| UNA PAGINA DOLOROSA E LUMINOSA DELLA NOSTRA STORIA
Al servizio di Dio e dei fratelli
Dalla missione in Sudan all’azione in montagna durante
la Resistenza: la vita e la morte di don Pasquino Borghi.
Venne fucilato alla schiena. Medaglia d’oro al valor militare.
di Romolo Fioroni
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| Don Pasquino Borghi. |
Parlare di don Pasquino Borghi significa rileggere una pagina, dolorosa e luminosa a un tempo, della nostra storia recente. Far rivivere un personaggio carismatico, nobile e generoso; ripensare a lui come punto fermo, sicuro e preciso nella storia della Resistenza reggiana. Vorremmo soffermarci particolarmente sulla figura del prete cattolico che egli incarna e rappresenta in ogni momento della sua vita. Prete a servizio della sua Chiesa, a servizio dei poveri e degli “ultimi” e di conseguenza di chi versa nel bisogno, nella vera necessità fisica e spirituale. Tanto da diventare prete partigiano e prete simbolo. Pasquino nasce il 26 ottobre1903 a Bibbiano (RE) in località Malamacato, da Battista e Orsola Del Rio, in una povera famiglia di contadini mezzadri. A 12 anni entra in seminario a Marola e inizia il lungo cammino che ne affina le doti alla riflessione,
alla meditazione, alla ricerca quotidiana di Dio, nel
mondo che lo circonda, ma in
modo particolare del suo prossimo.
E medita certamente sul
come saremo giudicati al termine
del nostro cammino; su quel
passo evangelico che Gesù ci ha
lasciato nel suo terreno passaggio:“... ebbi fame e mi deste
da mangiare; ebbi sete e mi
dissetaste... perseguitato e
braccato e mi avete accolto e
ospitato...”. Nella parentesi in cui compie il
servizio militare, dal 1923 al
1924, matura la sua vocazione
missionaria e dopo l’ordinazione
sacerdotale parte per il Sudan
anglo-egiziano, a servizio
dell’uomo che soffre, in cui ravvisa
il Cristo. Vi rimarrà sette
lunghi anni, prima di rientrare,
per esigenze familiari, come prete
secolare nella diocesi. Dal 6
gennaio 1940 a fine estate 1943 sarà cappellano a Canolo
di Correggio. A servizio della
gente che rifiuta il sopruso e la
violenza e cerca pace.
La sua fede non ha tentennamenti
nello schierarsi dalla parte
di chi invoca e cerca pace.
Fino ad attirare l’attenzione del
potere totalitario che governa. I
superiori avvertono il pericolo e
lo trasferiscono all’altro capo
della diocesi, a Tapignola, dove
entra il 24 ottobre 1943. Il prete
don Pasquino si trova subito
bene. Attento alle esigenze della
popolazione, attento a quelle
dei giovani, attento a chi ha necessità della sua presenza come
prete. Ha subito modo di mettere
in pratica il comandamento
evangelico della carità, considerato
il difficile momento che segue
il caos provocato dall’8 settembre
1943. La montagnaè attraversata da prigionieri alleati
fuggiti dai campi di concentramento;
i giovani tentano di raggiungere le loro case, braccati e
ricercati; quelli residenti sono
incerti se aderire ai bandi di richiamo
e la figura del prete cattolico,
nelle parrocchie della
nostra montagna, diventa determinante.
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| Un’immagine poco nota che risale
al periodo della leva, prima
dell’ordinazione di don Borghi. |
E don Pasquino si allinea
con tutti gli altri: don Fontana,
don Casotti, don Pigozzi,
don Canovi, don Prandi e don
Domenico Orlandini. Anzi, in un
certo senso il suo ardore, la sua
dedizione, il suo spirito di servizio
di prete cattolico lo portano
ad esporsi quanto e più dei confratelli.
Catturato la sera del 21 gennaio‘44 a Villa Minozzo, è subito
maltrattato, ma conserva la sua
serafica calma. La preghiera e
la fede gli sono di conforto e di
aiuto e lo saranno per tutta la
breve, durissima detenzione. Il
30 gennaio 1944 il Il Solco
Fascista, organo ufficiale del
partito, riporta in seconda pagina,
sotto il titolo “Giustizia”, il
seguente comunicato:
“A seguito
delle proditorie uccisioni di
militi della G.N.R. e dell’esercito
repubblicano verificatesi in
questi ultimi giorni, si è riunito,
nella giornata del 29 corrente, il tribunale speciale straordinario
di Reggio Emilia, che
ha giudicato e condannato alla
pena capitale nove persone risultate
colpevoli dei delitti di
favoreggiamento di bande armate
ribelli e di prigionieri
nemici, di sovversione e incitamento
alla rivolta ed alla
guerra civile. La sentenza è stata
eseguita stamane all’alba”.
Alle ore 6.30 di mattino del 30
gennaio, nove persone vengono
così introdotte nel poligono
di tiro. Una cupa costruzione,
situata nella frazione di S. Prospero
Strinati, nella periferia
nord della città. Soltanto il 1°febbraio (due giorni dopo), con
la pubblicazione della sentenza
sul medesimo quotidiano fascista,
si apprenderanno i nomi
delle nove persone fucilate alla
schiena: Giovanetti Destino, fu
Placido, di Correggio; Battini
Ferruccio, di Prospero, di Rio
Saliceto; Menozzi Enrico, fu Luigi,
di Rio Saliceto; Benassi Romeo,
di Amadio, di Correggio;
Dodi Umberto, fu Fedele, di
Correggio; Gaiti Dario, di Oreste,
di Correggio; Trentini Contardo,
fu Francesco, di Rio Saliceto;
Borghi don Pasquino, fu
Battista, di Bibbiano; Zambonini
Enrico, fu Ferdinando, di Secchio
di Villa Minozzo.
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| VERSO L’EPILOGO Il prete martire
con alcuni prigionieri alleati fuggiti dopo
l’8 settembre e da lui ospitati (Fototeca Istoreco) |
Le nove vittime cadono alle ore
7.18 del 30 gennaio 1944, all’alba
di una fredda giornata dell’inverno
ormai inoltrato. Con i
nomi “dei traditori” si conoscono
anche i motivi che hanno
portato il tribunale speciale ad
emettere l’iniqua sentenza. Che
non fu emessa in seguito a regolare
processo. Si ritiene, anzi,
che sia stata redatta ad esecuzione
avvenuta. I nove fucilati
alla schiena risultano - secondo
il testo pubblicato il 1° febbraio
sul quotidiano Il Solco Fascista
- “imputati tutti di concorso in
omicidio nelle persone dei militi:
Maccaferri, Orlandi, Ferretti
e del S.Ten. Loldi per aver
nel territorio della provincia di Reggio Emilia, con decisi atteggiamenti,
con parole, con atti
idonei ad eccitare gli animi,
alimentato l’atmosfera dell’anarchia
e della ribellione e
determinato gli autori materiali
degli assassini a compiere i
delitti allo scopo di sopprimere
nelle persone dei Caduti i
difensori della indipendenza e
dell’unità della Patria. Imputati in più, Battini Ferruccio,
Menozzi Enrico e Dodi Umberto,
di aver tradito il giuramento
prestato all’idea e al Duce,
nella loro qualità di iscritti al
P.N.F
Imputato in più, Borghi don
Pasquino, parroco di Tapignola
di Villa Minozzo, di favoreggiamento
ed ospitalità ad una
banda armata ribelle e a prigionieri
nemici che egli sapeva
essere autori di omicidio e di
tentato omicidio nelle persone
di militi e carabinieri. Imputato
in più, Zambonini Enrico, di
aver combattuto contro le truppe
fasciste, nelle orde rosse in
Spagna”.
La preghiera e la fede gli sono
di conforto e di aiuto. E lo saranno
per tutta la breve, durissima
detenzione. Così come nel
difficile momento del trapasso,
quando alle ore 7.18 del 30 gennaio
viene fucilato alla schiena
come traditore, con gli altri otto
compagni di sventura.
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| TAPIGNOLA La canonica di
don Pasquino “Albertario”, punto
di riferimento per i partigiani. |
Un testimone descrive la macabra
scena della fucilazione: “Circa
alle ore 6.30 furono introdotte
le nove persone e tra queste
un sacerdote. Erano tutti
calmi, consci della fine che li
attendeva, parlavano tra di loro
sereni, confortandosi a vicenda.
Fu facile a mio padre intuire che
le parole di fede del sacerdote
erano le più sentite, portando un maggior conforto ai morituri.
Don Pasquino Borghi baciò tutti, a loro impartì la benedizione,
uno solo ricusò i conforti
religiosi. In ginocchio, recitò ad alta voce le ultime preci. Alle
ore 7.18, calmo e sereno, conscio
che la sua missione in vita
non fu vana, moriva. Alle 7.40
furono consegnate a mio padre
le nove salme”. Nell’estremo momento don Pasquino
rimane, ancora una volta,
fedele alla sua missione di
prete cattolico.
Un episodio del tutto inedito e
singolare ce lo ha fatto pervenire
il maestro Andrea Riotti, il fine
e delicato studioso di etnologia
della sua e della nostra terra.“Un tipico e singolare personaggio
della mia valle - scrive
Riotti - di nome Luigi Castellini,
ma che tutti chiamavano
affettuosamente ‘Bastaben’,
perché usava sovente questo
vocabolo, fu coinvolto, suo
malgrado, in un’azione di rappresaglia in quel di Ca’ Stantini.
Incontrò un contingente di
affannati militi fascisti impegnati
in un’azione di rastrellamento.
Bastaben, serafico, li
salutò con questa innocente
frase, rimasta famosa: ‘Chi va
e chi viene, l’amore si mantiene’,
che fu però mal interpretata
dai militi. Egli fu tradotto
a Villa Minozzo e messo in carcere, ove trascorse la notte.
Nonostante la sua estraneità e
la sua innocenza fosse emersa
nel primo colloquio. Al suo ritorno
in Asta, gli amici gli chiesero come fosse stato trattato
in prigione. Bastaben rispose
serafico che gli sembrava di
essere stato in seminario, avendo
trascorso la notte in compagnia
di un prete, col quale
aveva pregato tutta la notte. E
inoltre, quel prete - conclude il
maestro Riotti - visto il suo grande
appetito, gli aveva passato
anche la sua razione di cibo”.
Il prete di Bastaben era don Pasquino
Borghi, trattenuto in carcere
due giorni prima di essere
trasferito in corriera a Reggio
Emilia, nel duro carcere dei Servi,
e successivamente a Scandiano.
Alla memoria dell’eroico don
Pasquino è concessa la Medaglia
d’oro al valor militare. Il 7 gennaio
1947 la prestigiosa onorificenza
venne consegnata alla
madre dal Presidente della Repubblica
Enrico De Nicola. Reca
la seguente motivazione: “Animatore
ardente dei primi nuclei
partigiani, trasfuse in essi
il sacro entusiasmo che li sostenne
nell’azione. La sua casa
fu asilo ad evasi da prigionia
tedesca e scuola ai nuovi combattenti
della libertà. Imprigionato
dal nemico, sopportò patimenti
e sevizie ma la fede e
la pietà tennero chiuse le labbra
in un sublime silenzio che
risparmiò ai compagni di lotta
le sofferenze del carcere e lo
strazio delle torture. Affrontò il piombo nemico con la stessa
purezza dei martiri e la fierezza
dei forti e sulla soglia della
morte la sua parola di fede e
di conforto fu d’estremo viatico
nel sacrificio per assurgere
nel cielo degli eroi.
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