| 26 MARZO 1955: ASSASSINATI MUNARINI E ROSSI
Notte di sangue a Colombaia
Stavano festeggiando la vittoria alle casse mutue della lista “bonomiana”. Arrivarono gli inviati dei giornali di tutta Italia. Lo stratagemma del brigadiere raccontato da Luciano Bellis. Tra cronaca e ideologia.
di Michele Campani
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| Dalla fornitissima collezione del carpinetano Marcello Sassi spunta
un’edizione de “La Domenica del Corriere” aperta dall’illustrazione
del grande Walter Molino che ricostruisce l’accaduto. |
Sabato 26 marzo 1955 sono circa le 22.30 quando la quiete notturna della valle del Secchia è spezzata dall’echeggiare di due colpi di fucile. Nell’osteria di Domenico Vezzosi i canti di festa diventano urla di terrore perché a terra rimangono il corpo senza vita di Giovanni Munarini, quello trapassato a un polmone di Afro Rossi (morirà poche ore dopo), quelli gravemente feriti di Gianpio Longagnani e Umberto Gandini. Si erano ritrovati in 37 a Colombaia sul Secchia per festeggiare la vittoria della lista “bonomiana”, con targa Dc, alle elezioni per le casse mutue dei coltivatori diretti. Un attentato che quindi mostrava da subito una matrice politica, e che gli inquirenti non tardarono a inquadrare alla perfezione, se è vero che già quella stessa notte, alle 3.30 circa, bussarono alla porta dell’assassino. Ricostruiamo l’intera vicenda, che ebbe vasta eco in tutto il Paese, mettendo insieme alcuni frammenti dei tantissimi articoli che i giornali (all’epoca in edicola a 25 lire) dedicarono alla vile imboscata di Colombaia. L’attentato, al mattino successivo, occupa la prima pagina della Gazzetta di Reggio, che nonostante l’ora tarda in cui dispone della notizia riesce a imbastire una cronaca dettagliata: “Torna a crepitare il mitra nell’‘Emilia rossa’”, è l’inequivocabile occhiello che precede il titolo che parla di “un morto e tre feriti”, un bilancio purtroppo provvisorio. Infatti l’edizione del giorno dopo apre con la notizia della morte di Afro Rossi, “spirato perdonando l’assassino”.
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| Sui vetri della finestra i fori dei proiettili che portarono la morte nell’osteria Vezzosi. |
A Carpineti e a Casina arrivano gli inviati speciali, anche firme illustri si occupano della strage. “Siamo giunti alle 5 di questa mattina attanagliati da una nebbia che rendeva ancora più squallida ed inverosimile la campagna - scrive Leopoldo Baruffaldi sulla Gazzetta di Reggio -. Sulla porta di un caffè di Casina una donna vestita di nero ci è corsa incontro col viso rigato di lacrime e un tremito convulso che le scuoteva le membra. Sapeva ormai tutto della notte di sangue di Colombaia e tra i singhiozzi l’abbiamo sentita mormorare: “Perché si continua ad uccidere, mio Dio!”. Sempre il 28 marzo, oltre al miglioramento dei due feriti, tutti i giornali riportano gli incarichi dei colpiti a Colombaia e la loro appartenenza alla Dc tranne il prof. Gandini, liberale. E i sopravvissuti cominciano a raccontare. Su Carlino-Sera si apprende così che il primo sparo, quello che fulminò Munarini, fu scambiato per un petardo, tanto che “l’amico che gli stava vicino, il dott. Giovanni Spadaccini, gli si curvò sopra scherzando: ‘Signor Giovanni, tanta paura per uno scherzo?’”. Trascorsero molti secondi, forse 30, prima del secondo sparo, quello che colpì mortalmente Afro Rossi e ferì Gandini a un braccio. Da Roma viene inviato l’ispettore di pubblica sicurezza Agnesina, un pezzo da novanta, ma i carabinieri del posto hanno attivato indagini a tappeto sin dalla notte dell’agguato, provvedendo a numerosi fermi e, soprattutto, a rilievi che avranno un peso decisivo nella soluzione del caso. Sui quotidiani escono alcuni nomi dei fermati, ma nulla trapela sul sospettato numero uno, che è già in cella a Carpineti in folta compagnia e sul quale si sta stringendo il cerchio probatorio. Sul capo dei feroci assassini viene posta una taglia di 5 milioni di lire, come titolerà il monarchico La Patria del giorno dopo, un premio per chi fornirà notizie utili a identificare i responsabili. Ma martedì 29 marzo, giorno dei funerali delle vittime, oltre al doveroso omaggio ai due innocenti e all’elenco delle personalità che prenderanno parte alle esequie (ci sarà anche Rumor) e di quelle che esprimono cordoglio, le prime pagine dei giornali puntano il dito verso il Pci e le sue “cellule” di base. In particolare tocca al quotidiano cattolico L’Avvenire d’Italia sgombrare il campo dal seppur minimo dubbio. Il fondo è affidato a una nota del vescovo di Reggio Beniamino Socche che sottolinea il clima ostile fomentato da articoli di stampa e propaganda comunista che “addirittura ha la sfrontatezza di chiamare la strage della Colombaia un’ennesima provocazione contro il comunismo che è nei piani di certe forze”. Chiara, com’era nel suo stile, la posizione di Giovanni Spadolini, fresco direttore de il Resto del Carlino, illustrata in un fondo memorabile dal quale distilliamo il passaggio chiave: “Non si può eccitare perpetuamente le fantasie, alimentare i motivi di odio e di vendetta, senza scatenare forze primigenie, irrazionali, che nessuno è più in grado di contenere o di frenare. Non c’è sconfessione, non c’è deplorazione che basti di fronte a una responsabilità di tale natura...”. Parole che anticipano lo scenario di qualche giorno dopo, ma che l’indomani sono ancora lontane dalla logica de l’Unità, che col suo cronista Giovanni Panozzo (fatto segno di un episodio di intolleranza da parte di attivisti Dc durante i funerali: aveva scritto di un inesistente diverbio fra i commensali avvenuto prima degli spari) parla di “indagini a senso unico”, mentre Davide Lajolo rincara la dose nel suo commento: “I comunisti, i socialisti, i democratici di Reggio non hanno alcun bisogno di essere richiamati alla calma”. L’Avanti affida alla penna di Dario Valori il tema della reazione: “C’è tanta paura, in Italia, in questi giorni, in certi ambienti: paura che dopo anni di immobilismo si affronti il problema con un cambiamento di politica. Quale migliore occasione dei due assassinati di Colombaia per scatenare una campagna che chiuda in un cerchio di odio ogni italiano onesto che tenti di uscirne...”.
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COLOMBAIA
Gli inquirenti riportano Guerrino Costi sul luogo del delitto per la ricostruzione. L’omicida è in pantofole: gli stivali che indossava sono posti sotto sequestro in quanto prova. |
Ad allentare la tensione di un clima arroventato da una bomba carta esplosa in città e dalla sospensione del sindaco comunista di Carpineti, Nello Lusoli, arriva la confessione di Guerrino Costi, fermato subito dopo il fatto e ora messo alle strette da una serie di pesanti indizi: una perquisizione aveva portato al ritrovamento di munizioni identiche a quelle utilizzate dall’attentatore nascoste nella mangiatoia; quando i carabinieri riuscirono a interrogarlo, il più giovane dei tre figli di Costi rivelò che era stata la madre a ordinargli di nascondere l’involucro nella stalla; la deposizione della moglie non combaciava con l’alibi dello sparatore, che aveva dichiarato di non essere uscito di casa; infine le impronte rilevate sul presunto percorso di fuga, che invece combaciavano perfettamente con la suola degli stivali che il Costi calzò quando i militari lo andarono a prendere. Il movente politico era tutto nel curriculum del 42enne “Guerrino delle Salde”, ex partigiano, ex capo cellula, una testa calda. Mancava solo la confessione, che fu resa al brigadiere di Carpineti Cerniglia nelle prime ore di giovedì 1 aprile, e l’arma del delitto, un fucile di fabbricazione inglese che il Costi fece trovare in un pagliaio nei pressi di casa. E’ ancora la Gazzetta di Reggio, in una edizione straordinaria, a dare per prima la notizia anticipando di poco Carlino Sera, allora seconda edizione giornaliera del quotidiano bolognese. Le indagini proseguono alla ricerca di complicità e connivenze, a lungo i sospetti graveranno su un oste, tal Germini, sia per le sue simpatie comuniste che lo collegano all’omicida che per questioni di concorrenza con il locale dove avvenne la strage, mentre il suo chiuse i battenti molto (troppo) presto per una serata buona come il sabato. Presentimento? Qualcuno sapeva cosa sarebbe accaduto? Le indagini non hanno mai accertato alcun complotto.
I fatti vengono ricostruiti: Guerrino Costi rimase a lungo appostato, col fucile spianato, forse in attesa di scorgere la sagoma del parroco don Antonio Annigoni, a suo dire l’obiettivo iniziale, ma poi esplose i suoi colpi - precisi perchè era un eccelso tiratore - verso quella finestra illuminata, lontana meno di 30 metri, dalla quale uscivano le note di “Quel mazzolin di fiori”. Erano venuti a festeggiare nella “sua” zona, un affronto che non poteva sopportare. Sparò e poi scappò via, forse ignaro di avere ucciso. L’attentato di Colombaia rimane a lungo nelle prime pagine, è la stampa di parte a rinfocolare la polemica, anche con invenzioni azzardate, come quella “polverina” che secondo i comunisti sarebbe stata usata per indurre il Costi alla confessione. “La Federazione comunista reggiana rinnova tutta la sua condanna all’autore dell’omicidio, che se anche possedeva la tessera del Pci non può essere che un folle criminale”: è la presa di distanze. Peccato che la stessa pagina dell’Avanti tenti di dipingere l’omicida come “religiosissimo” per poi snocciolare “tare psichiche nella famiglia” di Costi, la cui madre era morta al San Lazzaro prima della guerra. Varrebbe la pena di approfondire alcuni articoli interessanti, come quello del Corriere che ricostruisce il profilo di Costi riportandone il nomignolo “asino sapiente” raccolto tra gli avversari politici locali, o quello di Lino Rizzi che traccia le linee di “un grande equivoco tipicamente emiliano, il pepponismo”. Per ragioni di spazio facciamo invece un salto in avanti di due anni, quando, nel mese di marzo, si svolge il processo. La stampa lo segue con risalto. Attirano la nostra attenzione gli articoli con cui Luciano Bellis (pseudonimo di Eugenio Corezzola) ricostruisce i fatti sul settimanale liberale Il Tricolore cui ha appena dato vita. Un particolare per noi inedito: “Il brigadiere dei carabinieri che agiva in borghese e in incognito nella zona di Colombaia, forte della sua buona conoscenza del dialetto, si presentò come inviato del Partito Comunista, mostrando anche una falsa tessera del partito. Avvicinò alcuni ‘compagni’ dicendo che bisognava salvare il partito, invitandoli a fornire gli elementi per evitare sorprese. Allora qualcuno parlò. Si disse che il Costi aveva manifestato intenzioni minacciose e che era l’unico a possedere un fucile da guerra”. In Corte d’Assise a Reggio furono la tesi della seminfermità mentale (non accolta) e della premeditazione quelle su cui ruotò l’entità del verdetto, emesso l’11 marzo 1957. Guerrino Costi fu condannato a 29 anni e 9 mesi di reclusione, come apprendiamo da una Gazzetta di Reggio dove Giulio Fornaciari, che sempre aveva seguito il caso, concentra la sua attenzione sulle mani del colpevole dopo averle osservate per i quattro giorni del dibattimento. Da sottolineare anche l’entità del risarcimento per i danni chiesto e ottenuto dalle famiglie dei caduti e dal sopravvissuto Longagnani: da una a dieci lire ciascuno. Nel loro cuore regnava quell’amore che il sacrificio di Munarini e Rossi aveva sublimato, e il perdono che Afro, morente, aveva predicato fu il solo vero urlo che si alzò a sovrastare il frastuono della battaglia politica. “Guerrino delle Salde”, che espiò la sua pena (in appello ridotta a 26 anni e 8 mesi) uscendo dal carcere - in libertà condizionale e proprio grazie all’intercessione delle parti lese - l’8 maggio 1976, tornò a Colombaia per gli ultimi anni della sua vita.
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CHI ERANO GLI UCCISI
Due persone esemplari
Presidente dei giovani di Ac e segretario della Dc, Rossi perdonò gli assassini sul letto di morte. Munarini fu l’artefice a Casina della nascita dei sindacati liberi, e nel suo ufficio aiutò sempre tutti.
“Ti hanno voluto morto e sei ancor più vivo, ti hanno assassinato nella notte e sei diventato un faro, ti hanno sparato come a un nemico e hai affratellato i veri italiani, hanno creduto di togliere un ostacolo e sei diventato una bandiera, hanno esultato nel sopprimere un apostolo e in tua vece ne sorgerà una schiera, ti sperano dimenticato e ti ricorderà come un eroe tutta Italia”. Sono le parole poste sui ricordini delle vittime di Colombaia, fatti stampare nel trigesimo anche per esaudire il desiderio dei tanti che avevano visto i primi esaurirsi ai funerali, seguiti da una folla immane stimata in oltre 15mila persone. Chi erano Giovanni Munarini e Afro Rossi? Affidiamo la risposta alle parole di don Nando Barozzi riproponendo alcuni passaggi di un suo articolo apparso su La Libertà del 10 aprile 1955.

Afro Rossi (nella foto qui sopra) aveva 43 anni e faceva l’autista, era sposato con Maria Reverberi che gli aveva dato due figli: Franco, seminarista (oggi parroco a Cadè), e Clelia (stimata insegnante scomparsa qualche anno fa). Anche lui a suo tempo era stato in seminario, mentre suo fratello Albino diventò sacerdote: era monsignore a Scandiano quando gli toccò di celebrare il funerale di Afro e Giovanni. “Rossi - scriveva don Barozzi - fu prima presidente dei giovani di Azione Cattolica della parrocchia di Leguigno, poi presidente della Unione Uomini, segretario della Dc di Casina poi, trasferitosi nella vicina Marola, fu fatto segretario di quella sezione. La sua sposa, quando egli usciva, specialmente di sera, per adempiere ai suoi impegni temeva che potesse capitargli qualche brutto tiro: ‘Non temere - rispondeva lui - se mi ammazzano, muoio martire della mia fede’”. Rossi morirà proprio in quel modo, all’ospedale Sant’Anna, dopo un’agonia durata alcune ore. E le sue ultime parole, di perdono verso i suoi carnefici, proiettano sulla sua figura una luce immensa e bellissima. Il racconto questa volta è del prof. Umberto Gandini, uno dei feriti di Colombaia, che anni dopo, intervistato sempre su La Libertà, afferma che “il ricordo che è rimasto in lui più vivo e profondo di quella tragica sera è la preghiera che Afro Rossi gli rivolse nell’ascoltare le sue invettive contro gli assassini, mentre erano fianco a fianco nella sala operatoria: ‘No, non dica così. Perdoni come io perdono, e lo dica anche ai miei figli che perdonino!’”.

Giovanni Munarini (nella foto qui sopra) aveva compiuto 46 anni in gennaio, era un commerciante coniugato con Wanda Balestrazzi,
la coppia non aveva figli. Scrive don
Nando: “Giovanni, pure ex seminarista, era mio braccio destro in tutte le opere parrocchiali. Per lui ‘servire Deo regnare est’ era un programma e, su quella linea, nessuna cosa gli sembrava piccola e per qualunque servizio aveva pronto un bel ‘sì’. Veniva a Messa quasi ogni mattina, faceva, secondo le circostanze, lo scaccino, il chierico, il sagrestano... Per burlarlo, gli amici lo chiamavano il ‘cappellano’. Tanti parrocchiani mi hanno fatto le condoglianze come fossi stato un suo famigliare. Forse avevano ragione. Oltre che padre della sua anima, ero un suo fratello”. “Quando si fondò in parrocchia l’Unione Uomini di A.C. nel 1946 ne fu l’anima e il presidente fino ad oggi. Fu rimessa in efficienza la banda musicale e ne divenne l’attivo segretario. Si fondò la scuola maschile di canto e ne fu l’animatore. Il canto era la sua passione, per questo penso che il Signore l’abbia colto con il canto sulle labbra”. Munarini fu l’artefice della nascita, anche a Casina, dei sindacati liberi, quindi dell’apertura dell’ufficio di collocamento. Potrebbe bastare per ricordare la sua figura, ma “ne manca ancora una: a tutti, anche a coloro che lo avevano più calunniato, Giovanni non ha mai negato un piacere, quando poteva farlo. E nella sua bottega, tanti andavano per comperare, ma tanti (e moltissimi erano rossi) andavano da lui per ricorsi, per domande, per pensioni, per raccomandazioni, per tutto”. “Le pallottole hanno scelto i migliori, per i comunisti sono state pallottole d’oro”, aggiunge tra l’altro don Nando Barozzi, che in altra occasione, riferendosi all’attentato, lo spiegherà come “frutto di un ambiente surriscaldato, che se non aveva sfoghi in quel posto o in quella sera, si sarebbe sfogato in altra maniera e altrove”. E ricordando i due “nostri martiri, cui diamo e daremo eterna gloria, riprendiamo il cammino, incoraggiati dal loro esempio: dove è l’odio pianteremo l’amore e faremo la nostra vendetta conquistando i cattivi alla bontà”. |
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IL RICORDO DELL’ON. DANILO MORINI
Quante tensioni in quel periodo!
Tra Dc e Pci e nei confronti della Chiesa le più eclatanti. “Eravamo nel pieno della guerra fredda e del triangolo della morte. Che abisso tra il Pci di allora e i Ds di oggi”.
Il 26 marzo 2005, sabato di Pasqua, ricorre il 50° anniversario della strage di Colombaia sul Secchia. Una vicenda che abbiamo appena ricostruito nei suoi temi principali. Per capire invece meglio il clima politico che caratterizzò quegli anni e il periodo successivo, rivolgiamo alcune domande all’avvocato reggiano Danilo Morini, una carriera politica di grande rilievo che ha avuto il suo apice con il doppio mandato in Parlamento.
Morini, cosa ricorda di quella tragica sera di cinquant’anni fa?
“Ero stato invitato anch’io a Colombaia quella sera dallo scomparso amico Mario Scalabrini, in quanto mi ero impegnato sia a Castellarano che in altri comuni della montagna per le elezioni della mutua dei coltivatori diretti, ma non vi potei partecipare perché andai a un’assemblea presso la sezione Dc di Albinea. L’assistenza mutualistica (Legge 1136/1954) per questa numerosa categoria sociale, costituita allora anche da povere e piccolissime aziende soprattutto in montagna, fu una grande conquista sociale sostenuta dal sindacato maggioritario (la cosiddetta ‘bonomiana’, dall’on. Bonomi che ne fu il fondatore) e dalla Dc in cui per antica tradizione sin dai tempi del Partito Popolare prefascista si riconoscevano i coltivatori diretti. Il Pci si limitò a un sostegno formale della Legge, proponendo l’estensione dell’assistenza dell’Inam (allora la più grande mutua) non volendo il Pci riconoscere l’importanza della partecipazione alla gestione della mutua - che si realizzava attraverso le elezioni in ogni comune da parte dei mutuati-coltivatori diretti - degli amministratori della mutua stessa. E la ‘Bonomiana’ sostenuta dalla Dc ottenne un grande successo anche in comuni come quello di Carpineti che erano amministrati da un comunista qual era Nello Lusoli, futuro parlamentare del Pci”.
Le indagini furono stringenti, efficaci, anche se non ci fu una gran collaborazione.
“Le indagini in buona sostanza furono semplici, e questo grazie ai Carabinieri di Carpineti che avevano da subito individuato la matrice politica locale del delitto; l’alto funzionario di P.S. Agnesina, inviato da Roma, aggiunse ben poco alle felici intuizioni investigative locali che portarono alla confessione, quattro giorni dopo il delitto, da parte
di Guerrino Costi”.
Ritiene che Guerrino Costi sia stato anch’egli vittima dell’odio politico? Si sentirebbe, oggi, di individuare in quel modo di far politica un ideale mandante?
“Il Costi era l’allora purtroppo diffuso tipico militante politico comunista che non riusciva ad accettare le regole del gioco democratico elettivo che comporta una maggioranza e una minoranza. Quando il Pci andava in minoranza spesso denunciava brogli inesistenti, e così avvenne anche per le elezioni della mutua. C’è in proposito una dichiarazione resa il 29 marzo di quell’anno dal compianto on. Marconi, che, pur essendo persona di principi molto fermi, non è mai stato un anticomunista ‘viscerale’, che dice: ‘L’episodio è conseguenza di una tensione tra i comunisti e i partiti democratici. A creare questa tensione contribuisce in modo prevalente la propaganda velenosa che si fa nelle cellule rosse contro di noi, e che è ben diversa dalla propaganda ufficiale del partito. L’intimidazione e la minaccia sono il linguaggio corrente tra gli attivisti’. I tanti delitti commessi da ex partigiani comunisti dopo il 25 aprile 1945 nelle nostre zone - tanto da far nascere la definizione del triangolo della morte - trovarono allora compiacenze e coperture, se non in qualche caso mandanti, a livello dei vertici delle Federazioni emiliane del Pci, ma nel 1955 questo non avvenne per Guerrino Costi, che agì di sua iniziativa mosso da un odio politico sia verso gli avversari politici che nei confronti del nuovo parroco di Colombaia don Annigoni”.
Come classifica le dimissioni del vice presidente della Pr ovincia Altomani dal Pci, politicamente il gesto più rilevante figlio dei fatti di Colombaia?
“Avendo avuto occasione di conoscere il geom. Altomani, che aderì poi ai socialdemocratici, ritengo che le sue dimissioni dal Pci dipendessero da un giudizio più generale, e la vicenda Colombaia fu soltanto per lui l’occasione che aspettava”.
Rileggendo le cronache del tempo emerge in tutta la sua evidenza una stampa molto faziosa, e non solo negli organi di partito, nonostante firme anche prestigiose.
“Sì, il contrasto politico tra Dc e Pci allora era ancora molto forte; ricordiamoci anche e soprattutto il quadro di politica estera: c’era la cortina di ferro tra occidente e oriente, ed eravamo nel pieno della cosiddetta ‘guerra fredda’ tra Unione Sovietica e Paesi dell’Alleanza Atlantica”.
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FUNERALI
L’orazione funebre dell’on. Mariano Rumor, vice segretario della Dc. Dietro di lui si scorge mons. Albino Rossi, fratello di Afro. |
Don Wilson Pignagnoli e Don Nando Barozzi, preti in prima linea politica e senza peli sulla lingua. Doveva essere difficile, in uno dei vertici del “triangolo della morte”...
“Vale quanto detto prima; la propaganda del Pci non era solo contro la Dc ma anche contro la Chiesa, il Vaticano, i vescovi, i parroci. Basti ricordare l’enfasi data da l’Unità al cosiddetto caso di mons. Cippico di cui oggi rideremmo. Ed ecco che c’erano sacerdoti che rispondevano per le rime: il settimanale del Pci reggiano La Verità attaccava e don Pignagnoli su La Libertà rispondeva. Oggi non è più così ed è sicuramente un fatto positivo per la Chiesa”.
Lei era in procinto di diventare il giovane sindaco di Castellarano, famoso in tutta Italia con l’appellativo di “sindaco bambino”, agli inizi di una carriera politica che la por terà in Parlamento. Quello di “scontro di classe” deve essere un concetto a lei familiar e, o era solo uno slogan ideologico?
“Diventai sindaco di Castellarano appena raggiunta la maggiore
età, che allora era a ventun’anni, l’anno successivo, nel 1956; allora ricoprivo la carica di delegato provinciale dei gruppi giovanili della Dc. Come ho già detto tra Dc e Pci era molto netto lo scontro politico, più che lo scontro di classe, anche perché la Dc era interclassista e aveva consensi tra i lavoratori tanto e quanto il Pci. Ma le scelte della Dc quanto all’economia di mercato, alla Comunità Europea, alla Alleanza Atlantica si sono dimostrate vincenti e oggi sono accettate da tutti, anche dagli eredi del Pci. Tra quanto sostengono i Ds oggi e quanto sosteneva in passato il Pci c’è un vero e proprio abisso, quasi fosse trascorso un secolo e non circa un trentennio”.
Non crede che, in tutta la tragica vicenda, alla fine non si sia parlato abbastanza delle due casuali vittime, Munarini e Rossi, che invece sono figure di una luminosità straordinaria?
“Sì, veramente Rossi e Munarini meritano un ricordo imperituro. Munarini decedette all’istante, mentre Rossi riuscì a raggiungere l’ospedale di Castelnovo Monti ove pronunciò nobili parole di perdono. Ricordo ancora l’on. Marconi che, anche suscitando critiche tra i democristiani più ultras, per così dire, sosteneva pubblicamente con un ragionamento paradossalmente
cristiano che le vere vittime di
Colombaia non erano Rossi e
Munarini ma i tre figli e la moglie
dell’omicida Costi. Infatti Rossi e Munarini, diceva Marconi, avevano raggiunto il Paradiso dal quale avrebbero continuato a seguire le loro famiglie, ed in particolare per Rossi il figlio allora seminarista, mentre sui famigliari di Costi avrebbe pesato per sempre il delitto commesso dal loro padre e marito. Non conoscevo Munarini, mentre avevo avuto più occasioni di apprezzare l’equilibrio e la saggezza di Afro Rossi che era un dirigente della sezione Dc di Leguigno. Tuttomontagna svolge un’azione positiva ricordando questi due martiri montanari. Si deve anche ricordare che, a memoria d’uomo, Casina non vide mai tanta gente come quella che partecipò ai loro funerali”.
Cos’è che ancora oggi, sulle vicende di quegli anni, impedisce spesso giudizi “distaccati” e a mente serena?
“Mi pare invece che sulle tragiche, e ingiustificate, uccisioni non solo di ex-fascisti ma anche di potenziali avversari politici (casi Azor e Il Solitario insegnino), che insanguinarono la nostra provincia sino all’estate 1946 (uccisione di don Pessina), ivi comprendendo anche Colombaia, la più recente storiografia e pubblicistica (vedasi l’enorme successo del libro di Pansa sul
“sangue dei vinti”) abbia dato e stia dando un quadro obiettivo di quegli anni. In passato, invece, il Pci non volle riconoscere questa triste realtà che vide coinvolti e condannati tanti militanti, in genere ex partigiani. Anche nella vicenda di Colombaia si scomodò persino Togliatti (fondo de l’Unità del 3 aprile ‘55) a ritenere il comportamento di Costi come un atto di pazzia. E l’Unità fu l’unico giornale a ricordare che la madre di Costi era morta al ‘San Lazzaro’ il 25 febbraio 1940”.
Da una politica che riscaldava gli animi, e lo ha fatto per decenni, siamo arrivati al raffreddamento della gente nei confronti della politica...
“Forse siamo passati da un eccesso (la politica e i partiti che occupavano tutto) a un altro di segno opposto; e questo è un dato negativo perché all’interno dei partiti, soprattutto quelli di massa come Dc e Pci, c’era un dibattito vivacissimo e anche democratico: nelle sezioni Dc il dibattito e le elezioni interne erano sin troppo vivaci. I partiti in Italia sono stati una grande occasione di formazione e di partecipazione, soprattutto per i ceti popolari che hanno potuto accedere alla dirigenza politica solamente dopo il 1945. D’altra parte nei Paesi di più antica e consolidata democrazia elettorale e parlamentare, come gli Usa e il Regno Unito, la partecipazione alle elezioni non è molto alta proprio perché la democrazia è un fatto consolidato. C’è da sperare che questo possa valere anche per la nostra amata patria italiana”.
Michele Campani
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Sempre in primo piano

Danilo Morini è nato il 21 aprile 1934 a Villa Minozzo, dove il papà era medico condotto. Il suo impegno in politica, nelle file della Democrazia Cristiana, inizia sin da giovanissimo, al punto che nel 1956 diventa sindaco di Castellarano, incarico che conserverà fino al ‘65. Dalla laurea in Giurisprudenza, conseguita nel ‘58 presso l’ateneo modenese, ad oggi, il suo curriculum è impressionante. Ci limitiamo ai passaggi principali: dal 1972 al 1979 è deputato con incarichi anche delicati (fa parte della Commissione Igiene e Sanità) e di prestigio (segretario di Presidenza della Camera); a livello locale Morini diviene presidente - per il quinquennio ‘75-‘80 - del Consorzio per i servizi sociali e sanitari (antenato dell’Ausl, con sede a Castelnovo Monti) istituito tra la Provincia e undici Comuni montani; nello stesso periodo fa parte del Consiglio comunale di Ramiseto, prima di tornare a far parte (anche come assessore) per un decennio di quello di Castellarano. Nel campo della sanità gli incarichi sono importanti pure a livello “romano”: prima è vice presidente del Comitato di Coordinamento e della Consulta per i servizi sociali e sanitari, poi, in due tempi, consigliere giuridico dei ministri della Sanità Donat-Cattin e Bindi. In precedenza era stato per ben 23 anni direttore amministrativo dell’Ente ospedaliero (poi Usl) di Carpi; dal 1992 al 2000 è Commissario straordinario del “Policlinico San Matteo” di Pavia, lo stesso incarico che nel 2001 lo porta a dirigere gli Istituti Ortopedici Rizzoli di Bologna dov’è tuttora impegnato. |
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