| 60 ANNI FA/DA
CERRE’ SOLOGNO A FEBBIO
Il salvataggio di Barbolini
Tra nemici risparmiati e l’incredibile
recupero del comandante partigiano ferito. Di notte, affondando
nella neve. Monteorsaro rischiò la rappresaglia. Un
toccante ricordo di famiglia.
di Otello Togninelli
A Cerrè Sologno, paesino del comune di Villa Minozzo
abbarbicato alle pendici del monte Regnola, il 15 marzo del
‘44 vi fu uno scontro a fuoco tra partigiani e reparti
della milizia tedesca; cominciò al mattino e si protrasse
fino alle prime ore del pomeriggio, lasciando sul campo morti
e feriti da ambo le parti. Alle ore 14 la formazione partigiana
si sganciò e iniziò a ripiegare verso Monteorsaro
(il paese più alto del nostro Appennino); con loro
il comandante della formazione, Giuseppe Barbolini, colpito
da un proiettile tra il braccio e la spalla; aveva perso molto
sangue e non era più in grado di camminare. Lo caricarono
su una barella fatta alla bell’e meglio con del legno
rimediato sul posto e s’incamminarono verso la “Costa
dell’Oliva”, portandosi dietro una quindicina
di prigionieri tra militi e tedeschi. Si addentrarono nel
folto della boscaglia in un posto conosciuto col nome di “Du
lavel”, con una fitta vegetazione di noccioli, querce,
castagni, e poi via via, salendo, rose canine, biancospini,
ginepri, faggeti, e poi ancora faggeti: spogli e desolati
per il clima invernale che ancora persisteva da quelle parti.
La valle era (ed è ancora) attraversata da una vecchia
mulattiera che collega il territorio di Ligonchio a quello
del Villaminozzese: “la Val d’Asta”.
Il sentiero era ricoperto da un alto strato di neve che aveva
cancellato la configurazione sul terreno, e questo rendeva
ancor più aspro e difficoltoso il cammino. I chilometri
che separano Cerrè Sologno da Monteorsaro sono circa
dieci-dodici, ma percorrerli a piedi, in quelle condizioni,
diventano il triplo. Lungo tutto quel percorso non vi sono
abitazioni di nessun tipo, né capanne, né segno
di anima vivente, ma solo e solamente arbusti, alberi, rigagnoli,
sorgenti, laghetti e torrenti dalle acque limpide e pure:
nessun altro segno di vita umana.
 |
FERITO
Il modenese Giuseppe Barbolini, comandante partigiano
celebre anche per il ferimento in battaglia. Venne curato
dal dr. Marconi che lo ricoverò sotto falso nome. |
Più a lato, proveniente dal Baggioleto, scende per
posti irti e scoscesi un torrentaccio chiamato e conosciuto
col nome di “Fosso del Diavolo”, e questo nome
la dice lunga sull’ubicazione di “Du lavel”.
Davanti alla colonna in fuga si ergevano a baluardo, disposti
ad arco, il monte Prampa, il Cisa, il Passo della Cisa (e
proprio di lassù dovevano passare...) e in disparte
il Cusna: maestoso, possente, sonnolento, che guardava indifferente.
Il sole tramontò e in un attimo fu buio; la temperatura
si abbassò di molto e il freddo pungente, mordente,
si fece sentire, e man mano che salivano l’irto pendìo
la neve diventava sempre più alta e la situazione peggiorava.
Tra i partigiani c’era il timore che i militi e i tedeschi,
una volta ricevuti i rinforzi, inseguissero la colonna, in
evidente difficoltà per la lentezza dei movimenti:
barella col ferito da trasportare, armi e cassette di munizioni
da portare e prigionieri da far camminare.
Intorno a loro... silenzio. Soltanto di tanto in tanto il
latrare di cani proveniente da paesi sottostanti faceva sentire
la presenza di esseri viventi.
Intanto, da Busana bagliori, lampi di proiettili traccianti
solcavano il cielo in modo impressionante, segnalavano la
presenza del nemico ferito ma ancora graffiante, e questo
rendeva più nervosi e impazienti gli uomini in ripiegamento.
La formazione arrivò alla sorgente del torrente Lucola
(affluente di destra del Secchia), dal nome di “Fontana
delle uova”, dove tutti si fermarono per dissetarsi
e prendere fiato.
E là successe un fatto da non dimenticare: un milite
prigioniero, non più in condizioni di proseguire, volle
che lo lasciassero morire lì. Alcuni partigiani proposero
di fucilarlo sul posto, altri no. Prevalsero i sì,
ma un componente della formazione si oppose con decisione
all’uccisione e si avvicinò al prigioniero, e
presa la cassetta di munizioni che stava portando, se la caricò
sulle spalle e con lui si allontanò, salvando un uomo
da sicura morte con un gesto di grande umanità. Ripresero
la marcia e dopo tanta fatica arrivarono a “Prà
d’Alfign” (Prà Fento), un luogo acquitrinoso
con un vasto prato. Lì dovettero fermarsi perché
lo spessore della neve era così alto che con la barella
in spalla gli uomini che la portavano sprofondavano fino alla
cintola e più avanti non potevano andare. Si tenne
una breve riunione tra i capi della formazione e, d’accordo
con Barbolini, decisero di lasciarlo nascosto tra i cespugli
di un faggio arrotolato in una coperta di lana. Poi, una volta
arrivati a Monteorsaro, sarebbero tornati a prenderlo assieme
a gente pratica del posto.
 |
EPOPEA PARTIGIANA
Il trasferimento in mezzo alla neve (foto dell'Istituto
Storico della Resistenza di Reggio Emilia) |
Finalmente, intorno alle nove di sera arrivarono i paese:
stanchi, esausti, affamati e sgomenti. Si sparpagliarono nelle
case del borgo alpestre (protetto dei bei monti della massiccia
catena dell’“Uomo morto”) abitato da pastori,
carbonai, boscaioli, che li accolsero dividendo con loro il
poco cibo che avevano. Ne vennero una decina anche in casa
nostra, e mia madre, benché fosse ammalata, non si
risparmiò e per tutta la notte fece da mangiare. Quando
il pane finì si mise a impastare la farina con acqua
e preparò delle focacce rotonde, che mise a cuocere
sulla pietra del focolare, coprendola con cenere e braci,
riuscendo a sfamare tutti. La Norma (sorella di Barbolini),
poi, cercò persone del paese che andassero a prendere
il fratello, ma non trovò nessuno. Vi andarono mio
fratello Leonida e Lorenzo di Simone. Partirono con dieci
partigiani e una carretta di legno (solitamente usata per
il trasporto della legna in inverno) sulle spalle e s’incamminarono
nella notte fonda con i propri pensieri cupi e tesi, consapevoli
di quello che poteva loro accadere se i tedeschi li avessero
presi. Lorenzo e Leo guidavano il gruppo fianco a fianco,
con tutti gli altri in branco, senza via di scampo. Uno scenario
irreale si presentò ai loro occhi: il cielo limpido
e chiaro trapunto di stelle con una miriade di piccole fiammelle
e al centro la luna, splendida e bella, ma in quel tragico
momento faceva accapponare la pelle, perché quel pugno
di uomini si vedevano a oltre un miglio di distanza, senza
copertura neanche della natura. Più si allontanavano
dal paese e più si sentivano soli, con la paura che
s’impadroniva di loro. In vista del Passo della Cisa,
un partigiano preso dal panico volle tornare indietro: aveva
paura che ci fossero i militari appostati e tendessero loro
un’imboscata. Leo gli fece notare che se ci fossero
stati i fascisti - col chiaro, la visuale e il rumore che
facevano - avrebbero avuto tutto il tempo per farli fuori.
Proseguirono per l’arduo cammino.
 |
TEDESCHI
Un gruppo di militari osserva la zona partigiana (foto
dell'Istituto Storico della Resistenza di Reggio Emilia)
|
Nel frattempo Barbolini, rotolandosi nella neve, si era
spostato dal luogo dove l’avevano lasciato. Non vedendolo,
i soccorritori si misero a chiamarlo sottovoce, ma lui non
rispose perché temeva fossero i militi. Finalmente
lo trovarono, quindi lo caricarono sulla slitta e fecero il
percorso in senso inverso. Il primo tratto era in salita,
perciò si dovette spingere e tirare la carretta con
grande sforzo e fatica. Dopo aver valicato il Passo della
Cisa iniziò la discesa e... per il ferito iniziò
il calvario e per i soccorritori la disperazione. La neve
in superficie era ghiacciata, ma sotto la crosta farinosa
(sfalernia), così la slitta prese velocità e
Leo, Lorenzo e compagni ebbero un bel daffare per trattenerla.
Poi, all’improvviso si ruppe il ghiaccio e sprofondò
nella neve fermandosi di colpo, per ripartire subito dopo.
Queste improvvise fermate e scossoni vennero accompagnati
da urla, bestemmie e lamenti di Barbolini. Arrivarono in vista
di Monteorsaro che stava per sorgere il sole, nove ore dopo
esser partiti dal paese per andare a recuperare il ferito.
Li accolse un vento freddo di tramontana gelido e pungente
che sferzava i loro volti sfiniti, stravolti e sconvolti dalla
fatica, dalla paura e dall’angoscia, dalla tribolazione
e dalla sofferenza. Barbolini venne portato a Febbio, nascosto
e curato nella canonica da don Vasco Casotti fino alla guarigione,
poi riprese il comando di una formazione di partigiani modenesi,
fino a liberazione avvenuta.
Il giorno dopo quel 15 marzo il rastrellamento della milizia
e dei tedeschi arrivò a duecento metri da Monteorsaro.
In un campo, semisepolti, trovarono cinque morti, fucilati
dai partigiani in ritirata: erano militi e tedeschi fatti
prigionieri nella battaglia di Cerrè Sologno. Un sesto,
rimasto solo ferito, fingendosi morto tentò di fuggire,
ma venne ripreso e fucilato lontano dagli altri, e non fu
trovato dai fascisti. Il comandante tedesco voleva bruciare
subito il paese, ma Leo cercò in tutti i modi di fargli
capire che gli abitanti del borgo non c’entravano per
niente, e poco mancò che venisse ucciso. Con l’aiuto
di un’interprete riuscirono a spiegargli la realtà
dei fatti, così Monteorsaro fu salvato...
60 ANNI FA/UN MESSAGGIO DA TRAMANDARE
Il fiore di don Battista
Due storici documenti riguardanti il sacerdote
ucciso nell’aia di Cervarolo con altri 23 martiri. Le
lettere del papà e di Umberto Monti.
di Andrea Riotti
 |
| Don Battista Pigozzi (1881-1944). |
Nei tempi andati, quando l’opportunità di andare
a studiare era per i giovani della nostra montagna piuttosto
remota, nacque quale faro luminoso il Seminario di Marola.
Sono state davvero tante le generazioni che si sono formate
a quella fonte di sapere, che non è azzardato definire
essere stata l’“università della montagna
reggiana”. Se numerosi sono stati i sacerdoti “sfornati”
da quell’eremo, è maggiore il numero di coloro
che nel prosieguo optarono per la vita secolare. Tanto per
fare un esempio avvenuto in tempi in cui possedere un discreto
bagaglio culturale era patrimonio di pochi, era un ex seminarista
di Marola quel giovane di Roncopianigi, tale Mauro Pigozzi,
che il 2 aprile 1888, in una lettera al padre da una caserma
di Napoli, si lamentava di non sapere quando avrebbe potuto
recarsi a casa in licenza perché nessuno fra i suoi
numerosi commilitoni era in grado di sostituirlo nella mansione
di “scritturale”.
Ma “andare a Marola” purtroppo non era alla portata
di tutte le famiglie, perché un contributo bisognava
pure darlo al fine di garantire la sopravvivenza della struttura.
Un problema, come attestano le cronache, che assillò
non poco anche il tormentato percorso, dal suo nascere, dello
stesso seminario cittadino. Di seguito, un documento quanto
mai eloquente al riguardo:
“A sua Ecc.za Ill.ma e Rev.ma Monsignor Vincenzo
Manicardi, Vescovo di Reggio Emilia,
Eccellenza, il sottoscritto Pigozzi Natale di Febbio ha
fra gli altri un figlio per nome Battista non ancora trilustre,
che da quattro anni frequenta la scuola del Seminario vescovile
di Marola, con soddisfazione dei suoi maestri e degli altri
superiori; ultimamente è stato promosso dalla 3ª
alla 4ª classe ginnasiale. All’ingegno non comune
accoppia amore allo studio e mostra propensione per la carriera
ecclesiastica. Ma disgraziatamente il padre che scrive versa
in tristi condizioni finanziarie e ancor più tristi
dalla presente critica annata, si trova nella dura necessità
di privare al figlio la via intrapresa degli studi. Prima
però d’appigliarsi a questo ultimo doloroso
partito si permette di ricorrere alla nota carità
dell’Eccellenza vostra e supplicarla vivamente di
venire in suo aiuto, accordandogli un sussidio nella misura
che Ella crederà del caso. Il giovanetto così
beneficato saprà mostrarsi riconoscente al suo benefattore,
e farà del suo meglio per la gloria di Dio e del
bene della Chiesa, di cui spero diventerà un giorno
sacro ministro. Nella misura che l’Eccellenza vostra
vorrà prendere in considerazione ed appagare siffatta
domanda, il supplicante anticipa i più sentiti ringraziamenti
e colla più alta stima ed osservanza si professa
di V. Ecc.za Ill.ma e Rev.ma. Febbio, lì 27 ottobre
1897. Dev.mo ed Obb.mo servo Pigozzi Natale”.
Non è stato difficile individuare chi fosse quel
“giovane non ancora trilustre” che realizzando
le aspettative del padre divenne in seguito sacerdote e parroco
di Cervarolo: il martire don Battista Pigozzi. A distanza
di tanti anni ci sembra cosa buona riportare qui la dedica
scritta nel 1944 sul ricordino del sacerdote ad opera del
prof. Umberto Monti. Un documento prezioso praticamente sconosciuto.
 |
NELL’AIA
A Cervarolo dopo la strage. |
| |
| “Visse contento nelle sue montagne,
tra Febbio dove era nato e Cervarolo dove fu parroco per
33 anni. Modesto e umile, sempre rifiutò promozioni
e sedi migliori: fu benefico coi poveri, ospitale cogli
amici e forestieri. Quando il 20 marzo 1944 un’orda
di barbari invase la sua parrocchia rifiutò di
fuggire: catturato in casa ricusò sdegnosamente
di fare i nomi dei partigiani. Minacciato di morte rispose:
‘Io non ho paura di morire, perché ho sempre
fatto il mio dovere’. Spogliato delle vesti, schernito
ed esposto ai rigori della stagione, rimase calmo e impassibile.
Condotto nell’aia dove altri 26 stavano ansiosi
della loro sorte, li consolò colla sua presenza,
li benedisse prima di morire e recitando il Rosario aspettò
le raffiche delle mitragliatrici che dovevano fare di
quegli uomini altrettanti martiri della fede e della Patria”.
|
Nel marzo 1974, in occasione del 30° anniversario, durante
la cerimonia, la poesia nel riquadro, scritta appositamente
dal poeta Lino Bianchi di Monte-orsaro, fu recitata da una
bambina di terza elementare nipote di uno dei caduti. Considerato
che i testimoni più giovani di quell’evento allora
erano bambini, quel messaggio è quanto mai attuale
nel momento di affidarlo alle future generazioni.
| Testimonianza
Mamme, ho raccolto un fiore
nell’Aia dell’eccidio
un fiore grande,
più dell’orizzonte;
ha i petali di pace
e il profumo dell’amore.
Ho raccolto un fiore
tra le croci dell’eccidio
dove il giorno s’abbandona nell’eterno
e l’ira trova il suo mistero.
Uomo, apri il tuo cuore
e raccogli questo fiore. |
CASTELNOVO/VISTA DA UNA 14ENNE
La guerra di nonno Paolino
La chiamata alle armi, l’8 settembre,
la cattura, la fuga... “Il pericolo si trovava su tutti
i fronti”. “Non esistono guerre giuste: sono peggio
di un’arma di distruzione di massa”.
di Clara Casoni
 |
SOLDATI
Paolino Casoni (indicato dalla freccia) militare. |
Abbiamo mai provato a chiederci com’è stata
vissuta la seconda guerra mondiale nel nostro territorio?
Questo tema, tornato di attualità ai giorni nostri
alla luce dei fatti accaduti in Iraq, in che modo è
sentito da chi ha affrontato la guerra?
Noi ragazzi di 3ª A della scuola media abbiamo provato
a rifletterci assieme alla nostra insegnante d’italiano
Angela Pietranera e grazie all’aiuto della prof. Giovanna
Caroli.
In due incontri (troppo pochi per capire una guerra mondiale,
o qualsiasi altra guerra) abbiamo cercato di mettere a fuoco
le principali azioni italiane, ma soprattutto quelle compiute
dai nostri nonni o compaesani, che hanno ancora dentro il
ricordo di un tempo passato che li ha segnati per la vita.
Se non proviamo a tornare indietro nel tempo e a inserirci
nella mentalità di allora... come possiamo riuscire
a capire da un libro di storia le sensazioni, le paure, i
pensieri di quegli anni, di quella guerra tanto inutile quanto
disastrosa? Per chi non l’ha vista da vicino può
sembrare solo una pagina di storia da studiare che deve essere
ricordata per le azioni compiute dai partigiani o dagli Alleati,
venerati come idoli per aver salvato l’Italia.
 |
| La classe 3ª A della
scuola media di Castelnovo Monti con la prof. Angela Pietranera. |
Ed è per questo che ora provo a mettere nero su bianco
un’intervista a mio nonno Paolino Casoni, residente
a Villa Minozzo, vissuto a quei tempi, che la guerra l’ha
vista da vicino. Può sembrare semplice ma in realtà
non lo è, infatti capita spesso di evitare di parlarne,
cercando anche di respingere l’evidenza, ed è
per questo che alcuni ricordi non riaffiorano con facilità.
Ecco quello che racconta.
“Abitavo a Bedogno di Villa Minozzo quando nel 1939,
a diciott’anni, fui chiamato alle armi; dovevamo assediare
un territorio vicino a Imperia. L’8 settembre 1943 (data
dell’armistizio con gli Alleati) il comandante ci disse
che da quel momento chi voleva salvarsi doveva scappare, e
a quel punto pensai che la guerra fosse finita, ma ben presto
mi accorsi di essermi sbagliato. Iniziammo a raggiungere le
case più vicine per avere vestiti borghesi in modo
da non farci riconoscere dai tedeschi. Da Triora arrivammo
fino a Sanremo, dove prendemmo il treno che ci portò
fino a Voghera. Arrivati lì ci nascondemmo in un canneto
dove aspettammo la sera per iniziare il nostro cammino verso
casa. Arrivammo alla Croce di Castelnovo attraverso la campagna,
dopo circa dieci giorni di cammino, cercando di evitare i
centri abitati per paura dei tedeschi. In gennaio arrivarono
i soldati che presero mio fratello e lo portarono in Germania,
mentre io riuscii a salvarmi nascondendomi in un buco scavato
sotto la mangiatoia delle mucche. Nell’agosto del ‘44
Villa Minozzo fu bruciata, rimasero solo la farmacia e la
chiesa, e tutti iniziammo a scappare come sfollati nei boschi.
Dopo quattro giorni, avendo fame e sperando di mimetizzarci
nella nebbia, pensammo di scendere a Secchio senza neanche
immaginare che i tedeschi ci stessero aspettando, per questo
fummo catturati. Venimmo schierati a ridosso del muro di una
casa, aspettando l’ordine d’incamminarci, nel
frattempo i tedeschi razziarono duecento capi di bestiame.
Verso sera arrivammo a Villa, dove ci rinchiusero in una cantina.
La mattina riprendemmo il cammino e verso sera arrivammo a
Gatta, dove ci rinchiusero in una porcilaia e ci diedero un
avvertimento: ‘scappare uno, noi uccidere dieci’.
Nella mattinata arrivammo a Felina, dove uccisero un bue per
il nostro pranzo, e a sera arrivammo a Casina, dove ci fermammo
per la notte; alla mattina arrivammo a Scandiano, dove ci
fermammo in un vigneto sotto la pioggia battente, da qui in
poi il viaggio continuò ma senza bestie. In serata
eravamo a Sassuolo dove ci rinchiusero in un palazzo attorniato
da un canale. Alla mattina prendemmo il treno per Fossoli.
Arrivati al campo di smistamento riuscii a non essere inviato
in Germania grazie ad una lettera di mio fratello che attestava
che era prigioniero civile. Per questo riuscii a rimanere
in Italia, venni però mandato a combattere sul passo
della Futa, dove il pericolo si trovava su tutti i fronti:
da dietro i tedeschi mi facevano avanzare, a lato avevo i
partigiani, davanti gli americani e gli inglesi. A sera venimmo
rinchiusi in una scuola; dopo due giorni riuscii a scappare,
aspettando che la sentinella abbassasse la guardia scavalcai
la rete e mi buttai in un fiume, perché se mi avessero
visto avrei potuto dire che volevo lavarmi. Nella notte arrivai
vicino ad alcune case e chiesi ospitalità. Riuscii
a tornare a casa dopo otto giorni”.
Con questo si conclude la fuga... la guerra era ormai finita.
Ma i ricordi non se ne andarono con la fine della guerra e
non se ne andranno mai. Il dolore con cui si deve convivere
non può essere descritto in una pagina di storia, lo
si porta dentro senza mai riuscire a dimenticarlo. Anche la
guerra in Iraq doveva essere breve, si diceva fosse per il
bene dell’umanità e invece è stato solo
un conflitto dagli scopi politici che ha portato morte e distruzione
sia nelle famiglie irachene che in quelle dei soldati impegnati
in questa missione. Con la frase importante e maliziosa di
Bush - “the game is over” - giovani reclute e
padri di famiglia si sono trovati in guerra forse senza neanche
sapere cosa dovevano fare veramente, poi l’annuncio
della fine della guerra, ma il “dopo” sta portando
più morti del conflitto vero e proprio. Ancora adesso
siamo convinti che una guerra possa essere giusta?
Su questo argomento non mi dilungo più di tanto,
anche perché ho solo 14 anni, abito a Castelnovo e
quindi non posso fare niente per cambiare la situazione, ma
posso sperare che un giorno (anche se lontano) potremo vivere
tutti in un mondo di pace. Vi invito a riflettere e a cercare
di convincervi che non esistono guerre giuste, che la guerra
è peggio di un’arma di distruzione di massa.
|