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MONTANARI NELLE MINIERE DEL BELGIO
Al lavoro nelle viscere della terra
Storie di fatica, morte e sofferenza, ma anche
di grande dignità e fierezza. Battista Croci, Pietro Manni,
Maria Fontanini e il marito, Silvana e Luciano, Virginio Merciadri
e tanti altri. Racconti di vite e di famiglie.
di Remo Secchi
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Minatori sull’ascensore
pronti a iniziare il turno di lavoro in una miniera belga. |
In Europa, nell’immediato dopoguerra,
Stati come Francia, Belgio, Svizzera e Gran Bretagna disponevano
di notevoli risorse, ma erano carenti di manodopera; altri, tra
i quali l’Italia, avevano invece un’altissima percentuale
di disoccupati e un urgente bisogno di carbone per le proprie industrie.
Questa situazione portò il nostro governo a stipulare una
serie di accordi bilaterali con diversi Paesi europei, come il
Protocollo d’intesa che Italia e Belgio firmarono il 23 giugno
1946. Questo accordo prevedeva l’invio di 50mila lavoratori
italiani di “età ancora giovane” (sotto i 35
anni) nelle miniere di carbone del Belgio. In cambio, l’Italia
avrebbe potuto acquistare mensilmente un minimo di 2.500 tonnellate
di carbone ogni mille operai che, sempre secondo questo accordo,
il nostro Paese si impegnava a mandare in Belgio ogni settimana.
A questo accordo ne seguirono altri quattro, che portarono in Belgio
in una decina d’anni più di 140mila lavoratori. Uomini
attirati da un contratto che garantiva un lavoro, ma anche influenzati
da una propaganda politica che vedeva nell’emigrazione una
buona soluzione per combattere povertà e tensioni sociali,
e trasformare una parte dei due milioni di disoccupati italiani
in fonte di guadagno per la nazione.
| Battista Croci
(terzo da sinistra in piedi) e Virginio Merciadri (secondo
da destra seduto) con un gruppo di emigrati in Belgio. |
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Nessuno però si preoccupò di avvisare i nostri connazionali
delle condizioni in cui si svolgeva quel pericoloso e malsano “lavoro
sotterraneo nelle miniere del Belgio”, com’era semplicemente
definito nei manifesti affissi in tutti i comuni d’Italia,
che magnificavano invece trattamento economico, ferie e assegni
familiari. Il contratto aveva la durata di cinque anni, veniva
firmato prima della partenza e aveva validità soltanto dopo
la visita medica eseguita ogni lunedì a Milano, da dove
si partiva, a volte la sera stessa, con un treno speciale che arrivava
in territorio belga il giorno dopo. All’arrivo in Belgio,
gli uomini venivano sistemati nelle “cantine”, locali
dove pagando una retta mensile venivano forniti vitto e alloggio
in grandi camerate con altri minatori. Da notare che nei primi
tempi furono adibite a questo servizio le baracche che durante
l’occupazione tedesca ospitavano i prigionieri russi. In
seguito, trovato un alloggio migliore, chi aveva famiglia si faceva
raggiungere da moglie e figli, e capitava spesso che altri minatori
fossero ospitati nella stessa casa per dividere così le
spese.
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Battista Croci oggi (foto Clorinda
Rondini). |
Furono molti gli emigrati dalla nostra montagna che si trasferirono
in Belgio, e tra loro si venne a creare un forte vincolo di amicizia,
favorito sicuramente dalla situazione ma rafforzato anche dal profondo
senso di appartenenza a una comunità che condivideva storia,
tradizioni e dialetto. Così, quando nel 1952 Battista Croci
arrivò per la prima volta in Belgio, fu felice di trovare
ad aspettarlo, alla stazione di Mons, Pietro Manni di Fontanaluccia.
Fu un po’ meno felice quando Pédrîn (così era
chiamato Pietro) gli buttò via il fiasco vuoto che lui aveva
gelosamente conservato per tutto il viaggio. Era un fiasco ricoperto
di paglia come a Gazzano non ne aveva mai visti, e a Battista sembrava
uno spreco gettarlo. Il gesto di Pédrîn gli fece capire
che in Belgio non c’era la miseria che avevamo in Italia.
In effetti si guadagnava bene, ma la prima volta che scese sotto
terra capì che quei soldi non erano certo regalati. Mentre
l’ascensore - se così si può chiamare quella
specie di montacarichi - scendeva velocemente nelle viscere della
terra, si sentiva soffocare, e una volta arrivato alla fine del
pozzo il caldo opprimente, la scarsa visibilità e la polvere
nera che ti entrava dappertutto gli fecero apparire quel luogo
allucinante. Dalla galleria centrale molto ampia, posta a una profondità di
mille metri, partivano lateralmente, a una certa distanza una dall’altra,
gallerie parallele tra loro, che scendevano progressivamente a
1.040 e 1.100 metri di profondità.
| 1957: Virginio
Merciadri mostra il lavoro in taglia. |
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Ogni galleria posta a
1.040 metri era collegata a una che si trovava invece a 1.100 metri
di profondità da uno stretto cunicolo, una fessura alta
poco più di un metro chiamata taglia, che scendeva diagonalmente
seguendo la vena carbonifera. Era in taglia che, di fatto, si estraeva
il carbone, frantumandolo con il martello pneumatico, e passandoselo
poi dietro la schiena, dove c’era una specie di scivolo di
lamiera che faceva scendere il minerale fino alla galleria posta
a 1.100 metri. Si lavorava stando praticamente sdraiati a terra,
avanzando con lo scavo di 120 centimetri al giorno. Alla Marcasse,
la miniera dove lavorò Battista, erano 80 gli uomini impegnati
in taglia, e mentre durante il turno del mattino si scavava, in
quello pomeridiano si provvedeva a puntellare con apposite armature
la parete superiore dello scavo. Di notte poi si recuperavano i
puntelli che con l’avanzare della taglia si venivano a trovare
troppo lontani dallo scavo. In pratica, si avanzava con la taglia
estraendo il carbone e facendo poi crollare alle proprie spalle
il terreno. Di pari passo, una squadra di cinque persone, utilizzando
piccole cariche esplosive, avanzava con lo scavo nelle gallerie
poste a 1.040 e 1.100 metri di profondità, perché dalla
prima si rifornivano di materiale i minatori che lavoravano in
taglia e dall’altra si raccoglieva il carbone che scendeva
dallo scivolo.
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Virginio (terzo da sinistra)
a Milano per le visite mediche. |
Alla Marcasse, come in tutte le altre miniere, le misure di sicurezza
erano completamente insufficienti, e Battista fu testimone di un
drammatico incidente che avvenne nella galleria dove lavorava.
Era un giorno di gennaio del ’53 e Battista, al cambio turno,
avvisò l’altro caposquadra della presenza di grisou
(il pericoloso miscuglio di gas e aria che si sviluppa nelle miniere),
ma il suo avvertimento non fu ascoltato: vennero fatte esplodere
le cariche e fu il dramma. Croci, che con il collega veneto Zanon
guidò le squadre di soccorso sul luogo della tragedia, ricorda
ancora con grande emozione quei drammatici momenti. L’incendio
propagatosi dopo l’esplosione si era incanalato velocemente
giù per la taglia e i minatori, nel disperato tentativo
di sfuggire alle fiamme, si erano buttati nello scivolo del carbone.
Ma la concitazione e le ridotte dimensioni dell’apertura
in fondo alla taglia provocarono proprio in quel punto il maggior
numero di vittime. I morti in miniera furono venti, e Battista
non ricorda quanti ne morirono poi all’ospedale. La Marcasse
venne chiusa, ma la miniera avrebbe chiesto ancora molte vite:
dal ’46 al ’63, nelle miniere del Belgio morirono 867
italiani.
| E’ Natale
anche per i minatori. Ecco Silvana Verdi con la sua famiglia
e (sotto) davanti alla tipica casa belga con la figlioletta... |
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Battista tornò in Italia dopo un anno e mezzo, quindi alternò lunghi
periodi di lavoro in Belgio alle ferie trascorse a Gazzano. Questo
fino al ’57, quando rientrò definitivamente in Italia
e si trasferì a Viareggio. Il 1° novembre 1955, rientrando
in Belgio, Battista accompagnò Maria Fontanini, che con
il figlioletto Ennio andava a raggiungere il marito Learco, partito
con due paesani nell’agosto dello stesso anno. Mariolina
(come tutti la chiamavano) aveva con sé un sacco con l’imbutîda
di lana, una valigia con poche cose e il cappotto, che tenne indosso
per non sciuparlo. In Belgio andò ad abitare a Wasmes, in
una casetta al n. 100 di Rue Wilson, dove trovò ad aspettarla
il marito con altri sei “ospiti”, da accudire in cambio
del pagamento delle spese comuni per sé e per il figlio.
C’era molto da fare, ma erano tutti paesani e conoscenti,
e questo, insieme al fatto di aver riunito la famiglia, le attenuò la
nostalgia per l’Italia. Ogni domenica, nella casa di Rue
Wilson si ritrovavano tanti montanari, e anche di sera si ricreava
spesso l’atmosfera vissuta a Gazzano quando si andava a véddïe
(a veglia) a casa di amici. Mariolina racconta che l’alimentazione
dei minatori durante il turno di lavoro consisteva in “tartine” spalmate
di burro e ricoperte di zucchero e caffè che preparava in
una grossa pentola utilizzando i fondi del caffè fatto durante
la giornata. Quando l’acqua bolliva aggiungeva un po’ di
caffè macinato all’istante, e quando la polvere si
depositava riempiva con quella brodaglia le borracce da due litri.
Quando nel ’60 rientrò in Italia con il marito e i
figli, che intanto erano diventati tre, Mariolina provò un
grosso dispiacere. Ormai conosceva le abitudini locali e aveva
instaurato ottimi rapporti con i vicini, che furono sempre molto
cordiali con lei. Così come lo furono con Silvana Verdi,
che arrivò invece in Belgio nel settembre del ’57.
Il marito Luciano, sposato il mese prima, lavorava già in
Belgio da due anni (era arrivato con Learco). Silvana, che aveva
fatto il viaggio in macchina con Pédrîn (quello del
fiasco), aveva portato con sé una sola valigia e un impermeabile
verde che qualche tempo prima aveva avuto da un parente dall’America.
La sera del suo arrivo il marito lavorava di notte e Silvana si
ritrovò da sola, in una casa sconosciuta, terrorizzata da
un imprecisato numero di mucche e di enormi cavalli da tiro che
si aggiravano liberi nei campi tutt’intorno. Come se non
bastasse, pioveva a dirotto, e nella cantina della casa c’era
una cisterna che raccoglieva l’acqua piovana facendo un rumore
inquietante. Inutile dire che non riuscì a chiudere occhio
in tutta la notte. Passati questi primi momenti, Silvana si trovò comunque
presto a suo agio in questa realtà tanto diversa. Dove le
montagne più alte erano i terril, quei cumuli di detriti
ammassati all’uscita delle miniere, e il tempo era costantemente
brutto, ma la gente si dimostrava gentile e premurosa. Questa grande
cordialità del popolo belga, Silvana la trovò anche
ad Anversa, dove si trasferì col marito anni dopo, e a Farciennes,
nei pressi di Charleroi, dove ha vissuto più di vent’anni
prima di rientrare in Italia. Agli inizi, Silvana ospitò per
un po’ di tempo Virginio Merciadri, l’ultimo montanaro
della nostra zona a firmare il contratto per emigrare in Belgio.
Per la verità fu sua madre a firmare, in quanto Virginio,
allora 19enne, non aveva ancora la maggiore età. Merciadri
ricorda ancora con piacere la settimana trascorsa a Milano per
le visite mediche, e le risate fatte con i compagni di viaggio
durante le passeggiate in piazza del Duomo con gli scarponi chiodati
ai piedi. Arrivò in Belgio il 23 gennaio ’56 e rimase
colpito dagli occhi degli amici che vennero ad accoglierlo alla
stazione, perché sembravano truccati. Gli dissero che presto
sarebbero stati così anche i suoi. Capì più tardi
perché: la polvere di carbone si incrostava intorno agli
occhi ed era difficile da togliere anche usando la margarina, come
poi gli insegnarono. La prima volta che scese in miniera ebbe molta
paura, e ricorda soltanto che non ci vedeva e andava a sbattere
con la testa dappertutto. Ci volle un po’ di tempo per abituarsi
a muoversi in quel buio e in quella polvere dove anche un amico
lo potevi riconoscere solo dalla voce.
| Virginio Merciadri oggi (foto
Clorinda Rondini). |
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Virginio, che vive ancora in Belgio, non parla volentieri della
sua vita in miniera. Dei minatori di cui abbiamo parlato, lui e
Battista sono i soli rimasti in vita. Preferisce parlare dell’ospitalità e
della cortesia del popolo belga, che ha sempre dimostrato un grande
rispetto per gli italiani. Quel rispetto profondo che si dovrebbe
trovare anche qui, insieme a una grande riconoscenza per i montanari
che lasciarono i nostri paesi; perché quelli che allora
sono rimasti a casa hanno potuto farlo grazie a chi invece è andato
là, a lavorare sotto terra, a guadagnarsi stima e considerazione
e a farvi nascere i propri figli. Senza immaginare che uno di questi,
nato in una casetta in Rue Wilson, potesse un giorno raccontare
la loro storia, fiero di essere figlio di emigranti. |