| PARCO DELLE CINQUE TERRE/IL PRESIDENTE
L’uomo deve essere centro e protagonista
Comodati d’uso per terreni e borghi, negozi e stazioni trasformati in punti informativi, una card per viaggi e servizi... e pacchetti di proposte. Parla Franco Bonanini.
di Armido Malvolti
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IDEE VINCENTI
Franco Bonanini, presidente del Parco nazionale delle Cinque Terre. |
Per capire i meccanismi di questo Parco - che funziona - e farli conoscere ai nostri lettori, abbiamo incontrato a Riomaggiore il presidente Franco Bonanini, alla guida dell’Ente dal dicembre 1999, e il suo collaboratore Doriano Franceschetti, ai quali abbiamo rivolto parecchie domande, ottenendo tutte le risposte che andavamo cercando. Ne è uscito un quadro che giudichiamo interessante non solo per i lettori di questo giornale, ma anche, crediamo, per i nostri amministratori e politici.
Presidente Bonanini, si può affermare che intendete il Parco come recupero storico, salvaguardia di un ambiente e base per un nuovo sviluppo?
“Essenzialmente sì. La nostra storia, la nostra cultura, le nostre tradizioni ci insegnano come operare, come individuare obiettivi che, senza penalizzare il territorio, ricreino le condizioni per svolgere attività che sono il nostro marchio di qualità da sempre. Lo definiamo il parco dell’uomo soprattutto perché intendiamo che sia l’uomo al centro di tutto, un uomo protagonista positivo sia quando svolge mansioni di salvaguardia del territorio in cui opera e vive, sia quando trae vantaggi dal proprio operare in quanto soggetto che produce beni e ricchezze”.
Pare quasi che qui si sia usciti dai canoni: non è il privato che soffre dell’inefficienza del pubblico, ma è il pubblico che stimola il privato.
“Sì, siamo in controtendenza. Abbiamo cercato di stimolare la creazione di una microimprenditoria che trae linfa da uno sfruttamento intelligente della risorsa ambiente-turismo. Il Parco si è posto al servizio di questa idea e la porta avanti incentivando il privato, singolo o associato, a mettersi in gioco. Così salvaguardia e recupero diventano molla di sviluppo con la creazione di nuove occasioni di lavoro”.
All’inizio come ha reagito la gente?
“C’era già il Parco regionale e questo ci ha facilitato il compito. Comunque, far passare l’idea di un diverso utilizzo del territorio non è stato semplice per svariate ragioni, compresa la frammentazione della proprietà. Si trattava di far capire che il progetto leader del Parco - tutto il resto vi ruota attorno - persegue la difesa del nostro territorio attraverso il rovesciamento del rapporto uomo-ambiente. Da qui la scelta di frenare e invertire l’esodo con il ripristino dei terrazzamenti abbandonati. I proprietari sono diventati gli interlocutori del Parco, abbiamo spiegato nei dettagli i nostri intendimenti, chi ancora lavorava la terra è stato aiutato, agli altri, i proprietari di terreni dismessi, abbiamo proposto di mettere il proprio terreno a disposizione del Parco”.
In concreto cosa significa: è una specie di esproprio?
“No, nessun esproprio. Abbiamo acquisito i terreni abbandonati in comodato d’uso per vent’anni”.
Il Parco cosa ne fa?
“Subito ha puntato su di un progetto molto ambizioso che andava sotto il titolo ‘Adotta un vigneto’; poi abbiamo capito che potevamo mettere in movimento meccanismi di lavoro nostro, così abbiamo creato delle cooperative formate soprattutto da giovani. E’ così cresciuta una forte attenzione attorno alle prospettive legate alla valorizzazione e al recupero dei terrazzamenti. Anche le produzioni si sono diversificate: vino, ma anche olio e altri tipici prodotti liguri come il basilico. Del resto, se andiamo indietro nel tempo scopriamo che qui si produceva addirittura il gelso. Le difficoltà maggiori sono derivate dalla frammentazione delle proprietà. Il primo progetto di recupero di terre incolte interviene su 16 ettari scelti in una zona molto importante, esposta al sole in modo ottimale. Ebbene, quei 160mila metri facevano capo a circa 4.000 proprietari”.
Questi terreni rimarranno al Parco per sempre?
“No. La nostra speranza è che dopo la terra torni ai proprietari o agli eredi, magari a qualcuno che oggi è solo un bambino o un ragazzo, così da ricreare quel tessuto economico e sociale che esisteva una volta”.
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FUNZIONA!
Stimolata la microimprenditorialità. Storia di un Parco che ha la stessa età del nostro.
Un Parco che funziona! Non è uno slogan creato ad hoc ma la sintesi che occhi e cervello hanno prodotto per noi al termine di una visita e di un incontro. La visita è al territorio del Parco nazionale delle Cinque Terre, in provincia di La Spezia; l’incontro è con il presidente e un suo collaboratore. Stiamo parlando di un qualcosa che sta appena dietro l’angolo: 105 km da Castelnovo Monti a Riomaggiore; 70 dal Passo del Cerreto, confine emiliano del Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano, alla galleria oltre La Spezia che spalanca la porta del Parco delle Cinque Terre. Lo ha istituito la legge 394 - la legge dei Parchi - la stessa che ha fatto nascere il nostro. Il Parco delle Cinque Terre ha un’estensione di 4.000 ettari, incorpora il territorio dei comuni di Riomaggiore, Vernazza e Monterosso e piccole parti dei comuni di Levanto e La Spezia; ha una popolazione residente di 5.000 abitanti. Ciò che colpisce il visitatore, sia che arrivi dal mare che via terra o in treno, sono i versanti scoscesi che degradano verso il mare, solcati dai geometrici muri a secco costruiti dall’uomo con un lavoro millenario, muretti che modellano il territorio creando piccoli e in qualche caso minuscoli pezzi di terra coltivabile in cui crescono rigogliosi i bassi pergoli delle viti. E’ un paesaggio impressionante, unico al mondo, iscritto dall’Unesco nei beni appartenenti al patrimonio mondiale dell’umanità, prodotto dalla creatività dell’uomo che è stato capace di ricavare dalle difficoltà dell’ambiente naturale le opportunità per un’agricoltura del tutto speciale. E’ un’opera d’arte che tutto il mondo invidia, frutto di un’intenzione progettuale durata più di mille anni e che è servita per tenere insieme, in un’unica visione, le ragioni dell’abitare, del produrre e del fare comunità. Le difficoltà di accesso e di trasporto dei materiali sono state superate inventando un modo di costruire in cui gli unici materiali utilizzati sono stati i sassi, abbondanti lungo i ripidi versanti, e la terra su cui impiantare attività agricole di tipicità e unicità assolute. Così, senza leganti, senza apporti di materiali portati da fuori. Per capire meglio sia l’intuizione che il sacrificio delle popolazioni giunte qui dalla Val di Vara, può servire ricordare che la prima strada asfaltata è stata costruita oltre la metà del secolo scorso e la ferrovia pochi decenni prima. Per secoli l’uomo è stato capace di mantenere un equilibrio perfetto e in questo è ricompreso anche lo specchio d’acqua prospiciente le Cinque Terre, area marina protetta dal 1997. Poi, qualche decennio addietro, questo equilibrio secolare ha cominciato a mostrare le prime crepe, il progresso è giunto anche qui a mettere in discussione canoni produttivi e di vita apparentemente non compatibili con il vivere moderno. E’ iniziato l’esodo, la popolazione addetta alle attività agricole, al controllo e al ripristino è diminuita di numero e invecchiata. L’intelligenza dell’uomo aveva creato un sistema perfettamente funzionante e duraturo nel tempo, bisognoso però di attenzione costante per canalizzare le acque piovane così da ridurre i loro effetti dilavanti, per ricostruire immediatamente i muretti caduti, per contrastare il riemergere della boscaglia. Tutto ciò non poteva prescindere dalla presenza dell’uomo, pena lo stravolgimento di un equilibrio secolare. Si può tranquillamente affermare che il rischio è stato avvertito ben aldilà delle Cinque Terre, prova ne sia che quel territorio è stato inserito dal World Monument Fund nella lista dei cento siti a rischio di scomparsa per il dirompente abbandono delle terrazze coltivate. Anche il Dipartimento Polis della facoltà di Architettura di Genova, in collaborazione con altri Enti, è intervenuto con uno studio che si è posto come obiettivo principale la tutela del paesaggio e la conservazione integrata del territorio, facendosi orientare da una strategia mirata al consolidamento e alla manutenzione dei muri a secco a sostegno dei terrazzi. Gli amministratori locali, le forze politiche e sociali, hanno avuto l’intuizione geniale di vivere l’opportunità del Parco nazionale come elemento di svolta per conseguire due obiettivi principali e uno derivato: salvaguardare l’ecosistema e rimettere in moto le produzioni agricole al fine di ricreare le condizioni per la presenza dell’uomo, soprattutto dei giovani, su tutto il territorio. Non per nulla ogni pubblicazione fatta a cura del Parco ha come marchio di qualità il motto il Parco dell’uomo. Questo il quadro, o, se vogliamo, la base di partenza, senza la quale sarebbe difficile capire cosa si sta facendo in quei luoghi e in che misura ciò che lì accade può essere per noi, cittadini dell’Appenino Tosco-Emiliano, di insegnamento fino a coinvolgerci in possibili iniziative comuni.
Armido Malvolti |
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PARCO DELL’UOMO
Il recupero delle terre incolte. |
Avete preso in considerazione solo i terreni terrazzati?
“No, ci interessa anche il recupero e il riutilizzo degli insediamenti, sia nei paesi sul mare che nei borghi in quota. Più che favorire nuove costruzioni, intendiamo rimettere in circolo quelle esistenti. Uno di questi borghi, attorno al Santuario di Montenero, a quota 350, è stato preso in comodato d’uso dal Parco con la stessa formula dei terreni e ristrutturato per essere poi proposto sul mercato come casa vacanza. Dalla Curia abbiamo preso in affitto la foresteria del Santuario e l’abbiamo sistemata dal punto di vista architettonico riportandola ai fasti di un tempo: è diventata un centro polivalente d’incontri di diverso tipo, compresi quelli gastronomici”.
Questa può essere una strada per riportare l’uomo a presidio del territorio?
“Sicuramente e non solo. Così aumenta la potenzialità ricettiva senza caricare ulteriormente i paesi sul mare di nuovi insediamenti alberghieri; trattasi di sistemazioni alternative, in zone tra l’altro molto belle che offrono panorami mozzafiato, ideali per un turista che ama camminare, i cavalli, la mountain-bike. Ma per mantenere o riportare l’uomo su tutto il territorio del Parco abbiamo fatto e faremo anche altre cose. Abbiamo collegato le frazioni alte; lungo il sentiero n. 1 che va da Levanto a Portovenere abbiamo acquistato un’antica trattoria, l’abbiamo ristrutturata e oggi, oltre che punto di ristoro, è un centro di informazione e assistenza del turista; ci siamo fatti carico di mantenere vivi alcuni servizi vitali. Un esempio: a Volastra il Parco ha acquistato l’unica licenza di un negozio di alimentari e la ragazza che lo gestisce non vende solo merci, ma dà anche informazioni, distribuisce materiale illustrativo, svolge in sostanza un ruolo di informatore turistico. Gestire un negozio non è certamente un obiettivo prioritario, ma sono anche scelte come questa che fotografano il Parco come servizio all’uomo”.
Qual è la via migliore per arrivare alle Cinque Terre?
“Si arriva via terra, via mare e in treno. La maggior parte dei turisti, soprattutto i gruppi provenienti dall’estero, si servono del treno e per la mobilità interna utilizzano i servizi del Parco come la carta servizi denominata ‘Cinque Terre card’ che dura un giorno, tre o anche sette”.
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| Monterosso |
A cosa serve questa card?
“Consente un numero illimitato di viaggi sui treni da Levanto a La Spezia; la fruizione dei servizi di mobilità interna sui pulmini del Parco a propulsione elettrica e/o metano; l’accesso a tutti i percorsi pedonali, centri d’osservazione naturalistica, percorsi botanici, aree attrezzate, birdwatching, centri d’accoglienza, internet point, gestiti dal Parco; la consultazione di tutte le pubblicazioni del Parco. Con l’acquisto della carta vengono distribuiti: la mappa dei treni e dei sentieri, l’orario dei battelli, l’elenco dei prodotti e servizi garantiti dal Parco. Esiste anche la Cinque Terre card battelli, che consente un numero illimitato di viaggi sui battelli che svolgono servizio nell’area marina protetta nel tratto Riomaggiore-Monterosso”.
Nelle stazioni di Riomaggiore e Vernazza sono alcuni murales a dare il benvenuto al turista. Di chi sono e cosa rappresentano?
“Sono di Silvio Benedetto e vogliono raffigurare, rendendo loro un doveroso omaggio, i coltivatori, i veri eroi delle Cinque Terre. Uomini e donne che in mille anni hanno costruito e ricostruito oltre otto milioni di metri cubi di muretti a secco con sassi d’arenaria sovrapposti senza uso d’alcun materiale di coesione, creando un paesaggio unico al mondo dove la coltura è cultura”.
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UNESCO
Le millenarie terrazze partimonio mondiale dell’umanità. |
Le stazioni sono le vere porte d’ingresso al Parco?
“Per noi le stazioni sono centri d’accoglienza. Solo quella di Monterosso era attiva, le altre erano ormai abbandonate. Così abbiamo fatto un accordo di gestione con le Ferrovie, le abbiamo sistemate con la bioingegneria, le abbiamo attrezzate con i servizi necessari, compreso internet, trasformandole appunto in centri di accoglienza per il turista. Oggi i ragazzi delle cooperative gestiscono anche le biglietterie. Centri di accoglienza ne abbiamo uno anche nella stazione di La Spezia e ne attiveremo un altro a Levanto. Il turista che arriva sa che lì c’è un info-point che permette di attivare i servizi di accompagnamento e di dirottamento. Stiamo lavorando a un grande portale per dare in tempo reale la disponibilità alberghiera”.
Cos’è il marchio di qualità e cosa protegge?
“Uno è sui prodotti agricoli, l’altro è il marchio di qualità ambientale sulle aziende di ristorazione, ricettive ed extraricettive. L’adesione al marchio è volontaria, ma, se da una parte comporta il rispetto di un regolamento e la realizzazione in cinque anni di tutta una serie di servizi, dall’altra ti inserisce all’interno della Card, ti porta nelle fiere, ti dà alcuni servizi, ti fa entrare nel circuito della promozione, promozione di qualità. E’ evidente che poi, quando arrivano i turisti, li dirottiamo sulle strutture che hanno aderito al marchio di qualità”.
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| Corniglia |
Cosa significa “promozione di qualità”?
“Innanzitutto che oggi non andiamo più nelle fiere a promuovere i posti letto, bensì a proporre i nostri prodotti e il nostro territorio in fase di ristrutturazione e recupero produttivo. Prodotti che non sono solo vino, ma anche olio, pesto, marmellata di limoni, limoncino e, domani, anche una linea di cosmetici che stiamo studiando in modo molto serio. Poi l’utilizzo dei più moderni mezzi di comunicazione: siamo quasi pronti per proporre sul portale i nostri prodotti, così che potranno essere richiesti via internet. Val la pena di ricordare che già oggi due nostri tipici prodotti, lo sciacchetrà e le acciughe di Monterosso, sono presidi Slow-food”.
Quanto terreno agricolo avete recuperato e quanti posti di lavoro avete creato in cinque anni?
“Circa 40 ettari: una quantità che può sembrare ridicola rispetto alla situazione di abbandono, ma una cifra significativa se la si valuta in proiezione futura. Nelle sei cooperative siamo riusciti a impiegare dai 150 ai 200 giovani: non pochi se rapportati alla popolazione del Parco. Cifre comunque che già indicano un percorso in cui lavorazione, trasformazione e commercializzazione sono gli ingranaggi di un meccanismo che cammina da solo dando risultati economici”.
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| Manarola |
Cos’è l’Università del paesaggio?
“E’ un modo intelligente per interagire con le università e quegli studenti che intendono cimentarsi con il restauro del paesaggio e lo studio delle colture biologiche, partecipando anche a veri e proprio campi di lavoro che permettono di mettere in pratica gli apprendimenti teorici”.
E’ forte il rapporto con il mondo universitario e quello scientifico?
“Assolutamente sì. In questi anni siamo stati al centro del mondo, la stessa Università del paesaggio nasce da precise sollecitazioni del mondo accademico. Diciamo che l’interesse che si è creato attorno a questi luoghi ha contribuito a far conoscere le nostre iniziative e a far conseguire loro buoni risultati. Tutta questa gente che ospitiamo per studio e per svolgere attività pratiche diventa ambasciatrice del nostro progetto nel mondo e contribuisce ad alzare il target culturale del nostro turismo, favorendo l’ingresso di persone che sono già informate a monte sulle sue peculiarità”.
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| Vernazza |
Parlate di privilegiare il turismo culturale: cosa significa?
“Puntare sul turismo di selezione culturale significa non privilegiare un turismo di pura ostentazione. A chi chiede la discoteca e la spiaggia affollata e rumorosa diamo indicazione di accomodarsi altrove. Il turismo di selezione culturale è una sommatoria di tantissime attività che nel loro insieme costituiscono un reticolo. Per fare qualche esempio: il mare, rispettato ancor prima che protetto, è una di queste componenti e nemmeno la principale, poi ci sono il recupero delle tradizioni, le pratiche agricole che incuriosiscono al di là delle finalità produttive, l’enogastronomia, la qualità della vita intesa come riscoperta del vivere a contatto con la natura, ma anche studi innovativi quale quello che stiamo sviluppando sulla naturopatia per calcolare l’incidenza ambientale su alcune forme di neoplasie. Tutto questo messo insieme costituisce una forma di interesse al cui interno c’è la gente stimolata e più viva, che tra l’altro capisce che per visitare un territorio fragile come il nostro occorre quasi mettersi le pantofole”.
A pochi chilometri di distanza ci sono altri due Parchi: quello delle Apuane e il Parco dell’Appennino Tosco-Emiliano. Sono ipotizzabili forme di collaborazione?
“Diciamo che con ogni probabilità nei prossimi anni ci sarà una modifica degli assetti turistici. Arriveranno turisti da sempre più lontano, desiderosi di conoscere più di un aspetto del paese visitato. Turisti che non cercheranno una sola località dove passare alcuni giorni, ma che pretenderanno pacchetti complessi, contenitori con proposte anche molto diverse tra loro. Non si giustificherebbero 8-10 e più ore di viaggio per soggiornare poi in un solo luogo. Noi già oggi siamo un crocevia internazionale, quindi il modificarsi dei gusti turistici non cambierà di molto i nostri assetti, può diventare comunque interessante anche per noi allargare e diversificare l’offerta. Come farlo se non guardando oltre il Crinale che disegna i confini del nostro Parco?”.
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| Riomaggiore |
Quindi è ipotizzabile l’offerta di pacchetti turistici contenenti le Cinque Terre, le Apuane e l’Appennino?
“Bisogna considerare che, rispetto a possibili paesi di provenienza quali potrebbero essere l’Asia e l’Australia, parliamo di distanze assai contenute, quasi risibili. Quindi approntare e mettere in rete proposte complesse, che contengano il meglio in termini artistici, culturali, paesaggistici, produttivi, enogastronomici e ricettivi di territori diversi, ma geograficamente vicini, può essere vincente in un’ottica di prospettiva. Altrimenti rimangono i campanili... ma da soli servono a poco”.
Ci sono già iniziative in embrione?
“Sì. Abbiamo già attivato una serie di contatti con Parma, Reggio e le stesse Apuane. Ci sono stati incontri, abbiamo fatto convegni, stilato protocolli. E’ chiaro che questo presuppone da parte di tutti la necessità di entrare in una logica nuova anche dal punto di vista organizzativo. Proporre pacchetti articolati può essere relativamente facile, poi però vanno gestiti quotidianamente. Il turista che compra un simile pacchetto pretende di essere seguito, guidato, assistito. Non lo si può abbandonare a se stesso”.
Qualcuno potrebbe pensare che in questo modo si allontanano turisti dal vostro territorio?
“E’ un rischio assolutamente inesistente. Se noi contribuiamo ad allungare le permanenze offrendo visite, itinerari e soggiorni alternativi e integrativi aumentiamo la rotazione, evitiamo il congestionamento e, soprattutto, dato che un cliente soddisfatto e appagato è il miglior promoter che ci sia, inneschiamo un moltiplicatore che farà aumentare il flusso turistico a vantaggio di tutti. Gente porta gente”.
Quindi si tratta di ipotesi su cui lavorare?
“Credo proprio di sì”. |
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