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detto
fra noi
di Giuseppe Delfini
Mugugni alla carbonara
Tutto sbagliato, tutto da rifare. Ovvero: il “vecchio
asilo” di
via Primo maggio a Castelnovo, prima raso al suolo nell’indifferenza
generale e poi oggetto di sdegnate dichiarazioni.
Tanti accenti in questa vicenda sono finiti sulla vocale
sbagliata:
lo stupore del sindaco (con tutto l’impegno profuso
per il centro storico, proprio quell’angolo era sfuggito?),
la
sorpresa delle opposizioni, il fatto che per parlare di una
vicenda
vecchia di alcune settimane (tanto era datato il cumulo
di ruderi storici quando lo si è scoperto) i suddetti
abbiano
aspettato i giornali, che questi ultimi abbiano preso in
considerazione
la questione solo dopo l’arrivo in redazione di una
lettera anonima e, infine, il non aver avuto, da parte del
mittente,
il coraggio di firmare quelle righe. Totale: uno strike
nella pista sbagliata. Forse, la webcam collocata in piazza
Gramsci sarebbe stato meglio piazzarla altrove.
La differenza tra una poltrona e un nastro d’asfalto?
Sulla
prima maggioranza e opposizione non troveranno mai un’intesa
(salvo che non si tratti di uno scambio), sulla seconda
sì.
Vedi lo scranno di presidente del Parco e la Gatta-Pianello:
in un caso ci si scanna all’insegna del boia chi molla,
nell’altro,
almeno formalmente, si collabora. Si dirà: sulla pista
era
in ballo un interesse concreto dei cittadini e la possibilità di
conquistare benevolenza e voti. Certo. Ma per il Parco non
vale lo stesso ragionamento?
Quello che più stupisce nell’ultima power-novela
arsana (leggi:
vicenda Manodori) è la rassegnazione della gente che
assiste
a questo triste teatrino. Perché nessuno si incavola
di
brutto? Ma allarghiamo il tiro. Nonostante le promesse e
i
bei discorsi, sulle decisioni rilevanti per tutta la comunità si
continua ad assistere a interminabili sfide giocate tassativamente
a porte chiuse. E noi fuori, a cercare di carpire scricchiolii
e voci soffuse, per poi raccontarli. Quasi origliando.
E’ trasparenza questa? Se un cantante stona a un concerto,
tutti fischiano. E con ragione, visto che hanno pagato il
biglietto.
Qui si sta pagando molto di più di un biglietto e
si
assiste a ben di peggio di una stonata, ma va bene così.
Abbiamo
accennato alla Manodori, ma potremmo parlare delle
dispute per certe infrastrutture, della vicenda del Parco
o della
storia, che speriamo non diventi infinita, degli impianti
del
Cerreto. E anche alcune questioni pre-elettorali avrebbero
meritato più di un mugugno semi-carbonaro. Però.
Di incavolati
a cielo aperto, però, ne vediamo troppo pochi. Peccato.
Per finire: il balletto manodoriano ha un’incredibile
analogia
con quello del “Nazionale”, vale a dire la pretesa
che
la casa regga sopra fondamenta di burro. Per la Manodori,
il
molle sta nel fatto che il consiglio che deve eleggere il
presidenteè
composto da dieci persone provenienti da molteplici“
direzioni”. Può essere così che si formino
due schieramenti
uguali e contrapposti, che bloccano ogni decisione e scodellano,
come è accaduto, due numeri uno. Per il Parco invece,
il problema sta nella nomina del presidente, che deve essere
sancita d’intesa da Ministro e Regioni. Finché sono
dello stesso“
colore”, è tutto ok. Altrimenti, accade quello
che penosamente
stiamo vedendo. Si dirà: sono regole fatte per salvaguardare
la democrazia e perché nessuno parta avvantaggiato.
Molto meglio quindi, non partire nemmeno. E perdere
tempo, faccia e soldi. Prosit.
P.S.: Le aumentate competenze territoriali e le nuove frontiere
mettono ancora più in risalto che, anche nelle votazioni
per la Provincia e per l’Europa, le scelte vanno ben
ponderate,
e che non è tutto lo stesso. Non si tratta di un referendum
in miniatura sul governo o sull’opposizione nazionali.
g.delfini@tuttomontagna.it
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