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DUE MESI FA SCOMPARIVA ANGELO FILIPPI
Come una vita
Il rincorso modello americano. Ma prima i grandi
appuntamenti con la storia di Casina: il mulino elettrico, i camion,
i lutti, la guerra e... la prima vasca da bagno. Quando si poteva
giocare il prezzo della legna alle carte.
di Giovanna Caroli
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| PATRIARCA Angelo Filippi e la
moglie Iride Vignali con i 9 figli il giorno del matrimonio
di Fabio. In piedi da sinistra: Fabio, Erio, Pina, Angela,
Iride, Angelo e Franco; chinati, Paolo, Fabrizio, Giampiero
e Tiziano. |
Angelo Filippi è scomparso due mesi fa a Casina a 87 anni,
un’età che rimanda al secolo scorso e ai grandi appuntamenti
della storia - la guerra e la prigionia in America, il dopoguerra
e la ricostruzione, gli anni del boom e della guerra fredda - ma
i tratti della sua personalità hanno conservato nomi giovani:
cordialità e senso dell’amicizia, coraggio e passione,
intraprendenza e impegno, fiducia illimitata nel progresso e, insieme
al culto della famiglia, un mito: l’America.
“
Mi è andata
molto bene, son tornato a casa e sono stato pieno di coraggio:
l’America mi ha insegnato il coraggio, anche di fare dei
debiti.
Con i debiti e la svalutazione, l’aumento di valore
della roba lavora per te e guadagni anche la notte quando dormi”: la voce fissata dal registratore nel 1995 per un’intervista “sull’arrivo
del progresso” a Casina dice ancora oggi la sicurezza e la
determinazione con cui ha attraversato la vita. “Il lavoro
deve rendere.
Quando mia moglie prende su una briciola le dico: ‘Iride,
se fossi in America ti tirerebbero le orecchie: tra chinarti e ‘na
cosa e l’altra dai più danno che utile. Buttala via
con la scopa!’. In Italia era così il lavoro prima
della guerra: la gente lavorava dall’alba al tramonto e non
prendeva niente. Nel ’37-‘38 a Casina c’era una
miseria che per scambiare una banconota dovevi girare tutto il
paese!”.
Aveva la capacità di intuire un affare, ma
anche di leggere il proprio tempo, di valutare le situazioni e
di prendere decisioni impegnative, di cogliere nei fatti del presente
le linee di sviluppo del futuro e di farne un’opportunità di
miglioramento della propria famiglia, della propria impresa, del
paese. Aveva infatti nove figli e una ditta di trasporti e di commercio
di legname e materiali per l’edilizia che continuava in chiave
moderna una tradizione di famiglia: “Mio nonno materno
faceva il carrettiere; durante un viaggio in Toscana per procurare
il
sale e i tabacchi fu ucciso presso il bivio di Busana, tagliato
in due a colpi di scure per portargli via i soldi. Mia mamma aveva
un negozio di stoffe e fino a tre anni mi metteva a dormire sugli
scaffali, tra le pezze...
A otto anni andavo a scuola fino a mezzogiorno
poi portavo da mangiare a mio papà e a mio fratello Vito
al mulino di Cortogno - sette chilometri per andare e sette per
tornare, ci mettevo un’ora - finché passò a
quello della Strada (come mezzadro: 50% della molenda al padrone,
50 % a mio papà) e poi a Casina. Nel 1924, ricordo di essere
stato due ore seduto davanti al mulino di Serri, in centro, ad
aspettare la luce che doveva arrivare... Eravamo tutti là: ‘Deve
arrivare!’. L’aspettavamo come fosse una persona! Era
un mulino che funzionava a olio pesante - faceva un fumo che invadeva
tutto il paese! - e venne trasformato in elettrico: fu il primo
collegamento”.
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| L’AMERICA Angelo Filippi
con il cugino “americano” Mario. |
Nello stesso anno, il fratello Alcide
acquistò il
primo camion con Gustavo Gregori; quello di Angelo arrivò dopo
il militare. “Del ‘39 presi il camion - un 634
usato - con il povero Erio e con Elemanio; lo prendemmo in marzo,
il
28 giugno mio fratello Erio finì in un burrone per schivare
un ragazzo in bicicletta, Uber Venturi: niente da fare, morirono
tutti e due. Avevo lavorato tutta la notte con la ghiaia a Barazzone,
alle 6 gli consegnai il camion, alle 9 si ammazzò! Io e
Paolo Gentili andammo a recuperare il camion: lo smontammo in fondo
al burrone e lo portammo su, quindi a Reggio; rimase in officina
trenta giorni poi ripresi a lavorare: 25 giorni poi mi arrivò la
cartolina rosa. Avevo 35mila lire di debiti: li pagò mio
fratello Elemanio, naturalmente notandoli tutti. Il camion fu requisito
per un certo periodo per esigenze militari, poi restituito nel ‘41;
nel ‘44 lo presero i tedeschi e non lo trovammo più”.
Una
famiglia di camionisti, quella dei fratelli Filippi - Erio, Alcide,
Vito, Elemanio e Angelo, cui si aggiunse per un certo periodo
il cognato Federico Vignali - e dei loro figli e nipoti, che ha
pagato al mestiere praticato dal 1924 ai giorni nostri un prezzo
altissimo: oltre a diversi feriti, anche gravi, la morte in incidenti
di Erio, dei primogeniti di Vito (Enzo, ancora bambino, si era
aggrappato, non visto, al cassone del camion guidato dal padre
restando schiacciato nella strettoia che ancora oggi s’affaccia
sulla piazza di Casina; il padre non volle guidare più)
e di Federico (Piero, di 18 anni, schiacciato a Monteorsaro dal
timone del rimorchio che stava staccando dalla motrice per meglio
fare manovra, come si usava allora), del genero di Erio, Elio Nasi,
in un incidente sull’autostrada; particolarmente toccante
per tutto il paese, per la giovanissima età di entrambi
i protagonisti, la morte di Marcello Costa, un bambino che sedeva
accanto al guidatore, il figlio di Angelo, Fabrizio, quasi come
un compagno di gioco, durante un trasporto di terra in discarica
e che rimase schiacciato all’interno della cabina mentre
il camion precipitava nel burrone. Ricordo il capo chino e la pena
di Angelo nel rammentarlo e il tentativo di riportarlo lontano,
al tempo della guerra, quando, richiamato all’autocentro
di Verona, venne inviato sul fronte africano, fatto prigioniero
degli Alleati e condotto in America. In California rimane conquistato
dalla libertà, dal benessere, dalla modernità e dall’efficienza,
come è ben raccontato in Casina in guerra, edito
da Age nel 1993, in un’intervista raccolta dal prof. Giorgio
Gregori. Un modello, la società americana, che lo accompagnerà sempre
e che al ritorno cercherà di fare proprio: “Del ‘46
misi la vasca da bagno in casa - in paese l’aveva solo il
dott. Casotti - un vascone di cemento di cinque quintali come si
usava allora - e il frigorifero, comprato usato per 220mila lire.
Installai il telefono: avevo il numero 7, in paese c’era
quello dei carabinieri, quello del posto pubblico, il solito dott.
Casotti e poco più. Poi fu la volta della lavatrice e del
televisore”.
Intanto dà vita alla sua prima ditta
individuale: il costo del camion nuovo, 6 milioni di lire, lo trova
infatti solo a tentare l’impresa: i 2 milioni dell’acconto
racimolati a forza di prestiti di compaesani da 100-200mila lire
l’uno, quindi il saldo a rate. Ma dopo il primo camion, arrivano
presto il secondo, il terzo. Mano a mano crescono i figli e vengono
impiegati in azienda, chi stabilmente, chi solo per le vacanze
estive. Il figlio Giampiero, oggi ingegnere, ricorda quelle estati
di studente liceale e universitario “tutte sul camion”: “Il
viaggio classico era Casina-Gatta-Villa Minozzo: carichi di ghiaia
all’andata e di legna al ritorno”. “Tutti in
montagna facevano legna e poi la vendevano - ci conferma Eleonora
Giacopelli di Calizzo -. Ricordo Angelo Filippi come una brava
persona e molto socievole. Calavamo la legna con una teleferica
dalla Nuda alla Governara, dove Filippi veniva a caricarla”.
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| L’ULTIMO COMPLEANNO Angelo,
nel settembre scorso, festeggiato dalla moglie e dalla nipotina
Federica. |
“Qualche
volta mio papà giocava il prezzo a briscola”, sorride
Paolo Togninelli, figlio del cav. Gino. “Una volta - conferma
l’ing. Giampiero - con il cav. Togninelli c’era in
ballo una grossa quantità - 4-6mila quintali - ma tratta
tratta c’era una differenza di 10 lire su cui non c’era
verso di mettersi d’accordo. ‘Giochiamoci il prezzo
a carte’, propose mio padre. E così fu fatto. Attorno
al tavolo c’era mezzo paese a vedere come andava a finire.
C’era una mentalità diversa, facevi delle lavorate
da bestia ma chiudevi con una festa. Molto ambite le pastasciutte
e i tortelli della Rosa, a Casa Balocchi, come la colazione abbondante
e il cioccolato a Pontechiasso, dove andavamo a scaricare”.
“
A
volte la legna veniva stimata sul posto, perché non era
facile andare e venire da Villa Minozzo per la pesa - ricorda Battista
Caroli, che lavorò con Angelo agli inizi degli anni Sessanta
-. Una volta un proprietario era molto incerto. ‘Non preoccupatevi,
se è di più ve la pago quel che pesa’, promise
Angelo, e così fece”.
Al declino naturale del
commercio della legna corrispose l’espansione del commercio
dei materiali per l’edilizia e dei trasporti. Intuendo che
la nuova strada aperta negli anni Sessanta tra statale e cimitero
sarebbe diventata
il cuore del paese, si assicurò, comprandolo, il lotto principale
del terreno circostante e vi innalzò un condominio di nove
appartamenti, uno per ogni figlio. Oggi i figli Fabrizio, Angela,
Franco e Paolo, con le loro famiglie e alcuni dipendenti, continuano
l’attività con tre ditte diverse: la Filippi Angelo,
la Faef-trasporti e gru, la Semma, ma l’autoricambi di Erio,
gli affermatissimi studi tecnici di Giampiero, Tiziano e Fabio,
persino l’impegno politico di quest’ultimo, possono
essere considerati in qualche modo una continuazione e un’espansione
di quell’ideale di progresso nel lavoro e di partecipazione
alla vita del paese che Angelo Filippi perseguì sempre con
grande socialità, dal camion dei vent’anni trasformato
in bus per gli amici per il ballo nel veglione all’ultimo
bicchiere pagato in Cantoniera non più di tre mesi fa. g.caroli@tuttomontagna.it |
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L’IMPEGNO DI FILIPPI
IN POLITICA
Sindaco... ad honorem
 Ad
accomunare generazioni di Filippi non c’è solo
la passione per i camion ma anche quella per la politica. Come
ci documenta la preziosa ricerca del
prof. Paolo Gregori, pubblicata in Casina lo scorrere di un
secolo e completata da un dattiloscritto consultabile presso
la biblioteca comunale di Casina, Elemanio Filippi, secondo
per numero di preferenze nella lista Pci-Psiup, è il
primo sindaco eletto nel dopoguerra. Le successive amministrative
del 1951 registrano la presenza di tre fratelli: Elemanio è capolista
del Pri, ma la lista non viene ammessa perché presentata
fuori termine; Alcide concorre con la lista Dc-Pri-Pli senza
essere eletto, mentre Angelo è secondo per numero di
preferenze nella lista Pci-Psi per la quale cominciamo a trovare
la denominazione Castello, che accompagnerà le votazioni
amministrative di Casina fino alla nascita “del Pino”,
nel 1988. Dapprima assessore, nel novembre del ‘53, con
la nomina a sindaco di Pietro Rabotti, assume l’incarico
di vice sindaco. Nel 1964, quando con la nascita del centro-sinistra
a livello nazionale e con il passaggio di Casina al sistema
proporzionale i partiti concorrono separatamente, Angelo si
presenta come capolista del Psi, mentre nella lista Pci-Psiup
troviamo il figlio di Elemanio, Dino. Saranno eletti entrambi
con un buon successo personale. Angelo lascia l’alleanza
con Pietro Rabotti, di cui era stato il vice per undici anni
e si schiera con la Dc e il Psdi: 10 voti in consiglio per
gli esponenti della sinistra, 10 per il centro-sinistra (Dc
8, Psi 1, Psdi 1: il rag. Aldo Gregori, ex direttore dell’Inps,
figura di prestigio nel paese). L’elezione del sindaco
viene ripetuta più volte senza che nessun candidato
raggiunga le 11 preferenze, finché in seconda convocazione,
la parità di 10 voti ciascuno tra Aldo Gregori e Pietro
Rabotti fa scattare l’elezione del primo in quanto più anziano.
Una certa polemica accompagnò l’elezione della
giunta, in quanto Angelo Filippi venne eletto vice sindaco
al primo scrutinio con 11 voti, mentre per gli altri componenti,
dato il ripetersi della parità di 10 voti, fu necessario
ricorrere a una successiva votazione e al criterio dell’anzianità.
Il merito o la colpa per l’11° voto di Angelo venne
attribuita dai due schieramenti al nipote Dino, all’epoca
camionista con lo zio. I protagonisti di questa pagina di storia
amministrativa sono tutti scomparsi; per saperne qualcosa in
più ci rivolgiamo a mons. Nando Barozzi, all’epoca
attivissimo nella vita politica del paese e forse non estraneo
all’ingresso di Angelo nel centro-sinistra: “Oggi
si parlerebbe di conflitto d’interessi: tra gli esponenti
del Pci e in giunta si vedeva un conflitto d’interessi
tra il suo ruolo di amministratore e la sua attività di
imprenditore - spiega lapidario -. Erano anni di crescita per
il paese, lui era attivo, aveva nove figli e aveva bisogno
di lavorare molto”. Nei mesi successivi, l’impossibilità di
approvare il bilancio per il solito risultato di 10 a 10 prima,
la mancanza del numero legale, quindi le dimissioni di tutti
i consiglieri di opposizione e la mancanza della prova di saper
leggere e scrivere in chi dovrebbe subentrare rendono necessarie
nuove elezioni. Angelo non si presenta più con la lista
del Psi, ma con l’alleanza “Municipio” (Dc-Psdi)
ottenendo un successo personale che lo colloca alla testa degli
eletti, seguito dal rag. Gregori che viene confermato sindaco.
Il nipote Dino invece non viene eletto; lo sarà nel ’71,
quando lo zio Angelo non si presenta più. Nel ’76 è il
figlio Tiziano, geometra, a concorrere con la “Municipio”,
risultando per quattro voti il secondo degli eletti e assumendo
l’incarico di assessore supplente. Le elezioni dell’‘88
accolgono la terza generazione di Filippi: Roberta, nipote
di Erio, nella lista “Municipio”, e Massimo, figlio
di Dino, nelle file “del Pino” (Pci-Pri e indipendenti)
che avrà la maggioranza e per un breve periodo lo vedrà assessore
supplente. Nel ’96 è il figlio di Alcide, William,
a divenire sindaco con la lista “Per Casina” (Pds-Ppi-Prc-Indipendenti).
Oggi infine abbiamo Roberta Filippi assessore ai servizi sociali
e il penultimo figlio di Angelo, l’ing. Fabio, consigliere
regionale per Forza Italia.
g.c. |
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