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DOLCE AMARCORD DI IVA ZANICCHI
E ritrovai papà
Fu una grande festa, ma... venne “sfrattata” dal
lettone. A scuola con le racchette e le scarpe di Bragazzi. Trionfo
in America Latina.
di Stefano Dallari
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| Iva Zanicchi e il nostro inviato
Stefano Dallari in un momento di relax nella campagna argentina:
il posto giusto per l’intervista che pubblichiamo (Foto
Superstudio). |
Iva Zanicchi è una donna straordinaria. E vi racconto perché.
Ma dovete seguirmi in un viaggio bellissimo.
Andiamo lontano, in
America Latina. Siamo alla fine dello scorso febbraio e tre splendidi
concerti di musica leggera fanno il tutto esaurito in tre capitali:
prima a Montevideo, in Uruguay, poi a Buenos Aires, in Argentina,
e infine a Santiago, in Cile. Ovunque, migliaia di persone gioiose
accolgono lo spettacolo “En Vivo”, voluto dalla Regione
Emilia Romagna per portare in America del Sud un messaggio di fratellanza,
pace e cultura.
La nostra bella musica aiuta il presidente della
Regione Vasco Errani e l’assessore regionale alla cultura
Marco Barbieri, originario di Vezzano, a trasmettere il calore,
il cuore e - diciamolo - il genio della nostra terra emiliana in
questa parte di mondo dove migliaia di emigrati hanno trovato lavoro
e fortuna.
Io accompagno come manager-tuttofare l’amico flautista
Andrea Griminelli, assisto al suo trionfo di artista che nobilita
con virtuosismi classici il mondo della musica leggera e divido
una settimana di viaggi e di palcoscenico con gli artisti. Il “Nomade” Beppe
Carletti è il direttore artistico di questa splendida missione
musicale; con lui, Ivana Spagna, Paolo Belli e la sua Band, Franco
Simone - popolarissimo da queste parti - l’ex voce dei Matia
Bazar Silvia Mezzanotte, gli Stadio, Riccardo Fogli, Umberto Tozzi
e, naturalmente, la “nostra” Iva Zanicchi.
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PIENONE
Iva Zanicchi e Franco
Simone sul palco a Buenos Aires (Foto Superstudio). |
Sì,
sono giorni e note indimenticabili, ma è proprio lei, Iva,
l’Aquila di Ligonchio, a lasciare l’emozione più forte,
il calore più grande. Una donna fortissima, immediata, straordinariamente
piena d’amore per la gente, per tutta la gente: per i sudamericani
che la acclamano durante il concerto, dove affascina tutti con
un repertorio fatto di simpatia e classe. Le chiedo un’intervista
per i lettori di Tuttomontagna che parli della sua terra
natale e lei si illumina e mi commuove, e regala con gioia ricordi
che
profumano di montagna, di povere case di sassi, di inverni gelidi
resi più tiepidi dal sapore della “Polenta di castagne”,
il fortunato libro che ha voluto dedicare alla sua montagna.
“
Sono
nata in tempo di guerra, nel 1940, a Vaglie - racconta Iva - un
paesino a cinque chilometri da Ligonchio, un posto talmente povero
che noi bambini, per andare alle elementari, dovevamo portarci
la legna da casa per scaldare la scuola. Io ero la più piccola
ed ero quella che veniva da più lontano, allora il maestro
mi disse che potevo portare solo la legna leggera, e questo mi
aiutava a camminare meglio, visto che avevo anche la mia cartella
di cartone; ma siccome ero io quella che portava le fascine che
servivano per accendere il fuoco, dovevo essere la prima ad arrivare
in classe. Così, tutte le mattine dovevo partire all’alba
da sola, a volte col buio. Una volta mi persi e finii sotto il
cimitero; per fortuna mio padre Zeffiro se ne accorse e mi recuperò piena
di paura”.
E d’inverno?
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| EN VIVO In alto da sinistra:
Red Ronnie, Gaetano Curreri, Riccardo Fogli, Beppe Carletti,
Andrea Griminelli. In basso da sinistra: Ivana Spagna, Paolo
Belli, Franco Simone e Silvia Mezzanotte (Foto Superstudio). |
“
Era ancora più difficile.
A volte la neve era più alta di me, e allora mio padre mi
costruì un paio di racchette da mettere sotto i piedi per
camminare sulla neve. Camminavo così per delle ore, senza
sprofondare, per andare a scuola. A proposito di scarpe, voglio
raccontare la storia dei miei scarponcini. Sai, in famiglia eravamo
quattro fratelli e le scarpe si consumavano subito e diventavano
strette, allora mia madre non sapeva come fare. Poi accadde una
cosa che la fece felice: a Ligonchio arrivò Bragazzi, un
ciabattino con una piccola bottega capace di costruire le scarpe.
Me la ricordo bene, la sua bottega, e ricordo anche gli scarponcini
che mi fece: erano dei piccoli carri armati indistruttibili, pesantissimi
e grandi per andare bene anche coi calzettoni di lana. Quanta fatica
per camminare: non li dimenticherò mai!”.
E dopo le
elementari?
“
Le medie le feci a Castelnovo Monti. Mia madre
mi aveva messo a pensione da una vecchietta, ma io non volevo stare
lontano dalla mia casa e tutte le volte che vi tornavo piangevo,
e mia madre giù botte, e io piangevo più forte. Fu
una tragedia per tutto l’anno della prima media. Le magistrali
invece le feci a Reggio, dove ero ospite da uno zio. Andò molto
meglio”.
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| Beppe Carletti alla fisarmonica
accompagna Iva (Foto Superstudio). |
Altri ricordi d’infanzia?
“
Sono nata
in tempo di guerra, e allora noi bambini vivevamo questa situazione
anche nei nostri giochi, senza capire bene le cose che facevano
i tedeschi e i partigiani. Ho un ricordo fortissimo di quei tempi:
ricordo il giorno che i tedeschi rastrellarono il paese e ci radunarono
tutti nella piazzetta. In mezzo c’era una mitragliatrice
e ricordo un ufficiale delle SS in divisa che urlava in tedesco.
C’era stata un’imboscata dei partigiani che fortunatamente
non aveva provocato vittime, ma i tedeschi vollero sapere dove
erano nascosti i partigiani, altrimenti avrebbero ammazzato tutti
noi del paese entro dieci minuti. Mia nonna Desolina era una donna
molto coraggiosa, tra l’altro cantava benissimo e parlava
un po’ di inglese. Anche mio nonno, che quindici anni prima
era emigrato in America ed era tornato più povero di prima,
parlava inglese, ma fu lei che ebbe il coraggio di spiegare al
tedesco che era vero che c’erano dei partigiani che venivano
all’improvviso nelle case per prendere latte e pane da mangiare
poi scappavano subito, ma noi non sapevamo dove fossero, non conoscevamo
nessuno, i nostri uomini erano tutti deportati in Germania. Fece
vedere al tedesco le tessere per dimostrare che non c’erano
dei nostri fra i partigiani, e noi non c’entravamo niente.
L’ufficiale tedesco si calmò un po’, ma mia
madre, che era seduta su una trave, con mio fratellino più piccolo
in braccio e noi tre sorelle che le stavamo addosso, tremava talmente
tanto che tutta la trave si muoveva. Un soldato tedesco giovane,
biondo - lo riconoscerei ancora - vide mia madre terrorizzata e
con la mano le fece segno di andare via, dicendole ‘Raus,
raus’. Girando le spalle all’ufficiale tedesco riuscimmo
ad andarcene e ci mettemmo in salvo. Fortunatamente quel giorno
andò bene anche agli altri: nessuno venne ucciso. Ma per
mia madre fu un trauma terribile, tanto che dopo vent’anni
arrivò a Vaglie un gruppo di turisti tedeschi, e quando
questi le chiesero informazioni lei iniziò a urlare: ‘Raus,
raus’ come aveva fatto quel tedesco il giorno del rastrellamento!”.
E tuo padre dov’era? “Lui era stato deportato in Germania,
dove per tre anni lavorò sulle gru soffrendo tremendamente.
Ci ha raccontato delle cose terribili della sua prigionia: fame,
freddo e gente fucilata se cercava di scappare. Poi, quando la
guerra finì, scappò subito a piedi dalla Germania,
attraversando la Polonia, e cercando con ogni mezzo di arrivare
a casa. Quando arrivò aveva i piedi congelati”.
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| La conferenza stampa all’Ambasciata
italiana di Montevideo: Iva è tra Ivana Spagna e Marco
Barbieri, assessore regionale alla cultura (Foto Superstudio). |
Te
lo ricordi il giorno che è arrivato?
“ Sì, benissimo.
Io ero sempre appiccicata alla gonna di mia madre ed eravamo dalla
zia Vera, che aveva il forno a legna, a cuocere il pane. Mia zia
aveva anche le mucche e mi dava sempre un po’ di latte. A
un certo punto, senza capire niente, sentii della gente urlare
e vidi mia madre che cominciava a correre come una matta. Io ebbi
una grande paura, pensavo che mi abbandonasse e le corsi dietro
col cuore in gola. In fondo alla vallata vidi mia madre piangere
e abbracciare come impazzita un uomo coperto di stracci che si
reggeva in piedi a fatica. ‘E’ tuo papà’,
mi disse la mamma, ma io non lo avevo mai visto e non capivo. Poi
andammo a casa e per la prima volta dovetti dormire da sola perché il
letto della mamma era occupato, così piansi tutta la notte.
All’alba quell’uomo mi sentì piangere e mi portò un
pezzo di carta gialla bagnato e imbevuto di zucchero. Io lo succhiai
golosa, con le labbra: avevo ritrovato mio padre”. Grazie
Iva per queste fortissime, commoventi immagini e per non avere
mai dimenticato la tua terra, nonostante il successo.
“
Ma
scherzi?
I giorni più belli sono quelli dell’estate,
quando torno a Ligonchio con mia madre, Elga Raffaelli, che ha
novant’anni, ma sta ancora bene ed è lucida. A Ligonchio
ho una casa e i tre mesi che passiamo lì sono sempre una
festa. Io amo tutta la gente, ma per la mia gente ho un amore tutto
speciale”.
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| EMIGRATI Iva incontra gli ospiti
della casa di riposo per italiani a Buenos Aires. Alle sue
spalle la delegazione della Regione Emilia Romagna guidata
dal presidente Vasco Errani (Foto Superstudio). |
Cosa vorresti per la tua montagna?
“ Quello
che la mia gente merita: possibilità di lavoro e di vivere
in montagna senza essere costretti ad abbandonarla”. Per
questo hai fatto politica? Sì, per aiutare la mia gente”.
E il Parco nazionale, è vero che sei stata candidata alla
presidenza?
“ Nessuno mi ha mai chiesto nulla, ma io sono
a disposizione se posso essere utile. Io sono di Ligonchio, non
dimenticatelo mai”. |