| FORNOLO/INTERVISTA ESCLUSIVA CON LA NEO DR.SSA TACCONI
Alessia vola nella gara della vita
La promessa dello sci la cui carriera fu stroncata da un terribile incidente
durante una discesa. Il coma, la difficile battaglia per il ritorno alla normalità.
Le nuove vittorie sono in una tesi di laurea, nella famiglia e negli amici.
di Loredana Bottazzi
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| Alessia Tacconi |
Questa è la storia di Alessia Tacconi, classe 1980, brillante promessa dello sci fino al ‘99, quando a Bardonecchia, durante le prove di una gara internazionale di discesa libera, ebbe un terribile incidente per colpa del quale finì in coma. Di colpo, i suoi sogni di atleta si frantumarono.
Alessia, come nacque la passione per lo sci?
“In casa mia si è sempre respirato amore per lo sport. Mio fratello Gabriele, ad esempio, per tre anni è stato giudicato il miglior terzino sinistro del Torneo della Montagna, e ora gioca nel Carpineti. Io, a soli due anni e mezzo, venni messa sugli sci da mio zio Alberto, che divenne il mio allenatore e mi racconta sempre che mi comportai benissimo sulla pista baby del Ventasso, come se lo sci fosse per me un elemento naturale. Dai 6 ai 10 anni partecipai alle gare di Baby sprint e Baby, conquistando il titolo di campionessa regionale di categoria. Come ‘cucciola’ ho vinto un’edizione del ‘Pinocchio sugli sci’, qualificandomi per la gara nazionale all’Abetone. A quel punto mio zio capì che non era più in grado di allenarmi, per cui contattò lo Sci club Schia di Parma ed iniziai a lavorare con l’allenatore Saccardi. Nel ‘95, dopo aver vinto il campionato regionale Allievi,
entrai nella squadra nazionale
Cae (Comitato Appennino Emiliano).
Partecipai a gare nazionali
e internazionali: per i risultati
ottenuti ero considerata una
promessa e tenuta in osservazione
dagli addetti ai lavori. Ero felice
e non mi pesavano né i ritiri né le ore che ogni giorno dedicavo agli esercizi di preparazione atletica. Dovevo conciliare
questi impegni sportivi con quelli
scolastici di ragioneria a Castelnovo
Monti”.
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ALLORO
Alessia Tacconi con il fratello Gabriele e i genitori Franca e Andreino nel giorno della laurea. |
Come riuscivi?
“Bene. Certamente non mi potevo permettere di perdere tempo inutilmente, e nonostante la media di novanta giorni di assenza all’anno per la mia attività sportiva, ho sempre ottenuto buoni risultati; addirittura in prima superiore fui la migliore dell’istituto. Racconto questo non per elogiarmi, ma per dimostrare che la passione per lo sci era talmente vitale da darmi la carica anche per assolvere, al meglio, i miei doveri di studentessa. Lo sport fatto seriamente ha
delle regole così ferree che temprano il carattere, per cui il senso del dovere e della determinazione diventano logiche naturali. Ero soddisfatta come atleta e come studentessa, fino a quando a Bardonecchia tutto sembrò spezzarsi”. “Delle giornate e delle prove di gara sostenute a Bardonecchia - interviene la mamma Franca -
Alessia non ricorda niente, se
non un numero 40, che noi sapevamo
era quello del suo pettorale.
Alle ore 14.30 Alessia
doveva eseguire la prova e noi
eravamo in attesa della consueta
telefonata che ci avrebbe comunicato il tempo ottenuto. La
telefonata non arrivava e il suo
cellulare restava muto. Solo alle
16.30 ci chiamò il medico della Fisi per darci la notizia del terribile incidente capitato ad Alessia, che era stata trasportata con un elicottero al Centro traumatologico di Torino. Le sue condizioni erano preoccupanti. Partimmo subito alla volta del capoluogo piemontese, e all’ospedale i medici ci dissero che per nostra figlia, in coma, c’erano pochissime speranze. Eravamo disperati, ma dopo cinque giorni di coma profondo e tre di coma farmacologico, Alessia venne svegliata. Non potrò mai dimenticare il momento in cui gli infermieri la sollevarono dal letto: mia figlia sembrava una bambola di pezza. Venne poi trasferita per la riabilitazione a Correggio, dove mi sembrò di riavere una Alessia piccina alla quale si richiedeva di muoversi e camminare in modo autonomo. Mai come allora la nostra famiglia si trovò unita e determinata per aiutare la nostra piccola nel nuovo percorso. Non ci siamo mai persi d’animo, e una volta rientrati a casa abbiamo continuato a lavorare con lei compiendo continui e costanti esercizi di psicomotricità affinché questa bambola di pezza ritornasse viva. Come al solito, Alessia si impegnava con
quella determinazione che solo
lei è capace di avere, e ogni suo progresso era una vittoria per tutti noi”.
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GRINTA
Alessia in gara ai Campionati italiani assoluti di Falcade nel 1998. |
Alessia, quando ripresero i tuoi ricordi?
“I ricordi tornarono ai primi di maggio, quando per la prima volta chiesi a mia madre di aiutarmi ad uscire da quell’incubo. Mi resi conto che non ero più padrona di me stessa nella mia motricità, e in quel momento capii che non stavo vivendo un brutto sogno ma una dolorosa realtà”.
Quale fu la tua reazione?
“Dovevo uscire da quella situazione il più presto possibile, cominciando intanto col tornare a scuola. Era l’anno della maturità... Così feci, anche se con un orario flessibile perché soffrivo di tremendi mal di testa, provocati anche da un visus difettoso dovuto a una lesione al nervo ottico in seguito perfettamente risolta da un intervento”.
Com’è stato il rientro a scuola?
“Difficile e pesante. Ricordo che una prof mi disse che tutti i miei guai me li ero cercati. Ricordo invece con molto affetto e riconoscenza i prof Farinelli e Cisarri per la loro disponibilità e attenzione. In quel periodo mi è stata molto vicina una zia, che da brava insegnante di lettere mi ha aiutata, senza risparmiarsi, consentendomi di affrontare l’esame e di diplomarmi”.
Ma il diploma non ti basta va...
“No. Mi sono iscritta alla facoltà di Scienze motorie presso l’Università di Bologna e poche settimane fa mi sono laureata, discutendo la tesi dal titolo Lo sci tra passato, presente e futuro. L’argomento mi ha dato la possibilità di intervistare Alberto Tomba, che ho sempre ammirato moltissimo”.
Rimpiangi o rinneghi qualcosa dello sci?
“Lo sci è stato per diciannove anni la mia vita e mi ha regalato tante emozioni e soddisfazioni. I ricordi delle vittorie, degli allenamenti, degli amici, degli allenatori e di tutto il gruppo sportivo che ruotava intorno a me sono incancellabili. Scio sempre con grande gioia anche adesso”.
Com’è stato il cammino del recupero?
“Complesso e doloroso. In modo particolare all’inizio, quando ebbi la consapevolezza che non ero più quella di prima. Rifiutavo di farmi vedere da quelli che mi conoscevano, per cui mia madre mi portava in luoghi in cui avevo la certezza di non trovare conoscenti e dover leggere nei loro occhi giudizi e confronti. Rabbia, ribellione, dolore e malinconia sono stati spesso miei compagni di viaggio. Fortunatamente, però, ero circondata da un fratello meraviglioso, attento a ogni mio cedimento, da una coppia di genitori unici e dalla bella compagnia degli amici di Fornolo, il mio paese”.
Cosa ti ha fatto più male, negli altri?
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| Alessia nel ‘97 alla partenza di una gara internazionale a Bardonecchia, la stessa pista dove nel ‘99 riportò il grave infortunio. |
“Avvertire - e a volte lo provo tuttora - la sensazione di un controllo per capire se dopo il coma sono tornata ‘normale’. Questo mi provoca dispiacere e penso che a livello inconscio la mia laurea, i lavori svolti in estate in questi ultimi anni, gli attuali impegni nelle scuole di Neviano, Castelnovo e Felina, i progetti futuri col Coni di Parma vogliono essere una testimonianza della mia normalità”.
Non puoi pensar e più semplicemente che gli altri ti guardino perché sei una bella ragazza o pensare che tu, vissuta fin da piccola nel mondo della competizione spor tiva, ti sia abituata a pretendere da te stessa sempre di più?
“Non lo so. Ci rifletterò”.
Questo è il racconto sincero di una ragazza vera, che ha saputo vincere la gara più difficile: quella della vita. |