| CERVAREZZA/LA
RUSSIA DELL’ALPINO ANDREA ROMEI
Il primo a sapere della ritirata
Arruolato come marconista nello sfortunato
Battaglione
Valchiese, rivive la sua epopea nell’inferno bianco.
Rimasero in tre. Un piede racconta ancora la sua storia,
la
steppa e il gelo, la fame, gli amici persi. “Avevo
19 anni...”.
di Pietro Sironi
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GARGNANO ‘42 Andrea
Romei con un commilitone in uno degli
ultimi momenti spensierati prima dell’inferno russo. |
Fra le tante storie legate all’ultimo conflitto mondiale è doveroso
ricordare quella di Andrea Romei, un cervarezzino che ha
preso parte alla campagna di Russia, dove sofferenze, paure,
speranze e gioie si sono mescolate giorno dopo giorno di
fronte
alla crudeltà di una guerra fatta di carneficine inutili e tragedie che
hanno annientato la dignità degli uomini. Tutto questo ebbe inizio il
28 gennaio 1942, quando il giovane Andrea, appena diciannovenne,
lasciò il paese natìo per raggiungere il distretto di Reggio Emilia,
dove gli venne comunicata
l’assegnazione alla VI Compagnia Alpini di Verona e, tempo pochi giorni
per sistemare indumenti e vettovagliamento militare, sarebbe partito per Gargnano,
in provincia di Brescia, sul lago di Garda. Qui, insieme a una ventina di altri
commilitoni, Andrea venne destinato a un corso per radiotelegrafisti
del 4° Genio militare di Verona
che frequentò per circa un mese, poi il ritorno in caserma, dove erano
già avviati i programmi
per le steppe russe. “Ero stato assegnato alla Compagnia Comando Battaglione
Valchiese quale responsabile radiotelegrafista - ricorda Andrea -. Qui trovai
un altro cervarezzino, mentre i compaesani Edo Rosselli, Giovanni Dughetti, Domenico
e Nino Bucci erano stati smistati
ad altri reggimenti”. Il 28 luglio 1942 la partenza in treno: un viaggio
lunghissimo attraverso Austria, Germania e Polonia, fino a Gomel, una delle prime
città in territorio russo. “Quelle vaste pianure sembravano interminabili,
con ogni genere di coltivazione, soprattutto patate, mentre tra le colture stesse
si notavano materiali bellici capovolti e sconquassati, aerei bruciati, carri
armati distrutti, treni sbriciolati, ponti contorti. Nelle stazioni, poi, si
notavano
ancor di più i segni della guerra: degli autentici cimiteri bellici costituiti
da cannoni, ponteggi, carrette e munizioni. Intorno, fabbriche rase al suolo,
case devastate e tanta distruzione.
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VENTASSO ‘87
Romei
(a destra)
con il compaesano Edo Rosselli
alla festa di S. Maria Maddalena. |
Di fronte a tanta tristezza una sola compagnia
alleggeriva la tensione: un mozzicone di sigaretta regalato o raccattato per
terra”. Finalmente, il 10 agosto, dopo dodici giorni di treno, si scese
per proseguire a piedi in un bel bosco di roveri, nel caratteristico paesaggio
dell’Ucraina. Il primo settembre i nostri ebbero le prime scaramucce col
nemico, che rispetto agli alpini aveva il vantaggio di conoscere bene il territorio:
quella steppa piena di erbacce che diventava una muraglia con rischi
d’ogni sorta. Alla sera, stremati dalla fatica, si procedeva poi alla conta
dei morti e dei feriti. Così per giorni e giorni, fino a Natale e poi
a Capodanno, quando si
accolse l’arrivo del 1943 con
l’animo gonfio di tristezza per le numerose perdite subite e per le non
buone notizie che giungevano dal fronte, che Romei, per via dei suoi compiti,
fu il primo a conoscere. I russi, infatti, erano passati al contrattacco e avevano
sfondato su varie posizioni, ma il vero nemico, che distruggeva le membra e dilaniava
il cervello, era il grande freddo. Intanto gli avvenimenti precipitavano: i russi,
ben equipaggiati e in forze, stavano accerchiando le postazioni tedesche e italiane.
C’era molto disorientamento tra gli alpini, quando la mattina del 17 gennaio
1943
Andrea giunse con l’ordine di partire subito. Erano le 16 ed
entro un’ora si doveva ripiegare: aveva inizio in quel momento una delle
peggiori ritirate che la storia ricordi. Tutti presero
con sé una slittina per poter
portarsi appresso più roba possibile, ma poi ci si dovette disfare del
superfluo, e vennero ammucchiati e dati alle fiamme i magazzini dei viveri con
la pasta, le marmitte per cuocerla e altri generi di sostentamento.
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BRESCIA ‘98
Tra i
reduci presenti a un raduno c’è anche Romei,
con la lettera “J”. |
Intanti,
i colpi d’artiglieria proteggevano la colonna in fuga, la cui meta era
Podgornoje, a quaranta chilometri dal fronte. In mezzo a una bufera di neve tanti
si avvilirono, e solo l’incitamento
e l’aiuto degli amici li tenne in vita. Per potersi muovere
più speditamente e sfuggire al freddo vennero abbandonate pure le slitte
e il loro carico. Romei cadde privo di sensi proprio
all’entrata della cittadina, e qui ricoverato in infermeria per il congelamento
di uno dei piedi. Nel fuggi fuggi generale, si formarono anche dei gruppi che
tentarono, in mezzo a tanta
neve, la marcia della libertà. Andrea, che nel frattempo aveva abbandonato
l’ospedale temendo di cadere in mano nemica, aveva raggiunto a stento la
compagnia di Isidoro Codenotti, un bresciano che fino ad allora ne aveva sperimentate
sulla propria pelle di cotte e di crude. In pieno inverno, senza cibo, con un
mare di neve intorno, il
manipolo di disperati cercò la
salvezza nei modi più disparati, affrontando nei piccoli centri il nemico,
rubando qualche boccone, rimediando un giaciglio su cui distendere le membra
nelle notti squassate dalla tormenta. Intanto aumentavano le compagnie in ritirata
e con esse la morte e la disperazione. Il gruppo di Romei si era ridotto a sole
tre unità, ma “rimanemmo solo
in due per la scomparsa dell’amico Viani, colpito alla testa durante una
scarica di colpi da mortaio in uno scontro col nemico nei pressi di Nikolajewka.
Qui ebbe luogo una dura battaglia con tante vittime sia tra i russi che tra i
tedeschi”.
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LUGLIO 1942
I saluti prima
della
partenza. |
Alla sera del 30 gennaio, si unirono a Romei e al compagno
di sventura due nuovi amici. “ Il giorno dopo, in un casolare abbandonato,
trovammo una pecora, e per recuperare un po’ di energie la sgozzammo e
ce la mangiammo cotta con delle patate. Ma la mattina successiva il risveglio
fu drammatico, perché tutti quanti si sentivano male a
causa dell’imprevista e abbon- dante libagione: il nostro stomaco si era
ormai abituato al digiuno.
Chi riuscì a vomitare si ristabilì, quindi si riprese la marcia
con poche forze ma con tanta
volontà, pensando a quelli rimasti indietro, prigionieri, o, peggio ancora,
morti congelati.
Nessun reparto riuscì a portare
in salvo un veicolo, un’arma, se non, qualche volta, quella personale.
Si poteva scorgere una colonna di fuggiaschi sbandati, senza ordine, scalzi,
bendati per le ferite, piangenti e imploranti aiuto, con la mano tesa a chiedere
qualcosa da mangiare per
dar pace al proprio corpo”. Durante questa ritirata i russi ebbero rispetto
per i soldati italiani, mentre con quelli tedeschi non provarono alcun sentimento
di pietà. Alcuni giorni dopo la grande battaglia di Nikolajewka, Andrea
incontrò il compaesano e amico Remo Pagani, sfinito dalla stanchezza e
dal freddo, intenzionato a farla finita.
Romei lo rincuorò e si prese cura
di lui, e per far questo si allontanò da Codenotti e dagli altri.
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LA RITIRATA
L’interminabile fila dei militari italiani
nella morsa del gelo del gennaio 1943. |
A fatica,
camminando, i cervarezzini giunsero, fortunatamente,
presso un bivacco dov’era sistemata una compagnia magiara in ripiegamento.
Questi avevano
dei cavalli e ciò poteva rappresentare
un’ancora di salvezza. Pagani, spinto dalla disperazione e dallo sfinimento,
ne rubò un paio, e i due ripresero il cammino in condizioni migliori.
Scoperti da un disperato, armato, furono costretti a restituire una cavalcatura: “Mi
toccò proseguire a piedi, aggrappato alla coda della bestia che eravamo
riusciti a tenere. In questa situazione, tre giorni dopo giungemmo in una cittadina
dove erano radunati i feriti e i congelati gravi che poi sarebbero stati rimpatriati”.
Remo, ridotto allo stremo, ottenne il foglio di via, che ad Andrea venne negato.
Questi, benché preso dallo sconforto di rimanere solo, fu costretto a
riprendere la fuga via terra assieme ad altri sconosciuti. Durante la dura marcia,
col cuore in gola, i superstiti incontrarono un camionista tedesco che stava
portando reticolati al fronte e ignorava che ci fosse stata la ritirata. “Uno
di noi, che conosceva il tedesco, lo informò degli ultimi avvenimenti,
quindi l’uomo scese dal mezzo, si liberò del carico e ci fece salire
tutti: ci condusse fino alla cittadina di Karkov”.
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IL COMMILITONE
Il commosso incontro fra Andrea e Isidoro Codenotti,
compagno di sventura in mille peripezie. |
Qui Andrea restò tre
giorni nell’ospedale tedesco, dove gli curarono le ferite. Sentendo poi
che l’esercito russo avanzava ed era alle porte, il gruppo, assieme a una
dozzina di altri disperati, si recò alla stazione con la speranza di riuscire
a trovare un treno e partire. Fortunatamente vennero accolti su un convoglio
militare che li condusse fino a Leopoli, alle porte della Polonia, dove si fermarono
una decina di giorni per rimettersi in forze, e successivamente vennero caricati
su un treno merci che li condusse nel giro di pochi giorni a Bologna, in Italia.
Era il 20 marzo 1943. I feriti vennero poi ricoverati in diversi centri specializzati
nelle cure di traumi da congelamento. Andrea venne destinato all’ospedale
militare di Vignola, dove restò per un mese. Fece ritorno a Cervarezza
con un piede menomato, quale triste ricordo di questa storia, ma poté finalmente
riabbracciare la mamma e i familiari. Sovente, Andrea racconta ai nipotini e
agli amici del paese, con un misto di orgoglio e amarezza, il dramma vissuto,
poiché quel periodo ha rappresentato per lui una vita intera, tanto è stato
intenso e pieno di avvenimenti. |