoscere ogni angolo di terra buona e a sfruttarlo come personale e provvidenziale “orto di guerra”. Nella galleria di Principe ricava poi un sicuro rifugio antiaereo e la famiglia impara a dormire là quasi tutte le notti. Avvia anche uno scambio con i cortognesi: scarpe contro farina, ma le calzature comprate nei carruggi non sono all’altezza delle attese poiché la bellezza nasconde una brevissima durata e il commercio si interrompe ben presto. Poi il dopoguerra, con la casa nuova al paese e i figli che prendono ciascuno la propria strada. Quella di Piero comprende anche il mare, come capitano responsabile della sala macchine, poi Lodi, dove è consigliere provinciale, quindi Cortogno, colonna portante di ogni iniziativa turistica, politica o culturale che sia.
 |
| Piero, Felice e Peppino Torricelli. |
E VENNE FUCILATO
Le carraie e gli spiazzi costeggiati di macchia mediterranea che oggi ai Piani di Praglia fanno la gioia dei turisti a pochi chilometri dalla città, oltre Pontedecimo e Campomorone, nel comune di Ceranesi, videro nel ‘44 uno dei più feroci eccidi perpetrati attorno all’antico convento della Benedicta. Il racconto di quella settimana santa del ‘44 è lo stesso di tutti i rastrellamenti: truppe tedesche insieme a quelle italiane della Rsi convergono verso le colline dove sono appostate le formazioni partigiane; seguono presidi feroci e violenti scambi di colpi per finire con la caccia all’uomo sasso per sasso, pianta per pianta. Qualcuno tra i partigiani tenta lo sganciamento e riesce a rifugiarsi in città, altri non riescono a farcela; tra questi ultimi quattro partigiani genovesi e due carabinieri italiani che dopo l’8 settembre si erano uniti alle forze della Resistenza. “Le sei persone incontrarono una formazione tedesca nei pressi dei Piani di Praglia, nella zona circostante la trattoria Chelina, e morirono dopo un violento scontro [...] In serata lo spaventoso eccidio della Benedicta, dove 97 partigiani della brigata Garibaldi vennero passati per le armi e gettati in una fossa comune”. Così la penna di Mario Pino in Piombo a Campomorone. Sarà una spedizione umanitaria a recuperare i cadaveri qualche giorno più tardi. Uno dei due carabinieri è Settimo Giudici del Mulino di Cortogno. Anche il fratello Floro ha conosciuto il fronte in Grecia e Albania e a casa con gli altri fratelli e le sorelle c’è solo il papà: la mamma è morta di parto alla nascita dell’ultimo fratello, Decimo. Come Settimo sia giunto ai Piani di Praglia ce lo racconta la relazione del maresciallo Patti, comandante la stazione carabinieri di Casina, inviata al Comando del Distretto di Reggio Emilia il 22 settembre 1952, conservata nel fascicolo personale di Settimo Giudici nel Distretto militare di Modena e pubblicata in Casina in guerra. “Settimo Giudici è nato a Casina il 25.3.1924. Allievo carabiniere e quindi carabiniere a piedi nel 1942, con un premio di arruolamento di lire 300 e una paga giornaliera di lire 10,835, prende servizio nella stazione di Cairo Montenotte.
 |
| Settimo Giudici. |
Sbandatosi l’8 settembre, rientra in famiglia ma, in seguito ai bandi di presentazione della Repubblica Sociale, riparte per Genova, presentandosi alla Legione carabinieri che lo assegna alla stazione di Mignànego. Nel mese di marzo 1944, in seguito a un rastrellamento operato da un reparto di nazifascisti, fu fucilato. Il cadavere fu rinvenuto dal sac. Giacomo Cambiaso, curato di S. Martino, sul monte Roncasti (Làrvego) il 31.5.1944 e seppellito il giorno successivo nel cimitero di Gallaneto. In seguito la salma venne trasportata a Casina e inumata nel cimitero di Cortogno, frazione di questo comune”. La spiegazione degli avvenimenti ci viene dalla motivazione della Medaglia di bronzo al valor militare concessa alla “memoria” a Settimo Giudici dal Presidente della Repubblica nel 1959: “Pur trovandosi in servizio partecipava, con grave rischio personale, all’attività del fronte clandestino della Resistenza. Allontanatosi, armato, dal reparto per arruolarsi nelle formazioni partigiane, veniva, dopo strenua difesa, catturato dal nemico. Affrontava con cosciente coraggio ed indomita fierezza il plotone di esecuzione, suggellando con la vita l’amore per la Patria. Campomorone (Genova) 11 aprile 1944”. Il 60° anniversario della sua morte e quello della Liberazione hanno dimostrato che il tempo degli affetti non è quello della storia e Settimo Giudici è più che mai presente in famiglia, nella sua Cortogno, nel suo comune, come tutti gli altri Caduti di cui continuiamo a fare memoria.
|