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detto
fra noi
di Giuseppe Delfini
Più mucche o sale in zucca?
“Meno soldi alle mucche e più alle intelligenze”. Ci soffermiamo sempre volentieri sulle dichiarazioni della reggiana Annamaria Artoni, presidente nazionale dei giovani industriali: ha il pregio di far riflettere e di non essere banale. Se a questo aggiungiamo un bel caratterino e una presenza non indifferente, abbiamo svelato l’arcano di questo nostro debole. Stavolta, la frase iniziale di primo acchito ci aveva convinto poco o punto. Ma come, i settori agricolo e zootecnico, nostri fiori all’occhiello, non stanno certo vivendo la loro età dell’oro, e questa vuol sottrarre loro risorse? E il nostro re formaggio, dove andrà a finire? In mano a pochi potenti, come è avvenuto in larga parte per banche e aziende? Smaltita la prima sbornia di perplessità, ci siamo chiesti: cos’è che caratterizza un territorio? Il conto corrente animale o la dotazione in materia grigia umana? Per quanto eccellente sia il primo, non abbiamo dubbi nell’indicare, come risposta esatta, la seconda. A questo, quindi, pensavamo mentre sbirciavamo altre notizie di cronaca. Alcune riguardavano la crisi che sta attanagliando delle aziende di Sant’Antonino di Casalgrande: una zona dalla consolidata tradizione lavorativa e industriale, non certo penalizzata in quanto a vie di comunicazione. Però. Sul giornale, però, veniva lanciato l’allarme rosso per il posto di lavoro di 85 operai. Senza contare altre notizie da “gulp!”, come quelle inerenti le “Reggiane” e la mitica ex Capolo di Montecchio. Tutti casi di ditte con stipendi (e quindi famiglie) a rischio e in aree dove le montagne non le scorgi senza un binocolo. Evidentemente, per rendere viva e stabile un’impresa una buona latitudine non basta. Occorrono quantomeno flessibilità, adeguata preparazione, capacità di capire i tempi e di adattarsi ai mercati che mutano e a una geografia che rimane quella. In poche parole, intelligenza. Sul giornale, poi, si straparlava delle problematiche di natura ambientale: qualche sindaco, udite udite, minacciava di chiudere l’autostrada, simbolo della velocità e del benessere. Poco più in là ci siamo noi montanari, che viviamo in un Eden dall’aria tersa e che in quanto a strade, se anche ce ne facessero un paio in più, e magari di fondovalle… Altro che stopparle! Al che ci siamo chiesti: cos’è che sancisce e consolida un primato natural-ambientale? I chilometri di distanza dalle pm10 cittadine o l’arguzia di chi mantiene appetibile e sano uno spicchio di mondo, senza farlo morire di vecchiaia? Pensieri e parole non si fermano più. Prendete il protocollo di Kyoto: dove è scritto che la montagna non possa giocare una grande carta persino per quanto concerne lo sviluppo delle energie alternative? E’ finito il tempo delle rivendicazioni e dei piagnistei. Se è il caso, protestiamo, lamentiamo mancanze, rompiamo (non saremo certo noi a smettere), ma non fermiamoci su questo gradino. Confrontiamoci, proponiamo, abbiamo il coraggio di investire, studiare, aprirsi al nuovo. Guardiamo i nostri bellissimi monti, ma facciamo volare lo sguardo pure oltre il crinale. Per finire: meno soldi alle mucche e più alle intelligenze? Sì, anche perché sarebbe l’unico modo per farne arrivare di più nelle stalle, seppur indirettamente. Il mirino, ora, si sposta sulle risorse economiche che scarseggiano, sui deleteri finanziamenti a pioggia, sui “tagli”, sui crediti duri da ottenere, sul coraggio di gettarsi in un’impresa. E’ un carico di sforzi singoli e sociali, di intelligenza personale e comunitaria. Da coltivare e costruire. Certo: se dopo questo discorsetto pensiamo alla paventata chiusura del Telecentro o all’adsl che latita, casca tutto. Ma proprio tutto. P.S. Si vota per le regionali. Riflettiamo prima di scegliere e marchiamo stretto chi lavorerà, con lauto stipendio, a Bologna. Per noi. Si spera.
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