| PIANTA AUTOCTONA NEL RAMISETANO
La mela di Temporia
Il “pom ross”, una coltivazione antica almeno duecento
anni in un paese ricchissimo di frutta. Profumatissima e
con un sapore unico, durava a lungo ed era venduta nel
Parmense. Le testimonianze. “Ora recuperiamola”.
di Loredana Bottazzi
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FRUTTI RAMISETANI
Nel fotoservizio di
Simona Bocedi, la
splendida Michela Costa
gioca con i pom
ross di Temporia.
Eccola confrontare la
mela locale con la
“delicius”. Sullo sfondo,
un melo. |
Temporia, borgo ramisetano situato alla destra del fiume Enza, sui pendii degradanti verso il rio del Castello, porta un nome bizantino del nostro alto Medioevo: ten-emporian, il mercato. E “mercato” è stato fino a trent’anni fa per il commercio di un suo prodotto unico: al pom ross. E’ una mela che assomiglia alla delicius, è profumatissima, ha un sapore unico, sembra dura al morso ma la sua polpa si scioglie in bocca, si mantiene sana a lungo, tanto da poterla mangiare fino a maggio-giugno. “La sua fama - spiega Alfonso Boraschi di Palanzano di Parma - è ben nota qui nel Parmense, oltr’Enza”. Ma come e quando è giunta questa pianta a Temporia? Perché solo qui dà dei frutti con queste caratteristiche? E’ stata innestata nei paesi limitrofi di Cereggio, Gottano e Gazzolo e le piante sono attecchite, ma le mele sono diverse per il colore e il profumo, per il sapore e la grossezza. Il pom ross è quello di Temporia, e per conoscerlo meglio ascoltiamo i racconti e i ricordi di Luigi Viappiani, Primo Nobili, Narciso Dazzi e Domenico Garofani, alcune delle menti storiche del paese. “Nessuno di noi sa come sia giunta a Temporia questa pianta i cui esemplari più vecchi possono avere più di duecento anni. Si è sempre pensato che un nostro emigrante o un giovane rientrato dal servizio di leva avesse portato e innestato il primo melo rosso, conosciuto in terre lontane.
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| Luigi Viappiani. |
Da quale parte esso provenga è oscuro, ma è certo che nel clima di Temporia e nel suo terreno bianco e leggero - tanto che lo si può lavorare anche dopo una giornata di pioggia - ha trovato il suo habitat naturale. Tutti noi siamo stati riconoscenti a questi meli per ciò che hanno rappresentato nell’economia dei nostri vecchi, che amavano ripetere che con il ricavato della vendita dei loro frutti si pagavano le tasse. Ogni famiglia possedeva in media dalle quaranta alle cinquanta piante e ognuna rendeva dai sei ai sette quintali di mele. A differenza di oggi, in quanto siamo rimasti in pochi e quasi tutti anziani, si riservava ad essi una cura continua e attenta”. “Alla fine di febbraio o ai primi di marzo, con la luna calante, si mettevano i getti nuovi dell’annata passata sotto sabbia, al buio, e quando la pianta metteva i primi umori si procedeva all’innesto su un’altra selvatica. I meli si potavano, si pulivano all’interno dai rami secchi in modo che l’aria potesse circolare nel modo giusto e si lavorava la terra attorno al tronco per tutta la larghezza della chioma e la si teneva concimata.
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| MEMORIA Narciso Dazzi (in piedi), Domenico Garofani, Angela e Leda Bizzarri, testimoni dell’età d’oro del pom ross di Temporia. |
La raccolta era un rito e richiedeva, allora come oggi, molta attenzione data l’altezza del melo - dai 5 ai 6 metri - che imponeva l’uso di scale. Uno saliva e agganciava a un ramo un cesto di vimini che una volta colmo veniva calato a terra con una fune, poi si riempivano con delicatezza le cassette in modo che i frutti non si ammaccassero. Le mele piccole e quelle cadute si conservavano per uso familiare e venivano stese in stanze arieggiate, coperte dalla paglia. Le migliori, invece, si vendevano nei paesi vicini e a un certo Furlotti, noto commerciante di frutta e verdura del Parmense che fino agli anni Cinquanta è stato il nostro maggiore acquirente: contrattava con i proprietari le mele sulla pianta”. “Dopo la raccolta i nostri vecchi caricavano le cassette sui carri che trainati dalle mucche giungevano, guadando l’Enza, a Ranzano, dove Furlotti li aspettava con il suo camion. Non dobbiamo dimenticare che Temporia è stato senza via di comunicazione con il Ramisetano fino al 1963, quando grazie all’onorevole Marconi venne raggiunto dalla strada attuale e dotato di un acquedotto. Si era così isolati che la nostra fu l’unica frazione del comune a non aver visto, in tempo di guerra, un tedesco. La nostra via di comunicazione - il guado dell’Enza - ci portava ad avere scambi commerciali con il Parmense”.
“Finora abbiamo parlato della mela rossa, ma non si può trascurare di dire che il nostro paese è sempre stato ricchissimo di frutta: di renette, di pom rosin, di poman e di servlin, per parlare di mele, mentre per le qualità di pere ricordiamo al carlett, i gnocc, i bernabò, i buter bianc e nigher, i san martin, i noble e i nigron. Un’altra nostra ricchezza erano le vigne di trebbiano, di crova, di cavazzina, di rossara, per la quale si prendeva anche un contributo statale, e di braglassa. Si faceva il vino che poi in parte si vendeva a quelli di Gazzolo e di Taviano”. Domenico Garofani possiede e cura, anche oggi, questi vitigni ormai scomparsi dal grande mercato. Continua a fare il vino per uso familiare e ce ne offre un assaggio che apprezziamo molto.
A questo punto intervengono Leda e Angela Bizzarri, mogli di Narciso e Domenico, per ricordare come il loro nonno Prospero coltivasse lungo l’Enza anche meloni e cocomeri. Grazie a questa ricchezza di frutta, le donne di casa avevano la possibilità di fare scorte alimentari di marmellate, pere e prugne essiccate, il savorett... “Ai primi del Novecento - ricorda Angela - un nostro emigrante portò dall’America i semi di due tipi di fagiolini, uno dei quali assomigliava ai borlotti e si poteva consumare sia come cornetto fresco o seccato e l’altro, dalla mosca bianca, solo secco. Erano unici e li abbiamo coltivati fino a quattro anni fa, quando una larva li ha intaccati ed è andata perduta la semenza. Un tempo tutto si manteneva, mentre oggi tutto marcisce...”.
“Per ritornare alle mele rosse - continua - vorrei raccontare un rito di mio padre. A 14 anni ho lasciato Temporia per andare a lavorare a Parma, e quando a Natale rientravo e aprivo la porta di casa venivo accolta subito dal profumo delle mele rosse che mio padre disponeva come decorazioni nella nostra cucina. Era un profumo che trasmetteva calore e sicurezza, un profumo indimenticabile. E ogni anno mio padre mi accoglieva così: ‘Vieni a vedere che ho una sorpresa per te’. E mi presentava la mela più grossa, più lucida, più profumata del raccolto, che aveva tenuto in serbo per la figlia lontana. Un anno, purtroppo, alla vista del solito dono ebbi un cenno di insofferenza, e non ho mai dimenticato la tristezza che lessi nei suoi occhi. Mi pentii subito e chiesi scusa.
Fui compresa perché fortunatamente il rito della mela rossa continuò. Col tempo anch’io ho imparato a portare in dono quei frutti magici agli amici più cari e ogni anno, al momento della loro raccolta, vorrei che si potesse girare un piccolo filmato da lasciare a figli e nipoti lontani. Sarebbe una testimonianza della nostra piccola storia e potrebbe aiutare a mantenere viva la riconoscenza verso questa nostra buona terra”. “Verosimilmente - spiega il nostro collaboratore esperto di agricoltura Gabriele Arlotti - si tratta di una varietà di mele che ha tutti i tratti per essere annoverata come autoctona. Aspettiamo la ripresa vegetativa e la fruttificazione per catalogarla. Nel vicino Parmense sono attivi progetti di recupero per queste piante. Non escludo che si possano impostare analoghi percorsi incentrati proprio sul pom ross di Temporia”.
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