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LAVORO/PAROLE ESPLOSIVE DI DUSCA BONINI
“Il caporalato? C’è anche
qui da noi”
A muso duro la segretaria Cgil, che affonda
pure sul Governo: “Strategie di destabilizzazione istituzionale”. “Si è creata
occupazione dequalificata”. “Le nuove partite
Iva tra gli artigiani? Solo perché le aziende non
vogliono assumere”. E la denuncia: “Ci sono aziende
dove non possiamo entrare”.
di Armido Malvolti
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LA ROSSA
Dusca Bonini della Cgil (foto B. Vanicelli). |
Qual è lo “stato di salute” del lavoro
e dei lavoratori nel comprensorio montano? Ne parliamo con
Dusca Bonini, segretaria di zona della Cgil, la principale
organizzazione sindacale presente sul territorio.
Innanzitutto un paio di domande di carattere generale.
Dopo i magistrati, dopo i giornalisti non allineati, dopo la
Corte Costituzionale, dopo i politici di professione, esiste
il rischio che sia il sindacato ad entrare nel mirino del presidente
del Consiglio?
“Il sindacato, se vogliamo ripercorrere le tappe
di questo Governo, è stato il primo soggetto entrato nel
mirino delle strategie di destabilizzazione istituzionale. Il
sindacato gioca il suo ruolo di rappresentanza attraverso la
concertazione; il ricorso allo strumento delle deleghe, messo
in atto dal Governo, di fatto rappresenta la negazione del percorso
di confronto e concertazione con chi rappresenta i lavoratori,
i cittadini. Questo presidente del Consiglio non si vuole confrontare
in un dibattito aperto con i politici, immaginiamo come possa
confrontarsi con coloro che sono in grado di dimostrargli che
il paese dei balocchi non esiste”.
Stando agli indicatori
ufficiali l’occupazione è in
crescita. Sono dati reali o sono gonfiati? E, soprattutto,
qual è la qualità dell’occupazione
creata negli ultimi anni?
“I dati relativi all’occupazione non
si valutano leggendo numeri comparsi su di un terminale in
un dato giorno, in una data ora. Da questi numeri non viene
scorporato il tipo di rapporto di lavoro; un interinale è occupato
oggi, ma domani no, così per i lavoratori a progetto,
a chiamata. Figuriamoci per i lavoratori ripartiti: con due
lavoratori sulla stessa postazione di lavoro a me risultano
due lavoratori occupati, ma non mi viene detto per quanto
tempo. L’occupazione creata negli ultimi anni è di
basso livello, dequalificata, precarizzata; è il tipo
di occupazione funzionale a un modello di sviluppo industriale
orientato alla semplice logica di mercato, che punta alla
quantità al minor costo possibile”.
Saliamo in montagna: il sindacato come fotografa lo
stato della nostra economia?
“L’economia della montagna è in fase
di stagnazione... e non vuol dire che non sta succedendo niente.
Sta soffrendo rispetto al mercato, sia interno che estero, e
già si registrano problemi rispetto alla tenuta occupazionale.
E’ necessario che i nostri imprenditori, con la partecipazione
delle associazioni di categoria, ripensino al loro ruolo rispetto
alle dinamiche che stanno muovendo il quadro micro e macro economico.
In questo processo di ridefinizione vanno coinvolti anche gli
enti locali, non come semplici erogatori di risorse economiche
(soldi pubblici, perciò di tutti), ma come soggetti che
devono far valere il loro ruolo di programmazione, diventando
agenti a sostegno delle proposte da definire poi in progetti
sostenibili”.
Quali sono i settori più in difficoltà?
“Primi segni di difficoltà si sono
avuti sul comparto tessile con la chiusura definitiva di
due aziende storiche come la Confit nel 2002 e la Manifatture
Italiane nel 2003. Altri segnali di crisi, con un forte aumento
delle ore di sospensione speciale, li abbiamo registrati
per tutto il 2003 nel comparto della metalmeccanica artigiana;
segni di rallentamento produttivo anche nel settore ceramico
con un calo della richiesta di straordinario e ridotte assunzioni”.
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| Una manifestazione della
Cgil. |
Delocalizzazione, sinistro neologismo che sta ad indicare
la chiusura di una fabbrica e la sua riapertura in Paesi dove
la manodopera costa meno, cioè, in parole più chiare,
dove i lavoratori hanno meno diritti e salari da fame. Anche
nostre imprese hanno delocalizzato o intendono farlo? Il sindacato
quali politiche mette in campo per contrastare questo fenomeno
che sarebbe più giusto chiamare neocolonialismo?
“Le nostre aziende non stanno delocalizzando,
anche perché le stesse in buona parte producono per conto
terzi. Semmai rischiano di entrare in crisi per le scelte di
delocalizzazione dei grossi produttori rispetto alle quali sono
impotenti. Si trovano coinvolte in un gioco perverso che le costringe
a competere con i costi più bassi proposti da altri produttori
non solo stranieri (dalli al cinese!), ma anche italiani che
utilizzano in modo massiccio manodopera irregolare. Naturalmente,
i maggiori costi sono da imputare tutti alla spesa per la manodopera.
Per la Cgil lo sviluppo fondato sulla logica del risparmio porta
inevitabilmente all’indebolimento e all’arretramento
produttivo; la libertà di mercato è una falsa libertà.
In un mercato senza regole, senza diritti, senza una fiscalità di
distribuzione, chi non ha regole sarà sempre libero di
giocare al ribasso. In un mercato con delle regole certe per
gli imprenditori, con diritti da rispettare, con una fiscalità di
ridistribuzione della produttività interna in ogni nazione,
non c’è più il problema della concorrenza
fra poveri. Un modello industriale che punti alla formazione,
all’innovazione tecnologica, alla prevenzione, a una manodopera
qualificata e con diritti certi così da poter programmare
il proprio futuro, è un sistema che si autofinanzia. Se
si produce, ma in pochi comprano perché i più non
possono, mi devono spiegare che fine farà il mercato generale!”.
Come
si è evoluto in montagna il quadro dell’occupazione?
Una volta erano molto ambiti il posto pubblico o in banca;
in subordine comunque un posto fiss o:
e ora?
“Forse sarebbe più corretto dire quali
sono le ambizioni lavorative dei montanari. Il posto fisso è sempre
l’aspirazione dei più. Non dimentichiamo che ogni
volta che andiamo in banca per chiedere un prestito, la prima
cosa che ci viene chiesta è la busta paga, da cui si determina
non solo quanto si guadagna, ma soprattutto per quanto si guadagnerà.
Chi è assunto come interinale, co.co.co, tempo determinato,
non ha diritto a chiedere mutui indipendentemente dalla somma.
Il posto fisso è il futuro! Ma i montanari sono realisti
e consapevoli che le offerte lavorative sono quelle che sono,
perciò o fanno i pendolari o si accontentano di quello
che trovano. C’è anche la realtà dei ‘sospesi’,
come li chiamano in gergo: si tratta di decine di persone che
ruotano attorno al bacino degli enti pubblici (Comuni, Comunità montana,
Parco che non c’è, progetti vari attivati nel territorio)
con dei contratti occasionali e che nutrono la speranza di poter
accedere a un impiego continuativo”.
Anche qui pare avere attecchito il mito del “fare
impresa”. E’ un reale desiderio dei giovani, è una
moda o, in qualche caso, è solo una costrizione?
“Domanda interessante! Il fenomeno delle nuove
imprese va letto con molta attenzione. Nell’edilizia, per
citare un settore a caso, ma può essere la stessa cosa
nel tessile e nei servizi, se leggiamo il semplice dato delle
nuove partite Iva registriamo un sensibile aumento; ma dal nostro
osservatorio lo stesso dato assume una dimensione completamente
diversa. Molti dei neo artigiani non lo sono per vocazione imprenditoriale,
ma perché le aziende distributrici del lavoro li pongono
di fronte all’alternativa: o aprire la partita Iva o non
lavorare. Un artigiano non comporta tutte le responsabilità (e
i doveri) che comporta avere dei dipendenti. Diverso è il
discorso delle nuove professioni legate all’ambiente, alla
promozione del territorio, al turismo e alla produzione agro-alimentare
di nicchia: qui forse è reale la voglia di fare impresa
per trasformare in lavoro e reddito le potenzialità di
un territorio ambientalmente e culturalmente ricco come il nostro”.
C’è chi sostiene che le nuove forme di
rapporto di lavoro, co.co.co ed altro, essendo di fatto un precariato
camuffato e legalizzato, frenano la costituzione di nuove famiglie,
disincentivano le nascite, scoraggiano gli investimenti: anche
da noi è presente questo fenomeno?
“Sicuramente sì, senza ulteriori commenti”.
Lavoro nero: è diffuso? Se sì, quale tipo
di impresa ne è più coinvolta?
“Tasto dolente. In montagna nessuno ha fatto ricorso
al premio per la regolarizzazione, ma di fatto il lavoro nero è una
realtà diffusa molto più di quanto si pensi. Il
comparto dove si registra la maggior creatività sommersa è l’edilizia,
specie quella di ultima generazione; poi, ma in modo più circoscritto,
abbiamo qualcosa nel tessile, dove il lavoro nero è storico
per le nostre donne. Vi è poi tutto il settore del commercio
e del turismo dove, basta guardare i dati occupazionali dell’estate
e della stagione sciistica, non registriamo significativi incrementi
di assunzioni regolari anche solo stagionali. Un capitolo a parte
da analizzare riguarda il settore di cura e sostegno alla famiglia,
dall’assistenza semilegalizzata delle badanti, a quella
diurna e notturna in ospedale, dalle baby sitter alle colf: anche
qui registriamo pochi dati di piena regolarizzazione, va già bene
quando una lavoratrice lavora 24 ore e viene regolarizzata per
16”.
Corrisponde al vero l’esistenza di forme di
caporalato?
“Sì! Basta andare in piazza a Felina alle
sei del mattino, mettersi sotto i portici e non serve essere
esperti per vedere e capire cosa succede. Noi lo abbiamo fatto,
ma ci rendiamo anche conto che è difficile che i lavoratori,
spesso stranieri e clandestini, siano disposti a sporgere denuncia.
Per mangiare e avere uno straccio di permesso di soggiorno si
accettano giocoforza tutte le regole del gioco”.
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| Una manifestazione della
Cgil. |
Gli istituti preposti al controllo e alla repressione
fanno il loro dovere?
“Altro tasto dolente. Non è che gli organi
di controllo preposti non vogliano lavorare, semplicemente il
numero degli ispettori è notevolmente ridotto e dal 2001
(guarda caso!) agli ispettori del lavoro sono state trasferite
molte competenze e ridotte sia le risorse umane che quelle economiche.
Perciò, nei fatti, non riescono a lavorare come dovrebbero
e vorrebbero. Devo però ammettere che quando in montagna
abbiamo delle emergenze possiamo contare sulla collaborazione
di tutte le forze, compresi vigili urbani e carabinieri”.
Esternalizzazione,
un altro orrendo neologismo che sta a significare il trasferimento
di lavoro e funzioni
dai propri dipendenti a soggetti terzi. L’imprenditoria
privata ne fa largo uso da sempre, ultimamente sembra che
anche gli enti pubblici ne siano tentati. La giustificazione è che
in questo modo cresce la qualità dei servizi e calano
i costi: è realmente così?
“Credo che esternalizzando si ottengano aumenti
dei costi a fronte di una qualità dei servizi spesso
incerta. E’ vero che, soprattutto per gli Enti locali,
con il blocco delle assunzioni e la riduzione delle risorse
trasferite è sempre più difficile far quadrare
i bilanci, ma è anche vero che la soluzione più facile
non è necessariamente la migliore. Quando è il
privato che esternalizza si apre un problema di tutela dei
diritti dei lavoratori. Quando lo fa un ente pubblico si
apre il problema della risposta in termini di qualità dei
servizi alla popolazione. Ciò che spesso lascia perplessi è che
le esternalizzazioni vengono giustificate in termini economici,
mentre le collaborazioni, spesso milionarie, come investimenti”.
Il quadro che dipingono le sue parole non è certamente
roseo: una montagna che ha perso slancio, che rischia posti di
lavoro e anche un pericoloso regresso sul piano dei diritti di
chi lavora. Il sindacato ha qualche idea-forza da mettere in
campo per risalire la china?
“Innanzitutto accettare la montagna per quello
che è. Significa che il punto di partenza di ogni scelta
deve essere la lettura di questo territorio, la sua storia. Partiamo
da Fora. Quel tipo di insediamento non è ripetibile in
zone più alte, quindi è illusorio pensare che interventi
viari straordinari favoriscano insediamenti artigianali in tutto
il territorio. La viabilità va migliorata, ma occorre
essere realisti e non dimenticare che il nostro ambiente naturale
non può permettersi altre mutilazioni. La vocazione principale è agricola
e agro-alimentare. Nella parte alta ogni ipotesi di sviluppo
deve fare i conti con le risorse disponibili che sono le bellezze
naturali, il bosco e i suoi prodotti, l’acqua, la neve,
la gastronomia, la storia e la cultura locali. Guardiamo anche
alle esperienze di altre zone dove il recupero delle attività agricole,
lo sviluppo di attività turistiche a basso impatto ambientale
ma diffuse in modo capillare, il recupero dei borghi come offerta
ricettiva, la creazione di aziende dedicate alla produzione di
nicchia di alta qualità (penso alla Val Topina in Umbria)
hanno permesso il reinserimento residenziale e il nascere di
attività imprenditoriali compatibili con il territorio.
Con questo non voglio dire che la Cgil è contraria a proposte
di sviluppo diverse (industria, artigianato, terziario), ma nulla
può essere pensato e progettato a prescindere dal territorio.
Quindi anche l’individuazione di aree per insediamenti
produttivi deve muovere da una visione di territorio. Il sindacato
ha un ruolo propositivo e propulsivo; importantissimo è quello
della scuola; le associazioni degli imprenditori dovrebbero porsi
come agenti di stimolo e di innovazione rispetto ai propri associati;
gli Enti locali devono farsi carico, in modo più puntuale
e strategico che in passato, della programmazione complessiva
ed essere punto di riferimento di tutti gli altri soggetti. Sul
Parco dirò dopo”.
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| Un corteo Cgil a difesa
del lavoro. |
Come sono qui i rapporti con le organizzazioni
imprenditoriali?
“Ambigui. Quando c’è aria di
crisi ci chiamano per informare tramite nostro i lavoratori
e per coinvolgerci nella gestione di scelte spesso dolorose.
Quando siamo noi a cercarli per parlare di qualità del
lavoro, per proporre nuovi e/o diversi percorsi organizzativi,
per discutere il rafforzamento dei presidi di prevenzione
e di protezione, allora diamo fastidio; se poi vogliamo fare
contrattazione di secondo livello si apre il baratro: ci
accusano di voler far chiudere l’azienda. Addirittura,
nella reggianissima montagna, sopravvivono situazioni di
aziende in cui non possiamo letteralmente entrare, dove abbiamo
ancora degli episodi di discriminazione dei nostri iscritti.
Nell’immediato sarebbe una buona strategia se insieme,
magari coinvolgendo anche gli Enti locali, lottassimo contro
il lavoro nero: una realtà che non fa male solo ai
lavoratori, ma anche agli imprenditori più seri”.
... e con gli Enti locali?
“Con questi il rapporto è apparentemente
più facile. Il contratto di lavoro nazionale è molto
strutturato, perciò le vertenze sono molto limitate. Le
cose si complicano quando entriamo nel merito delle scelte compiute
su esternalizzazione, sempre più frequente, e mega collaborazioni
esterne. Quando si tratta dei bilanci comunali, il confronto
si complica ulteriormente in quanto il più delle volte
veniamo chiamati alla concertazione il giorno prima dell’approvazione,
cioè quando i giochi sono fatti. Comportamenti in stridente
contrasto sia con il concetto di concertazione che con quello
di bilancio sociale, dove addirittura saremmo titolati a contrattare
le voci relative alla spesa sociale. Qualche progresso c’è stato
nei rapporti con il Comune di Castelnovo Monti, col quale siamo
riusciti a sottoscrivere dei buoni protocolli sulle tematiche
sociali. Molto però è ancora da fare e, purtroppo,
sono ancora troppi i politici convinti di dover rendere conto
del proprio operato solo agli elettori ogni cinque anni”.
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| Cipputi in una delle celebri
vignette di Altan. |
Da ultimo, cosa pensa la Cgil del balletto attorno al
Parco e al suo presidente?
“Il toto presidente è pesante e sterile
quanto il toto sindaco. Sicuramente tutto quello che stiamo vedendo
e sentendo in questi giorni non fa bene alla montagna. Promozione,
tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale
come valore aggiunto della montagna, non sono sicuramente conquiste
facili per la nostra gente e tutto questo cicaleccio, con tanto
di campagna elettorale in mezzo, non fa bene a nessuno. Noi non
abbiamo veti sui nomi, auspichiamo comunque che la scelta tenga
conto delle competenze specifiche e che sia veramente coerente
con quanto annunciato e dibattuto in questi anni. Se il Parco è davvero
un volano di sviluppo, ogni giorno perso equivale a sperpero
di risorse ed evaporazione di opportunità. Questa situazione
di stallo ingessa idee e voglia di fare di molta gente, soprattutto
dei giovani. Auspichiamo un rapido decollo anche per quei lavoratori
che direttamente o indirettamente, visti i loro rapporti un po’ particolari
con il Parco del Gigante, sono già in ballo e non sanno
quale sarà il loro destino (a proposito di nuove professioni
e posto fisso)”. |
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TRA SERVILISMO E PRECARIETA’
Il declino di Cipputi
Parliamo di lavoro, in particolar
modo del tanto bistrattato lavoro dipendente. Come
sono lontani gli anni in cui la classe operaia andava
in paradiso! Gli anni in cui colonne di tute blu e
di colletti bianchi inondavano le città con
le loro idee e le loro lotte imponendo al Paese una
salutare, benedetta “rivoluzione culturale”.
Quel
periodo fu battezzato “Sessantotto”:
andrebbe insegnato a scuola. Sarebbe certamente più educativo
per i nostri ragazzi dei programmi di morattiana riforma.
Oggi
tute blu e colletti bianchi non vanno più di
moda, sono obsoleti. Esistono, ma meno se ne parla
meglio è, e se proprio non si può evitare
di dar loro visibilità è bene dipingerli
come gente che rema contro, che fa del male all’economia
del sorriso.
Così può capitare che se
scioperano gli autoferrotranvieri o i piloti, la tv
ti scarica addosso le imprecazioni del viaggiatore
tradito, ma ben difficilmente ti informa compiutamente
sulle ragioni di chi lotta.
Così, se scoppia
il caso Parmalat, giù proclami in difesa dei
risparmiatori traditi dai bond (giusto difenderli,
beninteso), ma quasi tutti i predicatori da video sottovalutano
i patimenti delle migliaia di lavoratori (gli unici
a non avere colpe) che rischiano posto e salario.
La
difesa dei posti di lavoro torna di moda solo se, strumentalizzandola,
serve per supportare gli interessi di chi comanda.
E’ il caso dei dipendenti Rete 4.
Oggi vanno
di moda i manager e il lavoro autonomo, in proprio.
Manager con il megastudio e magari specializzati in
evasione fiscale e creazione di società off-shore.
Lavoro
in proprio: anche un semplice artigiano che lavora
in subappalto - senza diritti e potere contrattuale
- per il padrone di ieri. L’importante è poter
dire: sono un imprenditore!
Questo impone la cultura
dominante ormai da tutti accettata. E se proprio dipendente
deve essere, i prototipi sono Emilio Fede e i co.co.co.
Servilismo e precarietà. Usa e getta: come se,
anziché di persone, si trattasse di pezzi di
ricambio. E la pensione? Sempre più tardi, più magra,
più a rischio. Tanto chi può se la fa
da sé! E chi non può? Il quadro è questo,
triste ma reale.
Nell’era della globalizzazione
il posto fisso non ha più senso, ti spiegano
ammiccanti gli “specialisti”.
Possiamo
essere tutti imprenditori, basta volerlo! Mettersi
in proprio sarebbe il sogno nel cassetto dei ragazzi
che hanno partecipato a un “percorso” organizzato
dagli Istituti superiori di Castelnovo e dal Comune.
Da
quel che si è letto sulla stampa pare che
l’orientamento sia stato verso il “crearsi
un lavoro” e “il fare impresa”; chissà se
avranno insegnato loro anche lo Statuto dei diritti
dei lavoratori.
Una volta esisteva il partito dei lavoratori.
I lavoratori esistono ancora e sono più maltrattati
e hanno meno diritti di ieri, il partito invece no.
Resistono
i sindacati, sempre più limitati nella
loro azione e attaccati ogni volta che osano dire “Signornò!”,
ma per quanto? Alcuni storici e politici paragonano
il periodo attuale a quello del 1924.
Questa premessa
a tinte volutamente fosche allo scopo di mettere in
luce i legami, gli intrecci profondi tra problematiche
del lavoro e qualità della democrazia. Si potrebbe
dire che esiste una correlazione tra diritti dei lavoratori
e vita democratica della nazione. Se calano i primi,
sfuma anche la seconda.
Armido Malvolti |
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