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DA VEZZANO A RAMISETO/UNA STORIA DI GRANDI SACRIFICI
L’epopea dell’Andrella
Al lavoro per l’interprovinciale della
Val d’Enza. I racconti di Nicoli, Nutini, Incerti, Sandrini,
Valcavi e Iolanda Spaggiari. Turni di quindici giorni per un cantiere
durato due decenni.
di Antonio Bergianti
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BADILE E CARRIOLA Si costruiscono
le arcate del ponte sull’Andrella. |
Andrella e Cooperativa muratori di Vezzano:
un binomio che sa d’antico, che rievoca momenti epici di
storie vissute che, ascoltate ora dalla voce dei protagonisti,
hanno dell’incredibile. Eppure rispecchiano fedelmente un’epoca
che fatichiamo ad immaginare.
Siamo nell’immediato dopoguerra.
La costruzione della strada interprovinciale della Val d’Enza,
che mette in comunicazione le province di Reggio e Parma attraverso
il passo del Lagastrello, decretata con legge del 1883 (sic!),
riprende là dove era stata interrotta nel 1940 a causa della
guerra. La Cooperativa muratori di Vezzano è scelta per
le particolari capacità nell’utilizzo della pietra,
prima per la costruzione del ponte sul torrente Andrella e poi
per quello sul rio Fornolo, nel Ramisetano. Parte da qui, nel 1947,
la storia che vede per sei anni muratori, operai, manovali, birocciai
e cuochi vezzanesi alternarsi nella Valle dei Cavalieri in un’impresa
a dir poco “titanica”, visti i mezzi a disposizione.
| Si preparano i
muri di sostegno. |
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Tutto
il lavoro veniva fatto a mano, sia per la mancanza di mezzi meccanici,
sia perché le poche macchine che potevano essere
utilizzate venivano rifiutate dagli operai perché avrebbero
portato via loro manodopera in tempi in cui c’era fame di
lavoro. Picconi, scalpelli, martelli, barramine a mano, badili
e carriole gli strumenti di lavoro che resero l’impresa particolarmente
lenta e faticosa.
“
La Cooperativa di Vezzano era altamente
qualificata nell’esecuzione di murature in pietrame”,
scrive nelle sue cronache il geometra Giacomo Nicoli, che era assistente
in sito, per conto della Provincia, del cantiere, e che diventò l’amico
di tutti, pronto sempre a mescolarsi con gli operai per dare un
tono al lavoro. “Il geometra dov’è?”,
chiesero una volta i superiori giunti nel cantiere per un sopralluogo.
In braghette e maglietta, il geometra era al lavoro con gli operai,
alla carriola. La vita all’Andrella era particolarmente dura:
niente svaghi, la famiglia lontana, il lavoro estenuante.
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| Intorno al geom.
Nicoli (1) una squadra impegnata a quindicine nella costruzione
del ponte sul rio Fornolo. Al centro (2) il caposquadra Bruno
Benassi. |
Il manovale
“Lavoravamo
dieci-dodici ore al giorno e anche la domenica mattina”,
dice Alò Nutini (foto), il più giovane
della squadra, che sostituiva il padre Afro per qualche quindicina
di giorni. “Facevo
il manovale: preparavo la calce, allungavo e trasportavo sassi
e anziché misurare ad occhio la miscela, come si faceva
di solito in altri cantieri, ero costretto dall’occhio vigile
del capocantiere a misurarla ogni volta con un contenitore in legno
di un metro per un metro (cassa metrica, ndr), impiegando naturalmente
più tempo. Dormivamo in baracca o da Casalini, l’unica
abitazione della zona insieme alla cantoniera”.
Il birocciaio
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All’Andrella c’erano anche i birocciai
vezzanesi, fra cui Aronne Incerti (foto), figlio
d’arte di
una famiglia che faceva quel mestiere da generazioni (il figlio
Paolo ha continuato
diventando camionista). “Il turno di lavoro - spiega - durava
quindici giorni. Il lunedì mattina caricavo cavallo e biroccio
su un camion che saliva vuoto nel Ramisetano a prendere la legna.
Il mio lavoro consisteva nel risalire l’Andrella e trasportare
sassi dalle cave sopra Lugolo o dal torrente. Servivano per le
pietre a faccia vista, per il pietrame da chiudere i buchi, da
macinare per la miscela e la gettata. Quella dell’Andrella
era una vita troppo dura per un giovane di vent’anni. C’era
da annoiarsi a morte, non c’era compagnia. Mancavano le ragazze.
Feci solo due quindicine. A fine quindicina mio padre arrivava
all’Andrella in corriera (la Sarsa, ndr), sulla quale caricava
la bicicletta, e poi tornavamo a casa, lui a piedi in una giornata
di strada con biroccio e cavallo e io in due-tre ore in bicicletta”.
Cuoche
e... cuochi
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All’Andrella c’era lavoro, come
cuoche, anche per le mogli dei muratori. Enrichetta Spaggiari (Iolanda),
moglie di Bruno Benassi, capocantiere, ricorda quei mesi passati
alla fornasella, dove si portava appresso il figlio Giancarlo,
di 6-7 anni. “Al mattino - ricorda Iolanda (foto) - preparavo
il caffè d’orzo, mentre a pranzo e a cena cuocevo
minestra e patate per tutti, e a seguire pane e mortadella. I rifornimenti
venivano da Castelnovo Monti. La carne era prevista una volta la
settimana”. Menù semplice, come si vede, e soprattutto
poco vario. Ma questo era quello che passava il convento. “
Cuocevo
la minestra - aggiunge - in un paiolo all’aperto sotto una
tettoia, in una fornasella. Durante il giorno andavo a
raccogliere legna per il fuoco”. Iolanda ricorda anche i
canti che la sera prima di dormire riempivano la vallata e i pomeriggi
festivi
in cui gli uomini andavano a pescare a mano nell’Enza. Cuoco
per caso fu invece Primo San-drini, salito a diciott’anni
da Vezzano all’An-drealla come manovale, chiamato dal presidente
della cooperativa Giacomo Sanauro. Dopo una settimana fu promosso
sul campo cuoco ufficiale, in sostituzione della cuoca locale,
che doveva essere accompagnata a casa a piedi ogni sera, e che
abitava a tre-quattro chilometri di distanza.
Si perdeva troppo
tempo. Sandrini mantenne l’incarico per tre mesi, fino a
quando trovò un posto di muratore in città. “Sminuzzavo
il sale grosso sui sassi con la mazzetta - ricorda -. Una volta
un pastore ci diede una pecora che si era rotta una gamba. La cucinai
in giornata prima che si deteriorasse”.
Il segretario
A Vezzano,
in ufficio, Felice Valcavi (foto), segretario per sedici anni della
cooperativa, organizzava i turni di lavoro in cantiere: “All’Andrella
- dice - nei vari turni furono impiegati a vario titolo un centinaio
di vezza-nesi tra manovali, muratori, cuoche, oltre ad operai locali
e ai piciarin per i sassi a faccia vista, tutti locali o provenienti
dalla Toscana. Molti facevano solo quindici giorni, necessari per
mantenere vivi i diritti alla pensione e alla mutua. Si lavorava
da marzo a novembre, con sosta forzata nei mesi invernali”
| Il
ponte sull’Andrella finito. |
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Cronistoria
dell’ultimo tratto della strada
provinciale di Val d’Enza Sparavalle-Passo del Lagastrello
1883: decretata con legge.
1940: interrotta
al torrente Andrella per motivi bellici
1947-‘48: ponte
sul torrente Andrella-Pieve S. Vincenzo
1952: ponte su rio
Fornolo
1955: ponte sul torrente
Liocca-Succiso
1958: ponte su rio Scuro
1965: ponte su rio
Goredo a circa un km dal Lagastrello
1965: ponte su rio Scandellaro
1968: finalmente
al cippo di confine fra Emilia e Toscana posto da Maria Luigia
d’Austria. |
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VENTUN ANNI IN PRIMA LINEA
“Cacciavo i sindaci
dai cantieri”
Il geometra Giacomo Nicoli nella storia della
Valle dei Cavalieri e della montagna. Una missione più che
un lavoro. La sua “cronaca”.
Ventun anni trascorsi in prima linea nell’alta Valle
dei Cavalieri, dall’Andrella al Passo del Lagastrello
a tracciare strade, a costruire ponti, a intrecciare amicizie
durate nel tempo.  Questo è Giacomo Nicoli, ex dipendente
della Provincia di Reggio, che come geometra ha seguito passo
passo, dal 1947 al 1968, l’inerpicarsi della strada provinciale
che mette in comunicazione la provincia di Reggio con la Toscana
e la provincia di Parma. Giovanile, nonostante
le 81 primavere, pronto alla battuta, ha lo spirito di allora:
battagliero,
deciso, con principi saldi e chiari. Di quell’esperienza
ricorda con particolare nostalgia il “maestro”,
l’ingegnere capo Metello Sicher, trentino della Val di
Non, che “esercitò una preziosa direzione, a volte
molto dura, ma sempre di altissimo livello tecnico”. “Ricordati
che ti ho messo a piombo, io”, si sentiva ripetere dall’ingegnere,
il cui motto d’ordine era “signorsì”.
Giacomo Nicoli si era diplomato geometra nel 1942, in piena
seconda guerra mondiale. Prima di intraprendere la professione,
il servizio militare in artiglieria. L’8 settembre 1943 è a
Grosseto; salva fortuno-samente la pelle e a liberazione avvenuta è in
val d’Enza con l’impresa geom. Giuseppe Olmi ad
aggiustare ponti, rovinati dai fatti bellici. Nel 1947 è assunto
in Provincia grazie all’appoggio dell’ingegner
Ferrari e spedito all’Andrella, là dove “finiva
il mondo, una specie di confino, dove nessuno voleva andare”.
Più in
su Pieve S. Vincenzo, Cecciola, Succiso, Miscoso, Fornolo e
Storlo aspettavano una strada. Lì rimase per
vent’anni, impegnato nell’esecuzione dei lavori,
nello studio dei rilievi per la redazione dei progetti futuri,
nonché contabili, della costruenda strada. “Lavori
a tempo pieno, quasi una missione”, dice. Nel 1968 lasciò la
montagna e, dopo un periodo di “parcheggio” come
caposervizio delle concessioni, diventò caposezione
del servizio manutenzione della rete stradale della provincia,
dal Po al Cerreto; incarico che si era guadagnato con la professionalità dimostrata
e l’attaccamento al lavoro. Alle sue dipendenze 7 geometri
e 104 cantonieri.  Anni
di lavoro intenso e gratificante, ma che diede luogo anche
a scontri con preti, amministratori,
sindaci che volevano intromettersi nel suo lavoro e che “dovetti
cacciare dai cantieri”. “Non è mio sistema
chiedere scusa - spiega - ma in un’occasione cedetti: ‘E’ ora
che ci diamo la mano’, dissi a un sindaco che da tempo
mi teneva il muso per uno scontro avuto”. Nel 1977, usufruendo
di una legge speciale (ex combattenti), la pensione, “anche
se resto convinto che la pensione la si debba conquistare lavorando”.
Continuò qualche anno con lavori di consulenza in Provincia, “ma
mi toccava sbrigare solo le rogne, perciò diedi l’addio
definitivo al lavoro e diventai ‘turista’ con amici
e parenti”. “Ora vivo con i miei ricordi”,
dice scorrendo il periodo d’oro della sua vita, i vent’anni
trascorsi, da pioniere, nella Valle dei Cavalieri a progettare,
a tracciare strade, a costruire ponti con lo spirito del missionario.
C’è in lui qualche amarezza per il mancato consolidamento
delle opere fatte e la insufficiente manutenzione, dovuti spesso
a mancanza di finanziamenti o a finanziamenti troppo esigui.
Non ce la fa a dimenticare. Il suo racconto è un fiume
in piena. Lo affida a una cronaca che sta scrivendo. E’ già a
pagina 270. |
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